Capitolo due

Un mese dopo.

Un bussare insistente alla porta mi fece imprecare tra i denti mentre mi tiravo il piumone pesante sopra la testa. Chiunque fosse, era testardo da far schifo. Erano trenta minuti che me ne stavo rintanata sotto le coperte, sperando che si stancasse e se ne andasse al diavolo. Quel rumore stava mandando in frantumi la mia idea di una mattina tranquilla e silenziosa e, alla fine, decisi di aprire e farla finita.

Scesi le scale, scalciando via dal passaggio bottiglie di birra vuote e scatole di pizza mezze mangiate finché non arrivai alla porta d’ingresso.

«Ma che cazzo vuoi…» cominciai, spalancando la porta, ma il resto delle parole mi morì in gola quando vidi chi era. «Zia Carrie!»

«Sophia, tesoro.» Sembrava sforzarsi di tenere il sorriso sulle labbra mentre mi squadrava.

Accanto alla migliore amica di mia madre, io sembravo uno straccio. Il suo cappotto di pelliccia straniera, l’abito costoso e il trucco impeccabile non facevano che mettere in risalto il mio stato pietoso. Arricciò appena il naso mentre mi osservava, e non potevo biasimarla. Non facevo un bagno da tre giorni. O erano cinque? I capelli erano un nido d’uccelli, con una festa intera in corso sulla nuca.

«Sophia…» sussurrò piano, prima di tirarmi a sé.

Sentii un nodo formarsi in gola mentre mi avvolgeva in un abbraccio caldo. Il profumo familiare e il conforto della sua presenza aprirono una crepa nella diga di emozioni che cercavo di tenere a bada.

«Va bene, tesoro. Mi dispiace tanto di non essere potuta venire prima da te», singhiozzò insieme a me.

Il corpo mi tremava, scosso dai singhiozzi, e dopo quella che mi parve un’eternità, alla fine mi calmai.

Quando ci staccammo, gli occhi di zia Carrie erano gonfi e rossi quanto i miei. Il suo sguardo passò in rassegna il soggiorno — o ciò che ne restava. Vestiti sporchi erano sparsi dappertutto, un paio di calzini penzolava dal lampadario, e piatti usati e scatole di cibo vuote erano disseminati ovunque. La sua espressione era un miscuglio di tristezza e preoccupazione.

«Non puoi continuare a vivere così, Soph», disse, guidandomi verso l’unico divano che non fosse sepolto sotto i vestiti. «Non sono potuta venire prima per via della Fashion Week, ma adesso sono qui, e sistemeremo tutto.»

«Che cosa intendi?» chiesi, percependo le parole non dette dietro la sua frase.

«Ho organizzato perché tu vada a vivere da tuo zio acquisito», continuò. «È disposto ad accoglierti e a mantenerti.»

«Cosa?» balzai in piedi come se avessi il sedere in fiamme.

Il fratellastro di mia madre?

Lo stesso uomo che non ci aveva mai riconosciute come famiglia? Lo stesso uomo di cui non sapevo nemmeno che faccia avesse, perché l’avevo visto una sola volta quando avevo… quattro anni? Lo stesso uomo che non si era nemmeno preso la briga di farsi vivo dopo la morte di mia madre?

L’unica famiglia che restava a mia madre, eppure per me non era altro che un perfetto sconosciuto.

Proprio quello zio acquisito?

«Stai scherzando.» Risi senza allegria.

«Soph…» zia Carrie si alzò e mi prese la mano. «Non puoi continuare a vivere qui. Così. Tua madre si rivolterebbe nella tomba se potesse vederti in queste condizioni.»

Le labbra mi tremarono.

Scossi la testa mentre un’ondata di panico mi travolgeva. «Non voglio andare.»

L’espressione di zia Carrie era ferma, ma gentile. «Lo so che è difficile, visto che lo conosci a malapena…»

«A malapena? Io non lo conosco!»

«…ma è la cosa migliore per te. Avrai una casa stabile e la possibilità di ricominciare», proseguì, parlando sopra la mia protesta.

«Non voglio andare!»

«Non posso lasciarti qui da sola. Non più.»

«Allora portami con te.» Mi voltai verso di lei, piena di speranza.

«Lo sai che non posso. Viaggio molto, e tu non avresti mai una vita stabile.» Fece una pausa prima di continuare. «Senti, è questo che tua madre deve aver voluto. Che tu vivessi con l’unica famiglia che le restava. Anche se il loro rapporto era teso, sono sicura che non ti vorrebbe da nessun’altra parte. Con lui vivrai comodamente, e io finalmente potrò stare in pace con me stessa.»

A poco a poco, le sue parole scivolarono nelle crepe del lutto e della solitudine che avevo nel cuore, e sentii la mia determinazione sgretolarsi. Forse era davvero ciò di cui avevo bisogno: un nuovo inizio, la possibilità di lasciarmi il passato alle spalle.

«Va bene», sussurrai infine, mentre un senso di resa mi attraversava.

Il volto di zia Carrie si illuminò in un sorriso caldo. «Questa è la mia ragazza coraggiosa», disse, stringendomi la mano. «Sarai felice di averlo fatto, Sophia. Te lo prometto. Oh, prima che mi dimentichi…» Frugò nella sua borsa Birkin e ne tirò fuori un regalo incartato. «Buon diciannovesimo compleanno, tesoro.»

Fu quella conversazione il motivo per cui, due giorni dopo, me ne stavo davanti a una casa maestosa a circa cinque ore dall’unico posto che avessi mai chiamato casa.

L’edificio sembrava uscito da un film di lusso, e non riuscivo a capacitarmi di quanto fosse sfarzoso. Avvicinandomi all’ingresso, mi accolsero una fontana imponente e un vialetto ampio, fiancheggiato da siepi perfettamente potate e lanterne ornate.

«Miss Brooke. Benvenuta. Sono Jacob, il maggiordomo di casa», mi salutò l’uomo di mezza età.

Un maggiordomo. Sul serio?

Gli rivolsi un cenno educato, e lui mi prese la valigia prima di accompagnarmi all’interno.

Probabilmente sarebbero servite due persone per richiudermi la bocca mentre fissavo l’interno. Mi avvolse un atrio spazioso con un soffitto altissimo, pavimenti di marmo lucido e un lampadario da togliere il fiato. L’arredamento era un equilibrio perfetto tra eleganza moderna e fascino classico: materiali opulenti, texture ricche, e un’attenzione ai dettagli impeccabile.

Non ero certo cresciuta nella povertà, ma quello era il lusso al suo apice.

«Miss Brooke.» Una donna anziana, con indosso un lungo grembiule, mi si avvicinò con un sorriso gentile. «Benvenuta.»

«Ciao», la salutai, ancora stordita da ciò che mi circondava.

«Sono Adaline, la governante. Quando si sarà riposata, le farò fare un giro della casa. O almeno della maggior parte.» Sorrise con calore. «Per ora, la accompagno in camera.»

La testa mi girava ancora mentre salivo la scala a chiocciola che sembrava fatta d’oro puro. Non sapevo nulla di questo mio prozio acquisito, ma una cosa era certa nei tre minuti da quando ero lì: era ricco, ricco da far paura.

«Non di là!» La voce di Adaline mi fermò prima che andassi oltre.

«Perché?» chiesi, cogliendo l’asprezza nel suo tono.

«Quell’ala è interdetta. La sua stanza è da questa parte.» Indicò la direzione opposta e, anche mentre mi guidava verso la mia camera, non riuscivo a staccare gli occhi da quel corridoio, con le domande che mi ronzavano in testa.

«Dov’è mio… zio?» chiesi quando si fermò davanti a una porta.

«La farà chiamare. La cena le verrà portata su a breve.» Sorrise, poi si allontanò.

Scrollai le spalle ed entrai.

C’era un balcone privato.

Saltellai sul letto soffice, che sembrava una nuvola, incapace di liberarmi dalla sensazione che fosse tutto troppo bello per essere vero.

E quasi sempre, quando qualcosa sembra troppo bello per essere vero, lo è.

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