Capitolo quattro

Fissai le pareti bianche della mia stanza, sotto shock. Era passata più di un’ora e ancora non riuscivo a superare la sorpresa.

Di mio zio acquisito avevo solo un ricordo molto vago. Mia madre non l’aveva mai nominato. Non sapevo cosa mi aspettassi venendo qui, ma di certo non questo.

Non c’erano dubbi su chi fosse. Camminava come se il posto gli appartenesse. L’aura autoritaria che gli si sprigionava addosso a ondate bastava a confermarlo.

E lui sarebbe stato mio zio?

Se mai avevo visto un Adone, era quell’uomo. Era il peccato in persona. Doveva essere illegale essere così bello. Doveva.

Capelli neri, spettinati nel modo più dannatamente perfetto, occhi azzurri e penetranti, del colore dell’oceano, una mascella affilata che avrebbe potuto tagliare il vetro, e il fisico di uno che fa colazione a mattoni.

Mi sovrastava: un metro e novantatré circa, braccia muscolose coperte di tatuaggi fin dove riuscivo a vedere. Come diavolo faceva qualcuno a essere così?

Pensare a lui mi faceva formicolare dentro. Tra le gambe mi si accese un pulsare che non avrebbe dovuto nemmeno esistere mentre pensavo a mio zio, ma che diamine, non riuscivo a fermarlo.

Dovevo rivederlo.

Dovevo rivederlo anche solo per assicurarmi che la mia mente non avesse esagerato tutto.

Doveva essere quello.

Nessuno poteva davvero essere così bello.

L’idea aveva senso, così sgusciai fuori dalla stanza e mi diressi verso la parte della casa che era “vietata”.

Sbuffai. Perché era andato proprio di là, se era vietato?

È casa sua, mi ricordò il subconscio.

«Non importa», alzai gli occhi al cielo.

Quel battibecco nella mia testa era solo una distrazione dal battito assordante del cuore. Era tardi, la casa era completamente silenziosa, così mi mossi il più furtivamente possibile.

Cinque minuti dopo mi ero persa nel labirinto di corridoi tutti uguali e gemetti di frustrazione.

Stavo per tornare sui miei passi quando sentii un rumore.

Anzi, un gemito.

Mio zio stava facendo sesso?

Avrei dovuto esserne disgustata. Inorridita. Invece un brivido mi scivolò lungo la schiena e si fermò basso, nel ventre. Prima che potessi impedirmelo, seguii il suono.

Déjà vu, eh? mi schernì il subconscio, ricordandomi quello che era successo un mese prima. La zittii subito e mi avvicinai piano.

La porta era chiusa. Appoggiai l’orecchio contro il legno. Il suono umido della pelle che schiaffeggiava contro altra pelle, mescolato a gemiti e grugniti, mi riempì le orecchie. Serrati le cosce.

Avrei dovuto andarmene.

Non lo feci.

Vinse la curiosità. Girai la maniglia. Si aprì senza fare rumore. Sbirciai dentro.

Mi si spalancarono gli occhi. Quando strinsi le cosce, sentii le mutandine inumidirsi.

Non avevo mai visto due persone fare sesso con i miei occhi. Quella scena era pornografia pura, cruda ed erotica.

La donna era in ginocchio, i polsi legati saldamente dietro la schiena con una cintura. Mio zio Henry la penetrava senza pietà.

Deglutii. Per un attimo mi immaginai esattamente in quella posizione.

Mi si seccò la gola quando Henry si sfilò del tutto, offrendomi una visione nitida del suo cazzo spesso, lucido della sua bagnatura, la punta che stillava liquido preseminale. Poi affondò di nuovo con tanta forza che lo sentii sul mio stesso clitoride.

«Ti piace?» chiese lui, con la voce bassa e roca.

Chiusi gli occhi, immaginando invece me sotto di lui.

L’unica risposta della donna fu un gemito forte. Lui ridacchiò, cupo, e quel suono mi vibrò addosso, dritto attraverso.

Incapace di trattenermi oltre, infilai la mano sotto il vestito e cominciai a far girare le dita attorno al clitoride.

Quando riaprii gli occhi, la donna stava mordendo le lenzuola mentre Henry se la scopava a un ritmo folle.

«Cazzo, sto per venire!» gridò lei.

«Non così presto,» ringhiò Henry, rallentando. Lei lasciò uscire un lamento disperato.

La vista di lui — muscoloso, sudato, il corpo lucido sotto la luce fioca mentre affondava in lei — era quasi troppo. La mia mente non aveva esagerato nemmeno una cosa. Anzi, era persino meglio.

Cazzo.

Non ero mai stata scopata, ma se doveva succedere, la volevo esattamente così.

«Ti prego, Henry,» lo supplicò la donna.

«Ti prego cosa, puttana?» ringhiò lui.

Mi si contrasse tutto dentro, con un bisogno che non avevo mai provato. Solo la sua voce mi faceva rovesciare gli occhi all’indietro.

«Ti prego, fammi venire,» singhiozzò lei.

«È questo che vuoi?»

Accelerai, muovendo le dita più in fretta nel momento in cui lui riprese il ritmo.

«Sì! Sì! Sì!» cantilenò lei, selvaggia e spezzata.

Lui affondò più forte. Dalla sua bocca uscì una raffica di imprecazioni.

«Vieni, puttana,» ordinò.

Nello stesso identico istante, lo stomaco mi si strinse e il mio primo orgasmo mi squarciò in ondate nette, tremanti.

Henry la seguì subito dopo. Si sfilò appena in tempo, e corde di sperma denso e bianco le schizzarono sulla schiena e tra i capelli.

Mi sfuggì un gemito.

Non era abbastanza piccolo.

Gli occhi di Henry, colmi di desiderio, scattarono nella mia direzione.

Mi abbassai e corsi come se ne dipendesse la mia vita, perché era così.

Non so come, ma trovai la mia stanza, sbattei la porta e ci appoggiai la schiena. Avevo il fiato corto. Cercai di calmare il martellare frenetico del cuore.

Merda. Merda. Merda.

Mi coprii il viso con le mani, ma non servì a niente. La paura mi invase… eppure, sotto, quel dolce battito ostinato tra le cosce si rifiutava di svanire.

Aspettai quello che mi parve un tempo infinito, con il cuore in gola, finché finalmente mi concessi di respirare e andai verso il letto.

Mi ci sdraiai mentre una dozzina di pensieri mi giravano in testa.

Forse dovrei scappare.

Mi ha visto davvero?

Mi sono abbassata così in fretta. Forse no.

Dev’essere così.

Ho invaso la sua privacy. Se mi avesse vista, non avrebbe esitato a buttare fuori me e le mie cose. Non mi ha vista.

Mi aggrappai a quel pensiero finché non mi cullò nel sonno. La mattina dopo mi svegliai ancora bagnata per il sogno più erotico che avessi mai fatto.

Avevo ancora la mente annebbiata quando bussarono alla porta.

«Sì?» chiamai.

Adaline la aprì. A differenza di ieri, non aveva alcun sorriso sul viso.

«Credo che tu abbia riposato bene stanotte,» disse. Non era una domanda.

Annuii lo stesso.

Poi sganciò la bomba che mi fece desiderare che il pavimento si aprisse per inghiottirmi.

«Tuo zio ti ha mandato a chiamare.»

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