Capitolo 2 Mia

Mia

Un’alta sagoma indistinta si stacca dal buio, ferma là dove la luce del lampione non arriva del tutto. Non riesco a vederne il volto. Non riesco a vederne gli occhi. Non riesco a vedere nulla, se non la sua massa nera e il coltello che gli pende lungo il fianco.

Mi prende a tremare tutto il corpo.

Alzo lentamente le mani, con i palmi in avanti, come se potesse significare qualcosa. Come se un uomo con un coltello insanguinato potesse vedere mani vuote e decidere di non farmi del male.

«Ti prego» sussurro.

La sagoma inclina la testa.

Quando parla di nuovo, la sua voce è sbagliata.

Troppo bassa. Troppo ruvida. Come se la forzasse apposta a scendere, trascinandola in gola finché non diventa qualcosa che non suona più umano.

«Sai cosa significa per te essere qui» dice. «Sai cosa significa per te aver visto quello che hai appena visto.»

Mi cedono quasi le ginocchia.

«Io non…» La voce mi si spezza. «Non ho visto niente. Io… io voglio solo chiamare aiuto per lui.»

L’uomo a terra si muove.

A malapena.

Le sue dita scivolano via dal mio polso, lasciandomi il sangue spalmato sulla pelle. Prova a sollevare il braccio, prova a mettersi tra me e l’incubo fermo in fondo al vicolo.

«No» ansima.

È così piano che quasi non lo sento.

Non toccarla.

È questo che sta cercando di dire. Lo so, in qualche modo. Lo capisco da come sposta il corpo, da come la mano si tende verso di me anche se riesce a malapena a sollevarla.

Poi il braccio ricade.

La testa si gira appena contro l’asfalto.

E si immobilizza.

Così immobile.

«No» sussurro.

Il vicolo si stringe intorno a me.

Per un secondo mi dimentico dell’uomo col coltello. Mi dimentico del buio. Mi dimentico di tutto, tranne che dello sconosciuto ai miei piedi che un attimo prima era vivo. Che un attimo prima respirava. Che un attimo prima mi supplicava di scappare.

Adesso non si muove.

Non respira.

Le lacrime mi riempiono gli occhi così in fretta che il mondo si sfoca.

Guardo lui, poi l’ombra in fondo al vicolo, mentre il panico mi artiglia la gola. «L’hai ucciso tu?»

La sagoma non si muove.

Poi dice: «Sì.»

Un singhiozzo mi si incastra nel petto.

«E adesso» dice, e quella voce finta e orribile si avvolge attorno a ogni parola, «devo uccidere anche te.»

Tremo così forte che sento i denti battere.

«No. Ti prego.» Faccio un piccolo passo indietro, poi mi fermo perché non c’è dove andare. Il muro è accanto a me. L’uomo morto è dietro di me. L’assassino è davanti a me. «Ti prego, io…»

Pensa.

Devo pensare.

Il cervello mi urla troppo forte per riuscire a dare un senso a qualsiasi cosa, ma un istinto di sopravvivenza mi strappa comunque le parole di bocca.

«Non riesco a vedere la tua faccia» dico in fretta. «Non so chi sei. Non lo dirò a nessuno. Lo giuro che non lo dirò. Ti prego.»

L’uomo inclina di nuovo la testa.

Non riesco a vedere la sua espressione. Non riesco a capire se mi crede. Non riesco a vedere niente, se non quella sagoma nera e il luccichio del coltello.

Eppure, in qualche modo, so che sta sorridendo di nuovo.

«Chiudi gli occhi» dice.

Il respiro mi si blocca.

«Cosa?»

«Chiudi. Gli. Occhi.»

Ogni parte di me vuole scappare.

I piedi si tendono. Il corpo si gira di un niente verso la strada alle sue spalle, verso l’unica apertura, verso la luce e il rumore e la gente che non ha idea di ciò che sta succedendo a sei metri di distanza.

Ma lui sta bloccando l’uscita.

E ha il coltello.

E sto tremando così forte che non so nemmeno se riuscirei a far funzionare le gambe, anche volendo.

Così faccio quello che dice.

Chiudo gli occhi.

Il buio dietro le palpebre è peggio.

Sento per primo il mio stesso respiro, sottile e spezzato e inutile. Poi il lieve raschiare delle sue scarpe sull’asfalto.

Un passo.

Poi un altro.

Le mani restano in aria. Le dita tremano. Le lacrime mi scivolano sulle guance, calde e silenziose, e cerco di non fare alcun rumore perché non so se piangere lo farà arrabbiare.

I passi si fermano davanti a me.

Poi si spostano.

Intorno a me.

Lo stomaco mi si contorce così forte che credo di poter vomitare.

Mi arriva alle spalle.

Lo sento ancora prima che mi tocchi. Il calore di un altro corpo troppo vicino. Lo spostamento dell’aria sulle braccia nude. L’odore acido e metallico del sangue e qualcosa di più tagliente sotto, più pungente.

Poi il suo fiato mi sfiora il lato del collo.

Caldo.

Lento.

Sbagliato.

«Se lo dici a qualcuno,» sussurra, la voce finta ora più bassa, quasi gentile, «ti troverò.»

Mi sfugge un suono.

Non una parola. Non un urlo. Qualcosa di più piccolo. Qualcosa di impotente.

Si china più vicino.

«Me la prenderò comoda con te, bella ragazza.»

Il cuore mi si ferma.

Oh Dio.

Oh Dio.

«Giocherò con te,» dice. «Ti farò desiderare di avermi ascoltato. E poi ti ucciderò nello stesso modo in cui ho ucciso lui.»

Annuisco perché non riesco a parlare.

Annuisco perché il suo fiato è sulla mia pelle e c’è un uomo morto ai miei piedi e il mio telefono è a terra e nessuno sa dove sono.

«Hai capito?»

Annuisco più forte.

«Dillo.»

La gola mi brucia.

«Ho capito» sussurro.

Per un momento non c’è niente.

Nessun movimento.

Nessun suono.

Solo il suo respiro vicino al mio orecchio e il mio terrore che mi inghiotte intera.

Poi si allontana.

Sento il lieve raschiare delle sue scarpe che tornano a scorrere sull’asfalto. Un passo, poi un altro, poi un altro, sempre più lontano da me.

Non apro gli occhi.

Non ci riesco.

Resto lì con le mani alzate e gli occhi serrati, tremando così forte che mi fanno male le ossa. Ascolto finché i passi non spariscono. Poi ascolto ancora. Aspetto che tornino. Che il coltello mi scivoli tra le costole. Che quella voce ritorni dal buio e mi dica che ha cambiato idea.

Non succede niente.

Eppure non mi muovo.

La città esiste da qualche parte oltre il vicolo. Musica. Auto. Risate. Vita.

Ma dentro il buio ci sono solo io.

Io, e l’uomo morto ai miei piedi.

Io, ferma lì con gli occhi chiusi per quello che sembra un’eternità, troppo spaventata per scoprire se sono sola.

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