Capitolo 3 Mia

Mia

Alla fine apro gli occhi.

Se n’è andato.

Per un secondo il sollievo mi colpisce con una forza tale che per poco non crollo.

Poi lo sguardo mi scende.

L’uomo è ancora ai miei piedi.

Ancora contorto a terra. Ancora disteso nella pozza rosso scuro sotto di lui. Ancora morto.

Un suono mi si spezza in gola, acuto e frantumato, e mi porto una mano alla bocca per soffocarlo.

Mi serve il telefono.

Guardo a terra dove l’ho lasciato cadere, vicino alla crepa nell’asfalto, accanto a una pozzanghera che riflette la sottile striscia di luce sopra di noi.

Non c’è.

Mi lascio cadere in ginocchio, ignorando il sangue, ignorando il modo in cui il vestito mi risale sulle cosce, ignorando il morso freddo del marciapiede contro la pelle. Cerco sotto un sacchetto di cibo da asporto accartocciato, vicino al cassonetto, attorno alla mano tesa del morto.

Niente.

Il telefono è sparito.

L’ha preso lui.

L’assassino mi ha preso il telefono.

Perché?

Il pensiero è così assurdo, così orrendamente normale, che per poco non mi scappa una risata isterica. Cosa, ha pensato che tanto valeva derubarmi mentre era lì? Rubarmi il telefono dopo aver ammazzato qualcuno, come se avesse un senso?

Mi rimetto in piedi e corro.

Non ricordo di aver deciso di muovermi. Un attimo prima sono accovacciata nel vicolo accanto a un morto. Quello dopo barcollo verso la strada, una mano che striscia sul muro di mattoni per restare in piedi.

Le scarpe schioccano sul marciapiede nel modo sbagliato, troppo forte, troppo irregolare. I polmoni bruciano. Ho le mani viscide e non so se sia sudore o sangue o entrambi. Sento ancora le dita del morto sul mio polso. Sento ancora quella voce all’orecchio.

Bella ragazza.

Mi soffoco in un singhiozzo e accelero.

Quando finalmente vedo la mia macchina, parcheggiata esattamente dove l’avevo lasciata sotto un lampione tremolante, per poco non piango di sollievo.

Le chiavi.

Mi servono le chiavi.

Frugo nella borsa, le dita che tremano così tanto che non sento nulla. Lucidalabbra. Portafoglio. Scontrino. Gomma da masticare. Qualcosa cade e tintinna sul marciapiede, ma non mi importa. Trovo le chiavi in fondo e premo il pulsante di sblocco.

Non succede niente.

Lo premo di nuovo.

Niente.

«No», sussurro. «No, no, no.»

Mi avvicino, tenendo le chiavi davanti a me come se la distanza potesse aggiustare le mie dita inutili. Il pulsante scivola sotto il pollice. Premo blocco, invece.

L’auto fa un bip.

Trasalisco così forte che per poco non mi cadono le chiavi.

«Sblocca», singhiozzo. «Dai. Dai.»

La vista mi si appanna. Le mani non smettono di tremare. Non riesco a prendere abbastanza aria. La strada mi si inclina sotto i piedi e all’improvviso non so più se lui sia dietro di me, se mi abbia seguita, se mi stia guardando da qualche porta con quel coltello ancora gocciolante in mano.

Mi giro di scatto verso la strada.

Vuota.

Ma vuota, ormai, non significa niente.

Le ombre potrebbero essere qualunque cosa.

Chiunque.

Mi appoggio con la schiena alla macchina e scivolo giù finché non urto il bordo del marciapiede.

Il singhiozzo che stavo trattenendo finalmente mi esplode fuori.

Mi ripiego sulle ginocchia, le chiavi strette in una mano, l’altra premuta sulla bocca. Non riesco a smettere di tremare. Non riesco a smettere di vedere il braccio dell’uomo cedere sull’asfalto. Non riesco a smettere di sentire l’assassino dirmi cosa mi avrebbe fatto se avessi parlato.

Non dirlo a nessuno.

Ma c’è un uomo morto in un vicolo.

Un uomo vero. Qualcuno con una famiglia. Qualcuno con un nome. Qualcuno che ha usato le ultime forze che aveva per dirmi di scappare.

Stringo gli occhi.

Non so quanto tempo resto lì.

Abbastanza perché il marciapiede mi succhi il freddo attraverso le gambe nude. Abbastanza perché la musica dei locali svanisca dietro il sangue che mi rimbomba nelle orecchie. Abbastanza perché le lacrime sulle guance si asciughino, e poi ricomincino da capo.

«Ehi.»

Una voce taglia la nebbia.

Sobbalzo così forte che la spalla mi sbatte contro la portiera.

Due ragazzi sono fermi a pochi passi, entrambi più o meno della mia età, forse un po’ più grandi. Uno ha in mano un sacchetto da asporto. L’altro ha già il telefono mezzo sollevato, le sopracciglia aggrottate dalla preoccupazione.

«Ehi, ehi», dice quello col sacchetto, alzando le mani. «Scusa. Scusa, non volevamo spaventarti.»

Non riesco a parlare.

Il secondo ragazzo fa un passo avanti, con cautela, come se fossi un animale che potrebbe spaventarsi. «Stai bene?»

Scuoto la testa.

No, non sto bene.

No, niente va bene.

Lo sguardo del ragazzo scende sulle mie mani. Poi sul vestito. Poi sul sangue spalmato sul polso e sull’avambraccio.

La sua faccia cambia.

«Oh mio Dio» dice. «Sta sanguinando.»

Abbasso gli occhi.

Per un secondo non capisco cosa sto guardando. Striature scure sulla pelle. Sotto le unghie. Una macchia vicino all’orlo del vestito, dove devo essermi toccata senza rendermene conto.

Non è mio.

Apro la bocca per dirlo.

Poi l’avvertimento mi piomba addosso di nuovo.

Se lo dici a qualcuno, ti troverò.

Richiudo la bocca.

Il ragazzo con il sacchetto del cibo da asporto si accovaccia davanti a me, non troppo vicino. «Ehi. Riesci a dirci cos’è successo?»

Scuoto di nuovo la testa.

Il suo amico si guarda intorno per la strada, all’improvviso all’erta. «Qualcuno ti ha fatto del male?»

«No» sussurro.

La mia voce sembra lacerata.

Entrambi si immobilizzano.

L’espressione del ragazzo accovacciato si addolcisce. «Va bene. Va bene, è una buona cosa. È una buona cosa. Ti fa male da qualche parte?»

Scuoto la testa.

Voglio dirglielo. Devo dirglielo.

Ma se lui lo scopre?

E se in qualche modo lo sa?

Però qualcuno troverà il corpo. Magari non stanotte, ma prima o poi. Un lavoratore che porta fuori la spazzatura. Un barista che esce dopo la chiusura. Qualcuno. E se scappo, se non dico niente, se faccio finta che non sia successo, allora quell’uomo resta da solo nel buio perché io avevo troppa paura.

Il pensiero mi fa incrinare qualcosa dentro.

Alzo una mano tremante e indico la direzione da cui sono arrivata.

«C’è…» La gola mi si stringe. «C’è qualcuno.»

I ragazzi si scambiano uno sguardo.

«Qualcuno cosa?» chiede quello in piedi.

Deglutisco a fatica, ma è come se avessi del vetro incastrato in gola.

«Qualcuno è morto nel vicolo.»

Silenzio.

Non il silenzio del vicolo. Un altro tipo. Sconvolto. Incredulo.

«Cosa?» dice il ragazzo in piedi.

Indico di nuovo, il braccio che trema così tanto che a malapena riesco a tenerlo su. «Là dietro. Nel vicolo. È… è per terra. C’è tantissimo sangue.»

Il ragazzo accovacciato sbianca. «Okay.»

Il suo amico mi fissa. «È tipo… hai visto qualcuno aggredirlo?»

La voce dell’assassino mi scivola nella memoria.

Bella ragazza.

Ricominciò a piangere.

«Non lo so» mento, e la bugia mi esce così spezzata che quasi non sembra nemmeno una.

Il ragazzo accovacciato si sfila la giacca e me la posa sulle spalle.

Solo allora mi rendo conto di quanto sono esposta. Il mio minuscolo vestitino nero da festa. Braccia nude. Gambe nude. Una spallina che mi scivola giù dalla spalla. Mi stringo la giacca addosso e comincio a tremare più forte, i denti che battono così violentemente che non riesco a fermarli.

«Stai gelando» dice, strofinandomi con cautela le mani su e giù per le braccia. «Va tutto bene. Va tutto bene. Sei al sicuro.»

Al sicuro.

È una parola così sbagliata che quasi mi viene da ridere.

Il suo amico lo guarda. «Vado a controllare.»

Vorrei supplicarlo di non farlo. Vorrei afferrarli entrambi e dirgli di scappare, di andarsene, di non guardare mai dentro quel vicolo. Ma il corpo è lì. L’uomo è lì.

Il ragazzo si allontana di corsa, lanciando un’occhiata indietro una volta prima di sparire dietro l’angolo.

Quello che resta con me continua a strofinarmi le braccia sopra la giacca.

«Come ti chiami?» chiede piano.

Fisso il marciapiede.

Aspetta.

«Mia» sussurro.

«Okay, Mia. Io sono Tyler. Il mio amico è Ben. Ti aiuteremo, va bene?»

Annuisco perché sembra che ne abbia bisogno.

«Vuoi sederti in macchina?»

Stringo più forte le chiavi, poi guardo la portiera. «Non riuscivo a sbloccarla.»

«Va bene. Non preoccuparti di questo adesso.»

Annuisco di nuovo.

Tutto sembra lontano. La voce di Tyler. Il lampione. Il metallo freddo dell’auto contro la mia schiena. Il mio stesso battito.

Poi dei passi schiaffeggiano il marciapiede.

Veloci.

Ben torna da dietro l’angolo.

Ha la faccia bianca.

Non pallida. Bianca.

Quel tipo di bianco che dice che ha visto esattamente quello che ho visto io e passerà il resto della vita a cercare di non ricordarselo.

Tyler si alza a metà. «Ben?»

Ben deglutisce, guardando Tyler, poi me, poi di nuovo Tyler.

Poi tira fuori il telefono con le mani che tremano.

«Chiama il 911, amico» dice, la voce vuota. «Ha ragione.»

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