Capitolo cinque

Mi si spalancarono gli occhi e le mani mi diventarono sudate, appiccicose.

«P-perché?» balbettai.

Lei scrollò le spalle, con un’espressione che non lasciava trapelare nulla. «Preparati e raggiungimi di sotto tra dieci minuti», disse, poi richiuse la porta di scatto, lasciandomi sola con i pensieri che mi vorticavano in testa.

«Merda. Merda. Merda.» imprecai a bassa voce e mi seppellii il viso tra le mani, cercando disperatamente una via d’uscita.

Il respiro mi usciva a colpi brevi e superficiali. Ero a un soffio da un attacco di panico.

«Respira, Sophia», mi dissi, costringendomi a far entrare l’aria lentamente nei polmoni.

Non è niente di grave.

Non mi ha vista.

Probabilmente vuole solo incontrarmi come si deve. Adaline aveva detto che prima o poi mi avrebbe fatto chiamare.

Doveva essere quello.

Mi aggrappai a quella bugia e mi trascinai in bagno, senza voler fare tardi e peggiorare le cose. Feci la doccia più veloce della mia vita, ignorando l’enorme vasca da bagno che mi aveva affascinata fin dal mio arrivo.

Lasciai i capelli sciolti ad asciugare all’aria e mi infilai una canottiera e dei pantaloni della tuta.

Poi mi fermai.

Che cosa ci si metteva, esattamente, per incontrare ufficialmente il proprio zio da togliere il fiato?

Rabbrividii al pensiero, ma all’improvviso il mio outfit trasandato mi sembrò sbagliato. Mi cambiai, mettendo jeans e un top corto, chiedendomi vagamente perché stessi facendo qualsiasi sforzo.

Comunque questo look mi piaceva di più, quindi rimasi così.

Uscii dalla stanza e mi avviai al piano di sotto, guardandomi intorno in cerca di Adaline. Dovevo chiamarla? Assolutamente no.

«Sophia!»

Mi voltai così in fretta che sentii un lieve crack al collo.

«Cristo, Adaline!» mi portai una mano al petto, sul cuore impazzito.

«Sembri nervosa.» Inclinò la testa; nei suoi occhi guizzò un misto di preoccupazione e qualcos’altro che non riuscii a decifrare.

«Io… non ti avevo sentita arrivare», dissi, in imbarazzo.

«Scusa se ti ho spaventata. Tuo zio ti aspetta.» Il suo sorriso era tirato mentre si voltava e mi guidava più a fondo nella casa.

Attraversammo un altro labirinto di corridoi identici, fiancheggiati da porte senza fine, e fu chiaro che quel posto era ancora più grande di quanto avessi capito. Alla fine ci fermammo davanti a una pesante porta di legno.

Adaline bussò una volta.

Una voce bassa e ruvida ci invitò a entrare. Lei spinse la porta e la aprì.

In quella casa tutto urlava ricchezza, e lo studio non faceva eccezione. Librerie a tutta parete, in legno scuro e pregiato, rivestivano i muri, stipate di classici rilegati in pelle, volumi rari e narrativa contemporanea. In un angolo c’era un angolo lettura con poltrone di velluto. Le tende erano tirate, ma la luce calda di diverse lampade diffondeva un bagliore dorato e morbido. L’aria sapeva di libri antichi, cera per legno e un lieve sentore di vaniglia.

In fondo alla stanza c’era una scrivania nera, elegante, a mezzaluna. Dietro, sedeva mio zio, che mi osservava con occhi scuri e indecifrabili, tanto da mozzarmi il respiro.

«Lasciaci», disse, senza distogliere lo sguardo da me.

La sua voce era profonda e piena, come miele caldo, ma con un taglio d’acciaio che mi scivolò dritto lungo la schiena e si posò tra le gambe.

Ero così persa in quegli occhi azzurri e penetranti che a malapena registrai la porta che si apriva e si richiudeva alle mie spalle. La temperatura nella stanza sembrò calare. Un brivido mi attraversò quando capii che eravamo completamente soli.

«Vieni qui.»

L’ordine era carico di puro potere e dominio. Qualcuno l’avrebbe chiamato arroganza. Esitai, i piedi piantati sul pavimento, ma c’era qualcosa nel suo sguardo che mi tirò in avanti. Il cuore mi martellava contro le costole quando mi fermai a pochi passi dalla scrivania.

Si alzò. Le sue gambe lunghe colmarono la distanza tra noi finché non mi fu addosso, a un soffio. La sua presenza mi travolse in onde pesanti, quasi costringendomi in ginocchio.

«Guardami.»

Deglutii a fatica e sollevai lentamente il mento, finché non rimasi intrappolata nel blu profondo dei suoi occhi. Mi tenevano immobile.

«Quanti anni hai?»

«Di-diciannove», balbettai.

Complimenti, Sophia. Proprio disinvolta.

«Una fottuta bambina», borbottò tra sé.

Mi ribollì il sangue.

«Non sono una bambina!» scattai.

«Certo che ha il fottuto caratteraccio di sua madre.»

Quello fu troppo.

«Non parlare di mia madre! Non ti è mai importato di lei. Di noi!» Le parole mi uscirono di getto, e lacrime roventi mi punsero gli occhi.

«Adesso ti sto mettendo un tetto sopra la testa, o no?» ribatté, con voce piatta.

«Non vivrò alla tua mercé», dissi tra i denti.

Era irritante quanto era bello.

«Già. Oppure puoi vivere per strada e diventare una troia», disse con noncuranza.

Sussultai. «Vaffanculo!»

Le parole mi erano appena uscite di bocca quando la sua mano scattò e mi afferrò il mento. Forte.

«Ascolta, principessina», disse, gli occhi che si scurivano fin quasi al nero. «È meglio che controlli quella bocca, o non ti piacerà quello che ci farò.»

La paura mi si strinse nello stomaco. Se avesse premuto ancora, forse mi avrebbe davvero spezzato la mandibola. Eppure sostenni il suo sguardo e mi rifiutai di abbassarlo.

Alla fine mi lasciò andare. Mi asciugai le lacrime con rabbia col dorso della mano e strinsi i pugni lungo i fianchi.

«In questa casa ci sono delle regole», disse, la voce bassa e dura. «Non parlerai con nessuno dei miei ospiti. Non andrai oltre le aree che ti sono state assegnate. Non verrai mai da me, a meno che non ti faccia chiamare io, in modo specifico. Tutti i pasti li consumerai in sala da pranzo. Non uscirai di casa senza informare qualcuno di dove ti trovi. E infine, non entrerai mai nel mio spazio personale. Sono stato chiaro?»

«Ne hai dimenticata una», ribattei. «Devo chiederti il permesso per respirare.»

Non avevo idea da dove mi fosse venuta quella sfida improvvisa. Quell’uomo era costruito come un muro, e tutto in lui urlava non mettermi alla prova.

«Sono stato chiaro?» ripeté, e l’avvertimento nel tono era inequivocabile.

«Certo», riuscii a dire a forza.

«Ora fuori.» Si voltò e tornò alla sua sedia.

Lo fissai, stordita da tanta maleducazione.

«Sono sicuro che non sei sorda», disse piano, con una minaccia netta sotto le parole.

Ingoiai tutto il resto che avrei voluto dirgli e uscii dallo studio come una furia. Era uno stronzo arrogante e senza cuore, e già mi pentivo di essere venuta lì.

Ero furiosa per come mi aveva parlato… eppure non riuscivo a fermare il battito rabbioso del mio cuore.

Un’ultima occhiata alla porta chiusa, e capii che ero nei guai.

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