Capitolo tre
Punto di vista di Henry
Me ne stavo fuori, sul balcone, con le mani infilate nelle tasche, a guardare la ragazza dai capelli castani e ricci entrare in casa insieme a James. Non riuscivo a capire perché avessi accettato di farla entrare, per cominciare. Per uno che se ne stava sempre per conto suo, era una mossa irrazionale, e potevo solo sperare che non portasse conseguenze pericolose.
Una telefonata mi strappò ai pensieri e tirai fuori il telefono dalla tasca. «Sì?» risposi.
«Capo. L’abbiamo trovato.»
A quelle parole mi si disegnò sulle labbra un sorriso lento. Mi scrocchiai il collo, poi mi girai e uscii di casa. Lanciai le chiavi al mio autista, scivolai sul sedile posteriore e, nel giro di quindici minuti, stavamo entrando nel parcheggio di uno dei miei magazzini abbandonati.
«Capo!» mi salutò dall’ingresso Tristan, il mio braccio destro e migliore amico.
«Dov’è quello stronzo?» ringhiai mentre avanzavamo a passo deciso dentro l’edificio.
«È qui.» Tristan indicò un uomo legato a una sedia, in mezzo alla stanza.
Un sorriso sinistro mi sfiorò le labbra mentre rallentavo, avvicinandomi a lui come un predatore che chiude la distanza sulla preda. Quando gli fui davanti, notai il sangue che gli copriva il viso. Proprio come piaceva a me.
Gli occhi gli si spalancarono per la paura quando mi vide, guizzando tra Tristan e me. Sapeva di essere in grave pericolo. Bene.
Trascinai una sedia e la piazzai davanti a lui, poi mi sedetti, accavallando una caviglia sul ginocchio. «Ciao, Romano. A quanto pare i miei ragazzi non ti hanno riservato un’accoglienza calorosa», feci schioccare la lingua.
«Capo… per favore, capo…»
Scossi la testa e ridacchiai. «Non è un po’ presto per questo? Sono qui solo per parlare.»
Le mie parole gli resero il viso ancora più pallido. Mi conosceva, ma a quanto pare non abbastanza. Se fosse stato così, non avrebbe fatto la cazzata che ha fatto.
«Allora, Romano.» Gli trascinai un dito lungo il mento. «Ti farò una domanda. Se rispondi correttamente, muori in fretta. Se rispondi male, muori lentamente. Quindi, cosa scegli?»
Gli occhi gli si spalancarono di terrore e io lasciai uscire una risata scura. «Bello vedere che siamo sulla stessa lunghezza d’onda.» Gli schiaffeggiai la guancia e, con calma, mi pulii il sangue dalle dita con il fazzoletto.
Romano deglutì a fatica, gli occhi imploranti di pietà. «Per favore, capo…»
«Non mi dà nemmeno fastidio che tu abbia spifferato la nostra spedizione a Del Rock. Come sai, saremo sempre cinque passi avanti a loro.» Mi fermai, lo sguardo che si induriva. «Mi preoccupa di più il mio denaro.»
Già. Ero riuscito a impedire che la mia spedizione venisse sabotata perché avevo ricevuto informazioni: tra i miei uomini c’era una talpa. Ma non avevo ancora recuperato i soldi che aveva rubato.
«Quindi dimmi.» Inclinai la testa di lato. «Dov’è il mio denaro?»
«Capo, lo giuro, non volevo che succedesse…»
«Risposta sbagliata.» La voce mi si fece più dura. «Hai un’ultima possibilità. Dov’è il mio denaro?»
L’odore acre di urina mi raggiunse le narici e, quando abbassai lo sguardo su Romano, notai la macchia scura sui pantaloni. Se l’era fatta addosso.
Ridicolo.
Alzai un sopracciglio, aspettando la sua risposta. Sapeva bene che non doveva farmi aspettare.
«L’ho usato per…»
Non fece in tempo a finire la frase che Tristan gli sparò.
«Ah, accidenti. Perché l’hai fatto?» sospirai. «Non eri curioso di sapere come ha speso dieci milioni di dollari? Adesso non lo scopriremo mai.»
Mi alzai, e ogni traccia di ironia scomparve dalla mia voce. «Ripulite questo schifo.»
Mentre tornavo alla macchina, mi asciugai il sangue schizzato sulla guancia. La mia vita era una tela di oscurità, dipinta di spietatezza e pericolo. Mi ero abituato alla paura che mi seguiva ovunque. Era una delle poche cose che mi ricordavano che ero ancora vivo.
Ero spietato, pericoloso, capace di cose terribili, e non avevo alcuna intenzione di cambiare. La vita era tranquilla quando nessuno si aspettava niente da te. Non che ci fosse qualcuno a cui importasse, comunque.
L’unica persona a cui un tempo importava era scappata a gambe levate quando ero diventato questo mostro. Facevo quello che volevo, quando volevo. La gente o mi odiava o mi temeva. A volte entrambe le cose.
Ma non era sempre stato così. Io non ero sempre stato così. Non tutti i mostri nascono mostri. A volte è la vita che gli insegna come diventarlo. Ma ormai ero questo, e non c’era modo di tornare indietro.
«Dove andiamo, capo?» chiese il mio autista, lanciandomi un’occhiata nello specchietto retrovisore.
«Alla villa.»
Era stata una giornata lunga e avevo bisogno di staccare. Il telefono vibrò: una risposta al messaggio di prima. Un’ombra di sorriso mi attraversò le labbra mentre lo leggevo.
Arrivammo presto alla villa. Scesi dall’auto ed entrai in casa. Le mie falcate lunghe divorarono la distanza tra l’ingresso e la scalinata. Ignorando i saluti dei dipendenti, mi diressi al piano di sopra.
Quando raggiunsi la sommità delle scale, qualcosa attirò il mio sguardo.
Mi fermai.
Per un istante rimasi semplicemente a fissare la giovane donna in piedi nel corridoio. I suoi capelli castani e indomiti le ricadevano lungo la schiena e i grandi occhi verdi mi guardavano con un’evidente sorpresa. In quegli occhi c’era qualcosa di dolorosamente familiare.
Poi mi colpì.
Somigliava in tutto e per tutto a sua madre.
La mia espressione si indurì.
«Ciao?» disse, incerta.
Mi riscossi dai pensieri e le passai accanto senza rispondere. Non potevo permettermi distrazioni. Non adesso. Mai. Soprattutto non con lei.
Sentivo il suo sguardo seguirmi mentre mi allontanavo, ma mi rifiutai di voltarmi.
«Che cazzo?» ringhiai quando finalmente raggiunsi la mia stanza, irritato dalla mia stessa reazione.
Che diavolo mi era preso?
Era mia nipote.
Mia figliastra-nipote, forse, ma pur sempre famiglia. Ed era proprio per questo che dovevo tenermi a distanza. Avevo già commesso un errore permettendole di entrare in casa mia. Non ne avrei commesso un altro.
