Arrivo al castello

Rose

Il viaggio per il Castello della Foresta Oscura dura circa due giorni. Viaggio in treno, io e la scorta che Re Gene ha inviato per assicurarsi che arrivi sana e salva. Alcuni branchi sono in subbuglio per il modo in cui il Re ha scelto i quattro Alfa da considerare come suoi successori, e c'è la possibilità che vogliano sfogare la loro rabbia sulle donne dirette al castello.

L'intero viaggio è un po' travolgente e ancora non riesco a capacitarmi del motivo per cui sto andando lì. L'ultima cosa al mondo che voglio è fare da Riproduttrice, nemmeno per un solo Alfa, figuriamoci per quattro sconosciuti.

Mi tremano le mani e ho lo stomaco in subbuglio mentre ricaccio indietro la bile. Non posso credere di essere davvero qui!

Mi fa ancora male la spalla dove mio padre mi ha spinta sul treno, un attimo prima che le porte si chiudessero.

Questo è l'ultimo posto al mondo in cui avrei mai voluto essere!

E invece eccomi qui, seduta accanto al Delta Sebastian, la mia scorta, su un treno che sfreccia verso il castello. So che a bordo ci sono altre donne che viaggiano per lo stesso motivo, ma non ne ho ancora conosciuta nessuna. Le scorte pensano sia meglio aspettare di arrivare a destinazione prima di fare conoscenza.

Sempre che ne avremo l'occasione. Dopotutto, solo una di noi resterà. In pratica, siamo tutte rivali.

Sento per caso una conversazione tra due passeggeri davanti a noi. «Immagino che alcune di queste belle ragazze stiano andando al castello per il provino per quella terribile posizione da Riproduttrice» dice la donna.

L'uomo seduto accanto a lei, che presumo sia suo marito, risponde: «Sì, questo è il terzo viaggio in treno che faccio questo mese in cui c'è un gruppo di giovani speranzose sul punto di veder infranti i propri sogni».

È vero. I miei sogni andranno davvero in frantumi se verrò scelta.

Ma mi guardo intorno e vedo un sacco di ragazze apparentemente molto più sicure di me. Bionde platinate, rosse agguerrite, ragazze dai setosi capelli scuri… Oserei dire che sono più belle di me e, per questo, spero che una di loro venga scelta al posto mio.

A dire il vero, non sono brutta, ma nemmeno bella. O almeno, nessuno me l'ha mai detto. Ho i capelli biondi e lisci, gli occhi azzurri e un fisico decente. Il naso, secondo me, è un po' troppo lungo per il mio viso e ho un piccolo spazio tra i due incisivi. Quando guardo queste altre ragazze, non vedo alcun difetto.

Il mio sguardo si posa su una ragazza dai capelli rossi con un vestito verde. Mi sorride, e io riesco a ricambiare il sorriso, ma sono troppo nervosa per continuare a guardarla. È molto più bella di me, il che, in un certo senso, mi fa sentire un po' meglio.

Tutti gli altri sembrano felici di questa opportunità, anche se alcune ragazze paiono un po' agitate; nessuna, però, dà l'impressione di essere sul punto di vomitare come me.

La rossa è così bella che otterrà di sicuro il lavoro prima di me, e questo mi rassicura: per quanto i miei genitori sembrino odiarmi, almeno perderei legittimamente invece di dover scappare per evitare la competizione.

Ma poi… forse quella è la mia opzione migliore. Mi guardo intorno nel vagone, chiedendomi se ci sia un modo per buttarmi da uno di questi finestrini. Stiamo andando troppo veloci. Ciò non significa che non continuerò a considerare la fuga, se dovesse presentarsi l'occasione.

Qualunque cosa ci sia là fuori, nel mondo, deve essere meglio di questo.

Arriviamo alla stazione vicino al castello e ci scortano fino a dei SUV per raggiungere la dimora del re, che si intravede in lontananza. Le nostre accompagnatrici sono ancora con noi, quindi cerchiamo di chiacchierare il meno possibile. Mi ritrovo seduta proprio accanto alla stessa ragazza dai capelli rossi. Sembra simpatica. Di fronte a me c'è una ragazza con i capelli biondi e ricci, che non ha un'aria molto accogliente.

Il castello diventa sempre più grande man mano che ci avviciniamo. Fatico a credere a quanto sia enorme.

Costruito in pietra, si erge dal terreno e in alcuni punti deve essere alto almeno dieci piani. Con le sue torrette e i camminamenti sul tetto, ha un aspetto imponente mentre il sole si riflette sulla sua superficie.

Attraversiamo un cancello sorvegliato e il veicolo si ferma davanti all'ingresso. Aspetto il mio turno per scendere e poi seguo le altre ragazze dentro.

Ci conducono in una sala d'attesa, le cui pareti sono fiancheggiate da sedie.

«Sedetevi» ci dice una donna in tailleur nero con un'espressione decisa. «Il re farà un colloquio a ciascuna di voi, e poi andrete a fare la visita». Si volta e se ne va.

Sgrano gli occhi. Visita? C'è un esame?

Una delle bionde che ho visto sul treno si china verso una mora e le sussurra: «Che tipo di esame dobbiamo fare?».

L'altra ragazza ride. «La visita medica, sciocca». Alza gli occhi al cielo e io sono contenta di non aver fatto io quella domanda stupida.

Le nostre accompagnatrici ci hanno lasciate, quindi ora siamo solo noi dodici nella sala d'attesa. Possiamo parlare liberamente, ma non sono sicura di volerlo fare. Non è che resteremo tutte qui. Solo una di noi otterrà il lavoro, e le altre se ne andranno. Senza contare che, a quanto pare, non siamo nemmeno il primo gruppo. Quindi, chi può dire se la prescelta sarà proprio una di noi?

«Sono così nervosa» mi sussurra la ragazza con i capelli rossi. «Credo che vomiterò».

Ripenso a quando ho vomitato all'impianto di depurazione. «Sì, anch'io».

«Cioè… farebbe una differenza enorme per la mia famiglia, se ottenessi questo posto» aggiunge.

Cerco di non fissarla. Non mi importa molto di quanto questo potrebbe aiutare la mia famiglia: io, quel lavoro, non lo voglio. In silenzio, spero che lo ottenga lei.

La ragazza dall'altro lato ha i capelli castani e grandi occhi scuri. «Lo so» dice, come se la rossa avesse parlato con lei. «Voglio solo che questa parte finisca e scoprire cosa succederà!».

«Ma perché non scelgono semplicemente quattro di noi, una fattrice per ogni Alfa?» chiede la rossa a chiunque la stia ascoltando. «Ci sono abbastanza donne qui per trovare quattro Fattrici adatte».

«Non sarebbe giusto!» ribatte la mora. «E se una fosse più fertile delle altre? Visto che il primo a generare un erede diventerà il nuovo Re Alfa, è giusto che ci sia una donna sola!».

Tutte si lanciano in una discussione finché la porta davanti a noi si apre, e capisco che una di noi sta per essere chiamata a incontrare il re.

Guardandomi intorno, cerco di indovinare chi sarà.

«Rose Forrest?» chiama la donna in tailleur nero.

Sono la prima?

Sono la prima!

Tutti gli occhi sono puntati su di me mentre mi alzo, lisciando il vestito rosso che indosso. Lo sguardo mi corre verso l'uscita. Ho abbastanza tempo per scappare da quella porta invece di entrare nell'ufficio del re?

Non con queste maledette scarpe!

Riccacciando indietro la paura, mi avvio verso la porta. Cerco di non inciampare sui tacchi argentati. Non sono abituata a portarli. I miei genitori hanno insistito perché indossassi qualcosa del genere, ma io sono abituata a scarpe da ginnastica e jeans.

Entro in un grande ufficio e vedo un uomo anziano seduto dietro un'enorme scrivania. Ha i capelli brizzolati e un'espressione severa, le labbra serrate, nessun sorriso. Faccio un inchino, come mi è stato insegnato. «Vostra Maestà» dico.

«Siediti, ragazza» mi dice, e mi avvicino a una delle sedie di fronte a lui. «Come ti chiami?».

Glielo dico. «Rose Forrest, signore, del branco di Elm».

«E quanti anni hai?».

Deglutisco a fatica. «Venti, signore».

«E hai trovato la tua lupa?».

Scuoto la testa. «Non ancora, signore».

Sembra deluso. Non ho ancora ventun anni. Se non avrò incontrato la mia lupa per allora, comincerò a preoccuparmi.

«Perché sei qui, cara?».

I miei genitori mi hanno preparato una risposta, ma non è la verità, quindi se provassi a recitarla mi impappinerei. Perciò dico la verità. «I miei genitori volevano che venissi, signore».

«I tuoi genitori? Tu non vuoi essere qui?».

«Ehm… è un onore conoscerla, Vostra Maestà, ma sono qui perché i miei genitori volevano che venissi. Credono che questo sarà un grande onore. E lo sarà!» aggiungo. «Ma… sono loro i più entusiasti di questa opportunità.»

Vorrei potergli dire quanto io sia inadeguata, ma non so se i miei genitori riceveranno un resoconto delle mie risposte, quindi devo stare attenta a non dare troppo l'impressione di sforzarmi per non essere scelta.

Mi fissa per un lungo istante, i suoi occhi scuri apparentemente per nulla impressionati. «Sei mai stata con un uomo?»

Scuoto la testa. «No, signore. Mai.» Le mie guance si infiammano per la domanda. Spero che non me ne faccia altre più intime.

Lui abbassa lo sguardo sulla scrivania, dove ha una lista di domande. Mi chiede: «Hai trovato il tuo compagno predestinato? O hai un uomo a casa di cui sei innamorata?»

«No, Vostra Maestà» gli rispondo. «Non ho un compagno predestinato, né sono innamorata di alcun uomo. Non sono mai nemmeno uscita con un ragazzo.»

Solo dopo che le parole mi sono sfuggite di bocca mi rendo conto di aver parlato troppo. Spero che pensi che ci sia qualcosa di strano in me. Non posso dirgli che non ho tempo per gli appuntamenti perché sono troppo impegnata a cercare di guadagnare soldi per i miei genitori. E di certo non menzionerò l'impianto di trattamento delle acque reflue.

Mi squadra da capo a piedi e sento il viso diventare paonazzo. Un attimo dopo, dice: «Puoi andare».

«Grazie, Vostra Maestà» dico, alzandomi. Faccio un inchino e indietreggio per uscire dalla stanza, come mi è stato insegnato.

Quando sono nel corridoio, la donna in tailleur nero mi dice: «Prosegua dritto lungo questo corridoio, fino all'infermeria».

«Sissignora» rispondo. Rischio un'ultima occhiata verso le altre ragazze. La rossa mi sorride, ma a malapena riesco a far collaborare la bocca per ricambiare il sorriso.

Mi avvio lungo il corridoio verso l'infermeria, terrorizzata dalla visita che mi aspetta. Se non piaccio al re, che senso ha fare anche questa?

La mente mi si affolla di pensieri su quello che mi accadrà. L'ultima cosa che voglio sono le mani di un estraneo su tutto il corpo.

Le lacrime mi appannano la vista mentre continuo a camminare. Le asciugo, ma altre prendono subito il loro posto.

Perché non posso semplicemente tornare a casa?

Con la vista annebbiata dalle lacrime e il terrore che inizia a montare dentro di me, non presto attenzione a dove sto andando e, dopo un po', comincio a chiedermi se non abbia superato la stanza della visita.

Mi volto a guardare indietro, ma non vedo niente. Quando mi giro di nuovo, accelero il passo, finché all'improvviso non vado a sbattere contro un muro solido.

Fatto di muscoli.

Capitolo precedente
Capitolo successivo