Capitolo 7

Luca

Non ho chiesto a Vito di venire alla vecchia tenuta di Long Island. L’ho fatto venire direttamente nel mio appartamento a Manhattan perché non volevo rischiare di incrociare nei corridoi della casa vecchia qualcuno della gente di Nonno: persone che avrebbero potuto vedermi per caso, notare qualcosa per caso e, per caso, lasciare che Vito raccontasse loro in che condizioni mi trovo.

Quando Vito è entrato oggi, mi ha squadrato un attimo più del solito, poi ha scosso la testa. «Ha perso ancora peso, signore.»

«Lo so.»

«Vomita ancora?»

«Sì.» Ogni parola mi sembrava di doverla strappare fuori dalla gola. Avevo la voce roca e un dolore irritante alla gola che mi faceva venire voglia di urlare. «Sto vomitando così tanto che mi sto rovinando le corde vocali. Senta la mia voce… perfino io non sopporto come suono.»

Vito appoggiò la borsa medica sul tavolino e si tolse il cappotto con gesti metodici, appendendolo allo schienale di una sedia. «Al telefono ha detto che la situazione era seria. Di certo non è solo per via del vomito.»

Rimasi in silenzio per qualche secondo, poi lasciai uscire un sospiro pesante. Non era il tipo di conversazione che sapevo gestire, soprattutto non con un uomo che mi aveva visto crescere da quando ero in fasce. Ma oggi non avevo scelta.

«C’è un problema col mio cazzo» dissi. «Non ho più erezioni mattutine. Anche se provo a stimolarlo, non si indurisce… be’, non del tutto. Quando riesce a tirarsi su, è patetico, mezzo morto. Un paio di giorni fa Marco ha organizzato una spogliarellista a casa mia. Questa qui mi ha ballato davanti per mezz’ora, praticamente nuda, e io non ho avuto nessuna reazione.»

Vito tirò fuori lo stetoscopio dalla borsa e annuì con dolcezza. «Signore, una gravidanza così è estenuante. Supererà questa fase.»

«Non sono incinto, Vito.» Fissai quel mezzo sorriso che gli giocava agli angoli della bocca. «L’ho chiamata perché il mio cazzo non funziona, non perché sono incinto. Può, per favore, distinguere le priorità tra questi due problemi?»

«Il calo del desiderio e gli sbalzi d’umore sono comuni in gravidanza.»

Inspirai a fondo e mi costrinsi a ingoiare l’imprecazione che voleva uscire. Ingoiarla mi fece rivoltare di nuovo lo stomaco e per poco non dovetti correre in bagno.

Vito sospirò e mi appoggiò lo stetoscopio sul petto, ascoltando mentre parlava. «Il suo stato attuale non è anomalo. Luca, mi ascolti. Il suo sistema endocrino sta facendo qualcosa che normalmente il suo corpo non avrebbe bisogno di fare: i livelli ormonali sono sbilanciati, fegato e reni sono sotto un maggiore stress metabolico, l’intero organismo sta lavorando fuori sincrono. Quella funzione, in particolare, è temporaneamente offline perché il corpo sta dirottando le risorse altrove. Quando smetterà di vomitare, tornerà tutto alla normalità.»

«Quando smetterò di vomitare?»

Vito mi guardò per un secondo e nei suoi occhi vidi quell’espressione che diceva: non le piacerà questa risposta.

«In condizioni normali, quattro o cinque mesi.»

Non dissi niente. Mi fischiavano le orecchie, come se qualcuno mi avesse colpito alla nuca con una mazza da baseball.

«Vito,» dissi mentre rimetteva lo stetoscopio nella borsa medica, «lei ha detto che la gravidanza simpatica è una reazione a specchio… il che significa che lei è davvero incinta.»

«Molto probabilmente, sì.» Vito non alzò lo sguardo. «Il corpo umano è straordinario in questo senso. Il suo corpo ha confermato che sta per diventare padre prima di lei.»

Elaborai quella frase nella testa. C’era qualcosa che cresceva dentro di lei, e il mio corpo si stava portando addosso l’altra metà di ciò che questo comportava.

«Ma lei non mi ha detto i risultati del test» dissi. «Ho provato a chiederle prima.»

Vito mi guardò e disse: «Allora significa che la madre del bambino, in questo momento, sta affrontando tutto da sola.»

Rimasi senza parole.

«Sa chi è, e sa dove vive.»

«Sì.»

«E allora cosa intende fare, Luca?» mi chiese. «Aspetterà che sia lei a contattarla e a chiederle di assumersi le sue responsabilità, oppure lo verrà a sapere da qualcun altro dopo che il bambino sarà nato?»

Non l’avevo ancora capito.

Vedendo che non avrei risposto, Vito richiuse la borsa medica e mi diede qualche indicazione sulle precauzioni alimentari. Non assorbii una sola parola. Quando se ne andò, mi lasciai cadere sul divano, appoggiai la testa ai cuscini e chiusi gli occhi.

L’appartamento era silenzioso come il fondo dell’oceano.

Allungai una mano verso una bottiglia di root beer sul tavolino da caffè: era l’unica cosa che, in questi ultimi giorni, fossi riuscito a mandare giù con una certa regolarità e a tenere nello stomaco senza rigettarla subito. Svitai il tappo e ne buttai giù tre sorsate abbondanti. La dolcezza, mescolata alle bollicine, mi esplose in gola, soffocando per un attimo quel rimescolio nello stomaco, giusto di un niente.

Il telefono vibrò. Anna.

«Luca», la sua voce rimbalzò dall’altoparlante, «il nonno ti vuole a casa per cena.»

«E adesso qual è il suo problema?»

«Che ne so io», disse. «Mi ha detto di venire a prenderti. Sono già per strada: tra mezz’ora sono giù.»

«Non voglio salire in macchina con un demonio della velocità.»

«Allora prendi un taxi e torna a casa, e vediamo se il nonno non si arrabbia.»

Con gli occhi chiusi chiesi: «Stai guidando la cabrio?»

«Sì.»

«Allora vieni a prendermi.»

Riattaccò più in fretta di me.

Mezz’ora dopo scesi. La cabrio rossa di Anna era parcheggiata al marciapiede e lei mi salutò da dietro gli occhiali da sole, il viso raggiante di quel sorriso luminoso che metteva in mostra i denti dritti che noi Ferretti ci portiamo dietro per eredità. Guardai la macchina e sospirai in silenzio, poi aprii la portiera del passeggero e salii.

«Mettiti la cintura», disse. «Io non guido mai piano, e lo sai.»

«Te l’ho appena detto al telefono—»

Lei schiacciò l’acceleratore.

Nel momento in cui l’auto schizzò in avanti, quella root beer che a fatica ero riuscito a tenere giù fece una capriola nello stomaco. Girai di scatto la testa verso il finestrino per lasciare che il vento mi scendesse in gola. Anna mi lanciò un’occhiata, ma non la prese minimamente sul serio. All’incrocio successivo superò due macchine di fila: quello spericolato menefreghismo tipico delle figlie Ferretti. Una volta mi faceva ridere quando guidava così, ma oggi non desideravo altro che trascinarla giù dal sedile di guida e mettermi io al volante.

Quando ci fermammo al semaforo rosso, finalmente si voltò a guardarmi e, un attimo dopo, quasi sobbalzò.

«Luca, perché hai la faccia così pallida?!»

«Ti ho detto che mi dava fastidio lo stomaco.» Appoggiai la testa al finestrino, a occhi chiusi. «Se continui a guidare così, giuro che ti vomito addosso a tutta la macchina.»

«Dovevi dirlo prima!»

«L’ho detto.»

«Non ti ho sentito.»

Anna guidò alla velocità più bassa della sua intera vita. Il tragitto di dieci miglia le portò via quasi quaranta minuti. Quando finalmente imboccammo il lungo vialetto privato della tenuta dei Ferretti, era ormai completamente buio. La villa principale era illuminata finestra per finestra, e le lanterne di ferro battuto, d’altri tempi, gettavano sui gradini di pietra un caldo bagliore dorato.

Il nonno era in piedi sotto il portico ad aspettarci.

Si appoggiava al suo bastone d’ebano e, quando vide l’auto di Anna fermarsi in fondo ai gradini, quella particolare specie di rabbia capace di gelarti la schiena senza che lui debba dire una parola gli premeva già sulla fronte.

«A spasso fino a quest’ora, di nuovo», disse.

«Non ero a spasso», protestai piano.

Lottai contro l’ondata di nausea nello stomaco e, quando parlai, la mia voce era ruvida come carta vetrata: «Nonno, che cosa volevi da me?»

«Prima si cena», disse, voltandosi per rientrare. «Parliamo dopo aver mangiato.»

Io e Anna lo seguimmo in sala da pranzo. Il resto della famiglia era già seduto a tavola, apparecchiata con quel tipo di banchetto all’italiana di altri tempi che al nonno piaceva: ragù lucido e denso, cotolette di vitello dorate, verdure arrosto appena sfornate e una grande pentola di crema di funghi fumante.

Appena quell’odore mi colpì il naso, capii che ero spacciato.

Non feci nemmeno in tempo a finire di dire «Devo andare in bagno» che già mi stavo puntellando con una mano sul bordo del tavolo, coprendomi la bocca con l’altra, e mi precipitavo verso il bagno di servizio più vicino.

Vomitai fino a vedere le stelle.

Alla fine non c’era più niente nello stomaco da buttare fuori, solo ondate su ondate di conati a secco che mi stringevano le costole verso l’interno. Rimasi in ginocchio davanti al water finché sentii in bocca un lieve sapore metallico e capii che stavo vomitando sangue.

Sentii dei passi alle mie spalle. Prima l’urlo di Anna, poi il resto della famiglia, poi il suono del bastone del nonno che batteva sul marmo, un colpo alla volta.

«Luca.» La sua voce arrivò da sopra la nuca, più bassa del solito, più lenta del solito. «Che cos’hai? Guardami.»

Provai a sollevare la testa nonostante mi sentissi a pezzi, ma non riuscii a fare a meno di abbracciare il water e vomitare di nuovo.

I suoi occhi si fermarono sul mio viso per due secondi, poi si voltò e diede istruzioni a quelli dietro di lui.

«Che Falcone faccia preparare una macchina. Portate Luca in ospedale il più in fretta possibile. Nel miglior ospedale.»

Capitolo precedente
Capitolo successivo