Capitolo 2
Punto di vista di Derek
Mio padre si alzò in piedi quando entrai nel suo studio.
Quella sì che era una novità.
Di solito mi lanciava un’occhiata sopra qualunque cosa stesse leggendo e mi chiedeva perché fossi in ritardo.
«Derek.» Fece il giro della scrivania e mi strinse la mano, mentre con l’altra mi posava per un attimo la mano sulla spalla. «È bello averti di nuovo qui.»
«Potevi dirmelo al telefono. Mi risparmiavi un volo.»
«E perdere l’occasione di averti nel mio ufficio senza poter dare la colpa al fuso orario?»
Risi e presi la sedia dall’altra parte della scrivania.
Dopo l’atterraggio ero passato dall’ufficio di Boston della Frontier Capital. Quella che avrebbe dovuto essere una visita veloce si era trasformata in due ore di presentazioni, domande e gente che voleva “solo cinque minuti”. Quando arrivai a casa dei miei, mi ero allentato la cravatta e avevo rinunciato all’idea di dormire un po’ prima di cena.
Papà prese un rapporto dalla scrivania.
«Ho passato in rassegna i tuoi numeri di Londra.»
«Tutti?»
«Abbastanza.»
Aspettai la parte in cui mi avrebbe spiegato cosa avrei dovuto fare diversamente.
Invece appoggiò il rapporto.
«Hai fatto un buon lavoro.»
Lo guardai.
«Cerca di non sembrare così sorpreso» disse.
«Me la stai rendendo difficile.»
«Sono serio. Mettere in piedi una società è un conto. Farla crescere quando i soldi facili finiscono richiede giudizio. Hai dimostrato di averlo.»
Mi appoggiai allo schienale, facendo scorrere il pollice lungo il bracciolo della sedia.
Per più di due anni avevo preso decisioni senza controllare cosa ne pensasse mio padre. Avevo assunto la mia gente, corso i miei rischi e pagato le conseguenze.
A quanto pare, volevo ancora sentirgli dire che avevo fatto qualcosa nel modo giusto.
«Grazie» dissi.
Lui annuì, accettando la parola senza costringermi a restarci dentro.
«Adesso voglio vedere cosa fai qui. Conosci questo mercato. Hai l’esperienza che non avevi quando te ne sei andato. Tirane fuori qualcosa.»
«È il piano.»
«Bene. E se ti serve un’introduzione, chiedi. Non devi rifiutare ogni vantaggio solo per dimostrare che ce la fai.»
«Dipende dall’introduzione.»
Un angolo della sua bocca ebbe un guizzo. «Ancora difficile, allora.»
«Sei tu che mi hai invitato a tornare.»
Un colpo alla porta ci interruppe prima che potesse rispondere.
Mia madre aprì, ci guardò un istante e sospirò.
«Siete a casa da neanche venti minuti.»
«Ha cominciato lui» dissi.
«Certo che ha cominciato lui.» Attraversò la stanza e mi baciò la guancia. «Fammi guardare.»
«Sto bene, mamma.»
«Sembri stanco.»
«Ero su un aereo.»
«Allora vieni a sederti da qualche parte che non abbia una scrivania.»
Mi prese sottobraccio, e papà ci lasciò andare.
Nel salottino mi chiese del volo, del mio appartamento a Londra e se stessi mangiando come si deve. Risposi a quasi tutto mentre lei versava un caffè di cui non avevo bisogno.
«Dovresti restare a cena» disse.
Prima che potessi rispondere, il telefono iniziò a squillare.
Thomas.
Rifiutai la chiamata.
Squillò di nuovo.
Mamma lanciò un’occhiata allo schermo. «Immagino tu abbia già dei programmi.»
«A quanto pare.»
Risposi. «Che c’è?»
«Prego» disse Thomas.
«Per cosa?»
«Per averti organizzato la serata. Sette e mezza. Ti do io da mangiare, quindi non cenare prima.»
«Non ti ho chiesto di organizzare un bel niente.»
«È questo che fa di me un amico così bravo.»
Thomas aveva prenotato una saletta privata in un ristorante, scelta che sarebbe stata ragionevole se si fosse ricordato quanta gente aveva invitato.
«Spostati» gli disse Daniel quando entrai. «Hai l’unica sedia libera sepolta sotto il tuo cappotto.»
«Quello è il posto di Derek.»
«E allora dove dovrebbe appoggiare il culo Derek?»
Presi il cappotto, lo lasciai cadere in grembo a Thomas e mi sedetti.
«Ecco. Risolto. Come fate voi due a superare una giornata senza di me?»
«Male» disse Thomas, porgendomi un drink. «Avresti dovuto vederlo mentre cercava di ordinare il vino.»
Daniel mi spinse un menù verso di me. «Ha chiesto al cameriere quale bottiglia sembrasse la più costosa.»
«E ci hanno fatto un’ottima raccomandazione.»
Presi un sorso e sentii che cominciavo a rilassarmi.
Ci furono altre strette di mano, un paio di lamentele per quanto tempo ero stato via e una discussione sul fatto che avessi sviluppato o no un accento. Quando arrivò il cibo, Thomas mi aveva già fatto pronunciare tre parole diverse per fare un confronto.
«Deludente,» decretò. «Speravo di poterti prendere in giro.»
«Mi sembra che tu ci riesca lo stesso.»
«Con pochissimo materiale, però.»
Per un po’ fu facile.
Nessuno aveva bisogno che prendessi una decisione. Nessuno mi scrutava la faccia per capire com’era andata una riunione. Mangiai, ascoltai e mi rimisi al passo con tutto ciò che, a quanto pareva, non si poteva spiegare in un messaggio.
A metà cena, qualcuno chiese dei piani di Frontier per Boston. Parlammo di lavoro finché Thomas non minacciò di farci pagare una consulenza, poi passammo oltre.
Controllai il telefono una volta, quando vibrò.
Un’email da Londra.
Lo posai a faccia in giù accanto al piatto.
«Assolutamente no,» disse Thomas.
«Non ho fatto niente.»
«Conosco quello sguardo. Stai per dire che devi fare una chiamata al volo e poi non ti vedremo per altri due anni.»
«È un’email.»
«Peggio ancora. Quelle si moltiplicano.»
Lasciai il telefono dov’era.
Verso le nove e mezza la conversazione si era fatta più rumorosa e io cominciavo a sentire addosso il volo. Thomas stava cercando di ordinare altri drink quando spinsi indietro la sedia.
«Io ho finito.»
«Hai appena iniziato.»
«Dovrai sopravvivere al resto della serata senza di me.»
Daniel mi guardò una volta e spostò il bicchiere fuori dalla portata di Thomas. «Lascialo andare. Sembra uno che potrebbe addormentarsi in piedi.»
Thomas si lamentò, ma si alzò per accompagnarmi fuori.
Alla porta mi porse il cappotto.
«Lo rifacciamo quando sarai meno inutile.»
«Mettilo per iscritto. Farò rivedere le condizioni a qualcuno.»
Mi diede una spinta sulla spalla. «Fuori.»
«Beacon Hill?» chiese l’autista.
Esitai con una mano sulla portiera aperta.
Potevo tornare a casa dei miei. Mia madre ne sarebbe stata felice, e ci sarebbe stato un letto pronto prima ancora che arrivassi.
Ma avevo una casa mia.
«Sì.»
Salii e mi allentai la cravatta.
Eleanor sarebbe stata lì.
Non l’avevo chiamata. Tra l’ufficio, i miei genitori e la cena, avevo lasciato scorrere la giornata senza decidere cosa dire.
Ora stavo andando da lei e non avevo ancora deciso.
Non eravamo mai stati bravi nelle parti casuali dell’essere sposati. Una telefonata senza un motivo. Una conversazione che non diventasse imbarazzante nel momento in cui non restava più nulla di pratico da discutere.
La distanza aveva reso tutto più semplice. Io potevo lavorare. Lei poteva vivere la sua vita. Nessuno dei due doveva continuare a sforzarsi di far sembrare un accordo qualcosa di diverso.
Era questo che mi ero detto quando ero partito.
Abbassai lo sguardo sulla fede e la feci girare una volta con il pollice.
I tre anni erano quasi finiti.
Prima o poi, avremmo dovuto parlarne.
Solo non stasera. Ero stanco, avevo bevuto un paio di bicchieri e non c’era motivo di trasformare la mia prima notte di ritorno in una conversazione che nessuno dei due avrebbe gradito.
L’auto rallentò davanti alla casa a schiera.
Al piano di sopra c’era una luce accesa.
Ringraziai l’autista, presi la borsa e entrai.
Anche la luce del corridoio era accesa. La borsa di Eleanor era sul tavolino consolle, il cappotto appeso lì vicino.
Posai le chiavi accanto alle sue.
Per un secondo rimasi a guardare i due mazzi insieme. Poi presi la borsa e salii.
La porta della camera era chiusa.
Abbassai la maniglia e la spinsi.
La lampada sul comodino era accesa, le coperte ripiegate da un lato. Oltre il letto, dalla porta aperta del bagno filtrava una lama di luce.
La doccia era in funzione.
Mi fermai con la mano ancora sulla porta della camera.
Attraverso il vetro appannato dal vapore, vedevo Eleanor sotto l’acqua, le braccia sollevate mentre si spingeva indietro i capelli bagnati.
