Capitolo 1 Mercati e caos

Ria

«Giuro su Dio, Cin: se non porti il tuo bel culetto giù qui subito, quando arriviamo non sarà rimasto niente di buono.»

Sentii qualcuno schiarirsi la gola e mi voltai a sinistra. Beth era appoggiata allo stipite della porta e mi osservava. Cercava di sfoderare un’espressione severa, di quelle che ti rimproverano sul serio, probabilmente perché avevo detto culetto. Però non le riusciva granché. Le vedevo gli occhi che le ridevano, e si tratteneva a fatica.

Guardai di nuovo verso il soggiorno, dove i miei due fratelli affidatari, Elijah e Marcus, stavano litigando su quale videogioco mettere. Di me non si accorgevano neanche, ma era per via loro che Beth mi ricordava di non dire parolacce.

Beth, o Elizabeth Drayton, tecnicamente era la mia madre affidataria. Io, dal sistema, ero già uscita per età, ma lei era l’unica «mamma» che avessi mai avuto, e ci adoravamo. Mi aveva praticamente adottata all’istante, dal momento in cui avevo messo piede in casa sua.

Con tutti i ragazzi che prendeva in affido era così. Se avesse potuto adottarli tutti, uno per uno, lo avrebbe fatto.

Mia sorella affidataria, Cin o Cinnamon Sugar — no, non sto scherzando: sua madre era fatta come un pallone quando l’ha chiamata così — è qui da più tempo di me. Beth la considera sua figlia, così come io la considero mia sorella.

Io sono cresciuta all’inferno. O nel mio inferno personale, almeno.

Mio padre morì quando avevo appena un anno; per mia madre fu un colpo devastante. Davvero, stava facendo del suo meglio: lavorare, crescermi da sola e reggere quel lutto che le toglieva il respiro. Io capivo che era terribilmente triste e provavo ad aiutarla, ma non ci riuscivo granché.

Un giorno tornò a casa con un sorriso vero. Mi parlò di un uomo meraviglioso che aveva conosciuto. Io avevo quattro anni. Non passò molto prima che lo incontrassi: Braun Zavitnik. Non mi piacque dal primo secondo, ma avevo quattro anni e mia madre, di fatto, non mi ascoltò.

Dal giorno in cui me ne parlò al giorno in cui lo sposò passarono solo quattro mesi.

Ci trasferimmo nella sua casa enorme. Braun era un uomo ricchissimo e veniva da una famiglia ricca e influente. Ed era anche il male fatto persona.

Quando scoprì che avevo l’ipertimesia, andò in estasi. Ipertimesia è solo un modo elegante per dire che il mio cervello è strano: non dimentico nulla. A volte è una cosa fantastica, altre è orribile e una gigantesca rottura di scatole. Braun pensò che avere un figlio così «intelligente» gli avrebbe fatto fare bella figura.

Mi iscrisse a una costosa scuola privata, che detestavo. Insegnanti e preside mi adoravano, mi facevano mille moine. I ragazzi mi consideravano un mostro e mi rendevano la vita impossibile.

Alla fine, dopo abbastanza risse e problemi continui, mi ritirarono da scuola e mi misero dei tutor privati. Quella fu una cosa insieme buona e cattiva.

Ero sollevata di stare lontana dagli altri ragazzi, e in genere con i tutor mi trovavo bene. La parte brutta era passare così tanto tempo in casa.

Poco dopo il matrimonio, mia madre diventò una sconosciuta. Non era più depressa: era assente, confusa. Ci misi un po’ a capire che Braun la drogava.

E, mentre succedeva tutto questo, cominciò anche a mostrarmi che avevo ragione su di lui. Lui e i suoi amici iniziarono a farmi «unire» a loro ogni volta che erano in casa.

Avevo sei anni quando il vero orrore della situazione venne alla luce.

Indossavo un vestito nuovo, di pizzo e volant, e mi avevano sistemato i capelli. Mi portarono in una stanza grande che sembrava allestita per una festa. C’era molta gente, uomini e donne.

Non passò molto dal mio arrivo che cominciarono le offerte. Da un lato della sala c’era una pedana rialzata, come un palco. C’erano quelli che loro chiamavano “merce”, e gli adulti presenti facevano a gara per aggiudicarsela.

In quella casa accadevano orrori indicibili. Quella fu la prima volta in cui Braun “condivise”, ma era ben lontana dall’ultima.

Quando lasciai la scuola privata a dieci anni, non ebbi più tregua da lui. Aveva accesso a me ventiquattr’ore su ventiquattro, e gli piaceva terribilmente “assaggiare la merce”.

Mia madre morì quando avevo undici anni. Nel testamento affidò a Braun la mia custodia completa.

A quattordici anni accadde un miracolo. La casa venne perquisita e lui fu arrestato, insieme a molti dei suoi amici. Ero finalmente libera, o almeno così credevo.

Mi affidarono a una famiglia affidataria. All’inizio andò bene, ma non ci volle molto perché cambiasse tutto. Scoprii presto che il mondo è pieno di Braun.

Avevo quindici anni quando scappai. Non mi voltai mai indietro. Preferivo la vita per strada alle case famiglia. Andò avanti così fino a poco prima del mio diciassettesimo compleanno.

C’era una donna di nome Maggie che faceva volontariato in un rifugio dove ogni tanto andavo a dormire. Chi lo gestiva credeva che avessi diciotto anni, ma Maggie la pensava diversamente.

Mi parlò di un’amica sua, Elizabeth Drayton, che teneva una casa famiglia. Ci mise un po’ a convincermi a incontrare Beth.

Quando lo feci, era come pace e luce insieme. Beth contattò una carissima amica, Jennifer Montgomery, che lavorava con il CPS. Tra conoscenze, pressioni e manovre, venni ufficialmente affidata a Beth.

Cin viveva già con lei e ci scegliemmo all’istante: ci adottammo a vicenda e diventammo sorelle per sempre. Fu la prima persona a cui raccontai i miei segreti.

Ora ho diciotto anni e non sono più la sua “ragazza in affido”; adesso sono soltanto sua figlia. L’aiutavo a occuparsi di qualunque più piccolo passasse dalla sua porta; in quel periodo c’erano Elijah e Marcus, due fratelli di otto e sei anni, con una madre tossica. Così ci inventammo la nostra piccola famiglia: Beth, Cin, Elijah, Marcus e io.

Ogni secondo sabato del mese c’era il mercato contadino. Beth adorava cucinare e fare dolci, ed era bravissima. Nei giorni del mercato, io e Cin andavamo a comprarle un po’ di tutto. Oggi mi era venuta una voglia matta della sua crostata di ciliegie e, dato che le ciliegie erano ancora di stagione, avevo deciso di prenderne. Però il meglio spariva subito, quindi, se volevamo la roba buona, dovevamo arrivare presto. Per questo stavo cercando di far sbrigare Cin.

«Arrivo, non rompere, abbi un po’ di pazienza!» gridò da sopra.

Beth ridacchiò e scosse la testa. «Ragazze, dovete controllare il linguaggio.»

La guardai e sorrisi. «Non ci fanno caso, stanno litigando per i videogiochi.»

«Anche così, è una cattiva abitudine.» Scuoteva la sua testa ricciuta e bionda.

Beth, per me, aveva proprio l’aria da mamma, come se fosse nata per esserlo. Non era alta, un metro e sessanta scarso, con un po’ di morbidezza in più un po’ dappertutto. Quando cominciava a tormentarsi per le sue curve, io le dicevo che così gli abbracci venivano meglio. Detestava i suoi capelli biondi e ricci. Li teneva appena oltre le spalle, e le si gonfiavano sempre di crespo. Aveva gli occhi da cucciolo, come li chiamavo io. Quegli occhi marroni che trasmettevano, senza filtro, ogni singola emozione.

Sentii dei passi pesanti sulle scale e alzai lo sguardo. Cin, finalmente, stava scendendo. Aveva raccolto le trecce con una clip sulla sommità della testa. Il top rosso senza maniche esaltava la sua pelle color cioccolato fondente e addosso aveva un paio di jeans che le stavano da dio. Le dicevo sempre che ero gelosa del suo sedere; lei rideva e mi rispondeva che era solo buona genetica. E poi la prendevo in giro anche per quanto fossero belli i suoi occhi. Era una rarità: azzurri di un azzurro cristallino, non marroni come verrebbe da aspettarsi. Sulla pelle scura risaltavano in modo incredibile. Quando la vedevi, ti veniva spontaneo guardarla due volte.

Si fermò e mi guardò. «Ok, adesso ci sono, possiamo andare.»

Io scoppiai a ridere, salutai Beth e i ragazzi, presi la borsa e uscimmo.

Ci infilammo nella mia Jeep Cherokee, che adoravo, e ci avviammo verso il centro.

Mi ero diplomata poco dopo essere entrata in affidamento a quattordici anni. Subito dopo avevo iniziato a seguire qualche corso al college, ma avevo pochi soldi e tutto si era fermato quando ero scappata. Non potevo usare i documenti: ero una minorenne in affidamento scappata, quindi non potevo iscrivermi a nessun corso, per non parlare del fatto che non avevo un soldo.

Quando venni affidata legalmente a Beth, potei di nuovo accedere ai miei documenti. Così riuscii a seguire un paio di corsi, ma Beth, come madre affidataria, non aveva grandi disponibilità. Io lavoravo da casa e solo di recente avevo cominciato a guadagnare di più con lavori al computer. Davo una mano per quanto potevo e alla fine ero riuscita a comprarmi una buona auto usata.

Beth insisteva parecchio perché presentassi domanda per il college e per le borse di studio. Sapeva che gli esami li avrei superati alla grande, e poi era quello che volevo. Io mi preoccupavo di lasciarla da sola a gestire tutto, ma lei diceva che non ce n’era bisogno, perché lo faceva già prima che arrivassi io. Così, nelle ultime tre settimane, avevo spedito domande ovunque. Temevo di essermi mossa troppo tardi, che fosse tardi per il semestre autunnale, ma valeva la pena tentare.

Appena arrivammo al mercato contadino trovai un posto decente e ci avviammo tra i banchi.

«Allora, che cosa stiamo cacciando, cara sorella, per essere stato così fondamentale tirarmi giù dal letto così presto?»

Sbuffai ridendo. «Noi al mercato contadino veniamo sempre presto. Sei tu che hai fatto troppo tardi a guardare quel film stupido.»

«Non era un film stupido, era Jane Austen, è un classico.»

«Sì, ma quella versione in particolare dura tipo sei ore, e non l’hai neanche iniziata prima delle nove passate.»

Lei alzò gli occhi al cielo e mi fece la linguaccia. Io risi e basta.

«E quanto a quello che stiamo cacciando, cara sorella… voglio le ciliegie. Beth ha detto che se ne trovo di buone, fa una torta.»

Gli occhi di Cin si spalancarono. «E allora accidenti, perché non l’hai detto subito? La torta di Beth è un ottimo motivo per alzarsi.»

Risi di nuovo e cominciammo a mettere insieme le bancarelle, passando da una all’altra. Trovammo dei pomodori splendidi e ne riempimmo un sacchetto. Prendemmo anche delle zucchine e dei carciofi. Per fortuna mi ero ricordata di afferrare quel carrellino pieghevole per la spesa, così avremmo potuto portar via tutto senza impazzire. Meno male che la settimana prima avevo deciso di lasciarlo in macchina.

Poi vidi le ciliegie. Ci facemmo strada in fretta fino al banco. Mi stupì, a dire il vero, che non ci fosse nessun altro: di solito le ciliegie vanno a ruba, e quelle avevano un aspetto fantastico.

A gestire la bancarella c’erano due persone: un uomo e una donna, sui cinquant’anni abbondanti. Avevano l’aria di essere sposati.

Quando alzai lo sguardo per fare una domanda, rimasi bloccata dal modo in cui entrambi mi stavano guardando.

Mi schiarii la gola. «Quanto viene la frutta? E c’è un limite per persona?»

La donna mi sorrise e io mi rilassai un poco. «Due dollari a libbra, e no, non c’è limite: chi arriva prima, prende.»

Aveva un accento, ma non riuscivo a capire quale. Guardai Cin: lei teneva gli occhi bassi sulla frutta.

«Allora, Cin, che ne dici? Cinque libbre vanno bene?»

Lei annuì e alzò lo sguardo verso di me. «Sì, probabilmente bastano, ma sono proprio belle, Ria… Potremmo fare sei. Così ne resta comunque per tutti gli altri.»

«Va bene.» Tornai a guardare la coppia: erano ancora lì, tutti e due, a fissarmi con qualcosa di simile alla meraviglia in faccia.

«D’accordo, allora sei libbre, per favore.»

Si misero a prepararle e a sistemarle sulla bilancia.

«Quindi voi ragazze siete di qui?» chiese l’uomo.

«Sì, siamo del posto e veniamo qui sempre.»

«Ah, che bello. Noi ci siamo trasferiti da poco, e questo è il primo raccolto che portiamo qui» mi disse la donna.

«Be’, sono splendide. Spero che torniate.»

Il gentiluomo parlò finalmente. «Oh, torneremo di sicuro. Vi andrebbe di lasciarci i vostri recapiti? Così, quando torniamo, possiamo farvelo sapere.»

Ci pensai un attimo. «Sì, certo, sarebbe fantastico.»

Mi porse un taccuino da tasca e una penna. Cominciai a scrivere i miei dati.

«Allora, Ria, ti mancherà tutto questo quando partirai per il college, questo autunno?»

Avevo appena finito di scrivere sul taccuino quando il gentiluomo allungò la mano per riprenderlo. Non so bene come accadde, ma mi tagliò un dito e cominciò a sanguinare.

«Oh cielo, mi dispiace tanto.»

Guardai il sangue sul dito. «Non fa niente, è solo un taglietto.»

Prima che potessi asciugarlo, la donna mi fu addosso in un attimo e pulì il sangue con un fazzoletto di carta.

Sorrisi. «Grazie.»

«E a quale college andrai questo autunno?» domandò.

«In realtà non sono sicura che ci andrò già questo autunno. Ho mandato un sacco di domande e richieste di borsa di studio, ma finora non ho avuto risposte. Ormai è piuttosto tardi per sentirsi dire qualcosa per il semestre autunnale, però… vedremo.»

Lei mi sorrise, mi diede una piccola pacca sulla mano e disse: «Non ti preoccupare, tesoro. Sono certa che finirai esattamente dove devi finire.»

Era un modo un po’ strano di dirlo, ma li ringraziai, pagammo le ciliegie e ce ne andammo. Allora non sapevo che avevo appena cambiato il resto della mia vita.

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