Capitolo 5
Punto di vista di Olivia
Il taxi stridette fermandosi di colpo, strappandomi dalla trance alimentata dall’ansia. Sbircai dal finestrino l’hotel svettante: la facciata lucida mi fece sentire più piccola del solito.
«È sicura che sia il posto giusto, signorina?» chiese il tassista, scrutando l’edificio con aria scettica.
Deglutii. «Dio, spero di no.»
Eppure non c’era da sbagliarsi. Il Regal Plaza Hotel si ergeva davanti a me in tutto il suo splendore sfarzoso, come strappato di peso da un set cinematografico. Il che, a pensarci, era perfettamente appropriato, visto che ero lì per incontrare un produttore cinematografico miliardario.
Pagai la corsa e aggiunsi una mancia generosa perché, diciamocelo, dopo il disastro di quella sera potrei anche non vedere mai più un euro che non sia già destinato a sopravvivere.
Entrai in ascensore, tentando di incarnare una starlette di Hollywood. Quando incrociai il mio riflesso, mi venne da rabbrividire. Il trucco mi si era sciolto per il nervosismo e una ciocca ribelle era sfuggita dallo chignon. Le porte si aprirono e uscii in un corridoio. Seguii i cartelli verso il ristorante, con il cuore che martellava abbastanza forte da farsi sentire dagli altri.
Mi avvicinai all’ingresso, dove un maître impettito mi squadrò come se indossassi un sacco di patate. «Ha una prenotazione?» domandò, con un tono che lasciava intendere che conoscesse già la risposta.
«Io, ehm, devo incontrare qualcuno», balbettai. «Christopher Wallace?»
«Il signor Wallace? Ma certo. Da questa parte, signora.»
Mi guidò attraverso la sala, zigzagando tra tavoli occupati da persone che sembravano possedere piccoli Stati.
Quando ci avvicinammo a un tavolo appartato in un angolo, scorsi Christopher Wallace e mi si mozzò il respiro. Era… non quello che mi aspettavo. Invece di un produttore anziano e impettito, davanti a me c’era un uomo che pareva uscito da una rivista di moda. I capelli scuri erano perfettamente sistemati in un taglio moderno, e l’abito su misura color antracite costava più di tutto il mio guardaroba. Non poteva essere molto più grande di poco più di trent’anni. Per un istante mi dimenticai come si respirasse, figurarsi come si parlasse.
I nostri sguardi si incrociarono e sentii un sobbalzo inatteso. C’era qualcosa di magnetico in lui, un’aura di potere e sicurezza che mi fece cedere le ginocchia. Maledissi in silenzio i miei ormoni per aver scelto il momento peggiore possibile per impazzire.
«Prego, si accomodi», disse, con una voce da baritono piena e calda.
Mi lasciai cadere sulla sedia di fronte a lui, cercando di sembrare aggraziata e fallendo miseramente.
«Allora, tu saresti la “cutie pie”?»
Sbatté le palpebre, confusa. «Come, scusi?»
«Sei Cutiepie69, no?»
«Oh! Ehm, sì?» stridetti, senza avere la minima idea di che cosa stessi accettando. La mente mi corse all’impazzata, tentando di capire se fosse una specie di codice hollywoodiano che avrei dovuto conoscere.
«Hm. Sei piuttosto diversa dalle tue foto.»
Foto? Quali foto? Thomas gli aveva mandato i miei headshot? E, se era così, perché all’improvviso avevo un nome utente che sembrava quello di una gamer adolescente?
Christopher non colse la mia confusione. Si sporse in avanti come per confidarmi un segreto, abbassando la voce. «Allora, conosci le regole per essere una mantenuta?»
Una mantenuta? UNA MANTENUTA? Questa non era l’audizione per cui mi ero presentata.
Ma proprio mentre aprivo bocca per correggerlo, una vocina nella testa sussurrò: “Aspetta un attimo, Olivia. E se questo assurdo malinteso potesse davvero portare a qualcosa? Se, assecondandolo, si aprissero delle porte nel mondo della recitazione?” Mi morsi il labbro, combattuta tra mettere le cose in chiaro e vedere dove mi avrebbe portato quella situazione così strana.
Così, invece di sputare fuori la verità, dissi: «Potresti… rinfrescarmi la memoria su quelle regole? Solo per essere sicura che siamo sulla stessa lunghezza d’onda.»
«Ma certo, tesoro. È sempre bene stabilire aspettative chiare.» Si sporse verso di me, sussurrando con un’aria cospiratoria ma autoritaria. «Ora, presta attenzione, perché non mi ripeterò.»
Annuii, cercando di tenere il viso neutro mentre il cuore mi martellava.
«Va bene, dolcezza, ecco come funziona. In privato mi chiami “papà”, ma in pubblico sono il signor Wallace. Nessuna eccezione. Ti coprirò di regali: vestiti firmati, cene eleganti, magari perfino un’auto se fai la brava. Però ricordati una cosa: sei un ornamento al mio braccio prima di tutto, una compagna dopo. Quando siamo fuori, ridi alle mie battute, pendi dalle mie labbra e mi fai fare bella figura.
«Ora, le cose da camera da letto. Mi piacciono… spinte. Magari un po’ di bondage leggero, se ti va. Spero tu sia flessibile — e lo intendo sia in senso figurato sia letterale. Voglio che tu sia una partecipante desiderosa, entusiasta, a letto. Niente freni. Mi aspetto che tu tenga il mio ritmo — magari che tu spinga persino un po’ i limiti. Mi piace un po’ di pepe. Sculacciarti quel bel sedere, un po’ di sesso duro… Voglio che tu sia esplicita, che mi faccia capire quando ti piace. Non trattenere i gemiti e i mugolii.
«Mi occuperò io di te dal punto di vista economico, ma non diventare avida. Se chiedi troppo, sei fuori. E un’altra cosa: la discrezione è fondamentale. Niente chiacchiere con le amiche, niente post sui social riguardo al nostro accordo. Agli occhi del mondo, sei solo la mia fidanzata molto fortunata, che io vizio perché sono un tipo generoso.
«Allora, domande, o ordiniamo lo champagne e chiudiamo l’affare?»
Rimasi a bocca aperta, cercando di assorbire quell’ondata di dettagli. La mente mi correva tra l’impulso di scappare urlando dal ristorante e la disperata necessità di salvare quel disastro.
«Io, eh…» balbettai, guadagnando tempo. «È… piuttosto dettagliato.»
«Troppo per te? Credevo avessi esperienza in questo genere di cose.»
Deglutii a fatica. «Oh, no! Assolutamente. È solo che… dal vivo sei molto più… impressionante.»
Sorrise di sbieco, evidentemente compiaciuto di sé. «Be’, è per questo che io sono il papà, giusto?»
Mi costrinsi a ridere, pregando che non suonasse isterico quanto mi sentivo. «Giusto! Certo… papà.» La parola mi sembrò estranea, come se non appartenesse alla mia bocca.
Le dita di Christopher sfioravano il bordo del flute di champagne, e i suoi occhi non lasciavano mai i miei. Mi sentivo come un cervo abbagliato dai fari, solo che quei fari erano montati su un’auto costosissima e molto bella, pronta a investirmi.
«Allora, tesoro,» fece lui con voce vellutata. «Andiamo da qualche parte più… privata?»
Eccolo. Il momento della verità. La parte in cui avrei dovuto alzarmi, buttargli il drink in faccia e andarmene a testa alta, con la dignità intatta.
Invece dissi: «Fai strada… papà.»
Ma che. Cazzo. Sto. Facendo.
Quando ci alzammo, il mio cervello mi urlò contro. «Olivia! Che stai facendo? Non è così che ti procuri una parte!»
Ma un’altra parte di me sussurrò: «Forse è l’occasione. Assecondalo, e magari più tardi tirerà fuori il film.»
Così lo lasciai guidarmi verso l’ascensore, mentre nella mia testa coscienza e ambizioni di carriera se le davano di santa ragione. E intanto notavo quanto profumasse, e com’era la sua mano posata sulla curva della mia schiena.
Ero nei guai?
