Capitolo 2
Cheska
L’aria nel corridoio sembrò risucchiata via, come se la casa avesse trattenuto il respiro. La pelle mi si gelò. Rimasi immobile, il cuore che martellava contro le costole con una forza tale da farmi male davvero. Avrei voluto che il pavimento si spaccasse e mi inghiottisse intera.
«Cheska?»
La voce di Kier arrivò dalle scale, leggera e curiosa. Si avvicinò a passi morbidi, il viso disteso in un sorriso disinvolto. Non ne aveva la minima idea. Non vedeva l’elettricità che vibrava nello spazio angusto tra me e l’uomo che gli stava davanti.
«Tesoro, lui è il mio patrigno, Damian Delmar» disse Kier, allungando una mano per infilarmi una ciocca di capelli dietro l’orecchio. Il suo tocco mi sembrò ghiaccio. «Papà, lei è Cheska. È la mia… migliore amica.»
Il mondo si azzittì. La parola patrigno rimbombò nel mio cranio, ancora e ancora, come per schernirmi.
Damian Delmar.
L’uomo del bar. Lo sconosciuto dalle mani ruvide e dagli occhi scuri, consapevoli. L’uomo che avevo spinto contro un muro di mattoni e baciato come se dalla cosa dipendesse la mia vita, appena dodici ore prima.
Lo fissai, il respiro che mi si impigliava in gola. Aspettai che sgranasse gli occhi. Aspettai che spiegasse. Ma Damian si limitò a inclinare appena la testa. Un sorriso lento, esasperante, gli tirò l’angolo della bocca. Era tranquillo. Era pericoloso.
Lo stomaco mi si rivoltò piano, nauseata. Non avrebbe detto niente. Mi avrebbe lasciata affogare.
«Ciao, Cheska» disse.
La sua voce era un ringhio basso, morbido come un bourbon costoso. Mi scivolò un brivido lungo la schiena che non aveva nulla a che fare con la paura. Si comportava come se fossimo due estranei al primo incontro, ma i suoi occhi rimasero sui miei un secondo di troppo. Si stava ricordando il mio sapore. Lo sapevo.
«Ciao» riuscii a sussurrare. La mia voce era sottile, quasi inesistente. Le ginocchia mi sembravano acqua.
«Scusa, papà» intervenne Kier, lasciandosi sfuggire una risata forzata. Mi si avvicinò di più, ignaro. «Abbiamo fatto tardi. Credo che la tequila stia ancora parlando per lei. Non è ancora del tutto sveglia.»
Guardai Kier, tentando di forzare un sorriso, ma il viso mi sembrava di pietra. Avrei voluto urlare. Avrei voluto scappare.
«Devo andare» sbottai. Non aspettai risposta. Non guardai la faccia confusa di Kier né lo sguardo ardente di Damian. Mi voltai sui tacchi e fuggii.
Per poco non inciampai nei miei stessi piedi mentre mi precipitavo fuori di casa. L’aria del mattino era pungente, ma la pelle mi bruciava. Camminai in fretta, i polmoni che pungevano a ogni respiro. La mente era un caos di ricordi. Kier mi aveva parlato del suo patrigno, prima. Mi aveva raccontato di come sua madre se ne fosse andata e di come Damian fosse rimasto a crescerlo. Ne parlava come se fosse un santo.
Non era un santo. Io sapevo di che sapore fosse. Sapevo come si sentivano le sue mani sulla mia vita.
Un’auto nera accostò all’improvviso accanto a me, le gomme che scricchiolavano sulla ghiaia. Il finestrino oscurato si abbassò, e sentii il cuore sprofondare ancora di più. Mio fratello, Calix, mi fissava. Non gli servì dire una parola. La delusione era scolpita nella linea dura della sua mascella.
«Sali in macchina» disse. La sua voce era gelida.
Salii sul sedile del passeggero senza opporre resistenza. Per diversi minuti l’unico suono fu il ronzio del motore e il fragore del sangue nelle orecchie.
«Cheska, smettila con queste stronzate», disse infine Calix. Strinse il volante finché le nocche non gli sbiancarono. «Non puoi continuare così. Lo sappiamo. Perdere la mamma ti ha distrutta. Ha distrutto tutti noi. Ma tornare a casa all’alba, con l’odore di un bar addosso? Sei meglio di questo.»
Mi strinsi le ginocchia, le unghie che affondavano nel denim. La predica. Di nuovo.
«Sul serio?» mi scappò una risata secca, spezzata. Mi bruciavano gli occhi. «Ho ventitré anni, Calix. So badare a me stessa. Ma tu? A te piace fare il martire. Il figlio perfetto, responsabile. È patetico.»
Deglutì, la gola che si muoveva mentre lottava per tenere a freno il nervoso. «Non riguarda me.»
«Ah no?» sbottai, la rabbia che finalmente tracimava. «Tu sei il figlio d’oro. Io sono il disastro. Quella che mette in imbarazzo il nome della famiglia. È questo il copione, no?»
«Non è vero», disse piano, ma nei suoi occhi vidi la ferita. «Voglio solo che tu stia bene.»
Guardai fuori dal finestrino, gli alberi che diventavano una striscia confusa di verde. Ero così stanca. Stanca del senso di colpa, stanca del lutto e, adesso, terrorizzata dal fuoco nero che avevo acceso con un uomo che era severamente off-limits.
Chiusi gli occhi, ma tutto ciò che vedevo era il sorriso di Damian.
«Lo so», sussurrai.
Quelle parole sembravano sottili e fragili nello spazio ristretto dell’auto. Abbassai lo sguardo sulle mani, a tirare un filo lento dei miei jeans perché non riuscivo a guardarlo.
«Ho solo bisogno che tu e Papa mi vediate. Me, davvero. Non la versione di me che state piangendo.»
Il silenzio si posò su di noi, denso e soffocante. L’unico suono fu l’improvviso tamburellare violento della pioggia sul parabrezza. Forte, ritmico, pesante. Ogni goccia sembrava un ricordo di Mama. Quasi sentivo la sua voce tagliare la tensione, rimproverarci per come litigavamo, come faceva sempre. Ma non era più qui a fare da paciere. Adesso, la nostra rabbia restava lì in mezzo a noi, viva e senza freni.
Mio fratello aveva ragione. Quando è morta, si è portata via con sé la vecchia Cheska. Quella ragazza era luminosa, piena di ambizione. Aveva dei progetti. Questa nuova versione di me è un fantasma. Non ho scelto di essere così, ma è più facile affogare il dolore in un bicchiere di liquido ambrato. È più facile fingere di stare bene e lasciare che il mondo si sfoci finché non sento più la fitta nel petto.
«Scusa, Calix», borbottai.
Passai il pollice sotto l’occhio, catturando una lacrima vagante prima che potesse vederla. Sono stanca di essere la ragazza che piange.
«Non lo pensavo.»
Lui sospirò, un suono lungo che portava addosso il peso di tutto ciò che non stavamo dicendo. Allungò una mano e mi sfiorò la spalla, un tocco breve ma capace di tenermi ancorata.
«Va bene», disse piano. «Ci sono io. Andiamo a casa. Papa ci sta cercando.»
Annuii e mi costrinsi a un sorriso che non arrivò agli occhi. Era come se avessi piombo nei polmoni. Fuori, la pioggia trasformava il mondo in una sbavatura grigia, in sintonia con il caos dentro di me.
Ma mentre l’auto ripartiva, la mia mente non era su mio padre o sul mio lutto. Era sul ricordo della notte scorsa. Continuavo a vedere il suo volto. Damian Delmar.
Doveva essere uno sconosciuto. Solo un uomo in un bar, con occhi scuri e mani che per qualche ora mi avevano fatto dimenticare persino il mio nome. Credevo di poter voltare le spalle a quel calore, e invece adesso il solo pensiero di lui bruciava. Sentivo ancora il modo in cui mi aveva guardata, come se potesse vedere attraverso ogni bugia che mi sono raccontata.
Non so come farò a respirare la prossima volta che i nostri sguardi si incroceranno.
