Capitolo 4

Cheska

Quest’anno scolastico è un incidente d’auto al rallentatore.

Prima c’è stato Damian e il caldo soffocante di quel bar. Poi Mr. Serrano e la minaccia dei miei voti che mi scivolavano tra le dita. Adesso il nuovo preside sembra scelto apposta dai gironi più profondi dell’inferno solo per rovinarmi la vita.

Cammino in corridoio come un fantasma. Non vedo nemmeno gli altri studenti finché non vado a sbattere con forza contro qualcosa di solido.

«Cheska!»

Alzo lo sguardo e vedo Kai. Sta sorridendo e stringe il raccoglitore al petto. Ha abbastanza energia da alimentare tutto l’edificio anche se è tardo pomeriggio.

«Qual è la prossima? Chi è il prof?» mi chiede.

Tiro fuori il telefono dalla borsa, strizzando gli occhi sul calendario digitale. «Precalc. Ma il nome del professore è vuoto.»

Kai si sporge per vedere lo schermo. «Oh, quello è il tipo nuovo. Aula 213, giusto?» Annuisco. Lei si avvicina ancora, abbassando la voce in un sussurro pettegolo. «Ho sentito da un’amica alla terza ora che è una passeggiata. Distribuisce solo schemi di Sudoku e lascia a tutti il tempo di farsi i fatti propri con gli AirPods. Praticamente è un’ora gratis.»

Un’ondata di sollievo mi attraversa. «Grazie a Dio. Oggi mi serve una vittoria facile.»

«Buona fortuna, tesoro. Io sono in ritardo per letteratura,» dice Kai, dandomi un colpetto sulla fronte con le nocche prima di sparire nella folla.

Mi avvio verso le scale, ma qualcuno mi afferra per un braccio. Mi giro di scatto e trovo Kier. Ha stampata in faccia quella smorfia arrogante, quella che dice che sta sempre combinando qualcosa. Mi getta un braccio pesante sulle spalle, tirandomi contro il suo fianco con tanta forza che inciampo. Prima che io riesca a riprendermi, si china e mi stampa un bacio deciso sulla tempia.

«Ehi, tesoro. Vai a lezione?» chiede.

«Sì,» borbotto, cercando di ignorare il fastidio pungente per quanto mi stringa. «Ah, tra l’altro, il tuo patrigno stamattina mi ha dato un passaggio.»

Kier sbuffa mentre saliamo le scale. «Davvero? Oggi era di un umore di merda. Non so che problema abbia, ma mi sta addosso da colazione.»

Suona la campanella, un suono secco e metallico che riecheggia nei corridoi. Ci affrettiamo verso l’aula 213. Kier mi tiene la porta, un gesto così poco da lui, così insolitamente da gentiluomo, che mi fermo davvero un istante. Da quando gli importano le buone maniere?

L’aula è silenziosa. La maggior parte degli studenti è già curva sui telefoni. Ci sediamo a metà fila e Kier si gira subito a parlare di basket con i ragazzi dietro di noi.

«Buon pomeriggio, ragazzi. Scusate il leggero ritardo,» dice una voce.

Il cuore mi si ferma. Conosco quella voce. Conosco il modo in cui vibra nell’aria.

No. Impossibile.

«Sono Mr. Delmar. Quest’anno sarò il vostro professore di Precalculus,» dice Damian. È in piedi dietro la cattedra, intento a raddrizzare con calma una pila di fogli.

In una camicia elegante e impeccabile è… incredibile; le maniche arrotolate gli scoprono quegli avambracci che ricordo fin troppo bene. Lancio un’occhiata a Kier, ma lui sta ancora ridendo con i suoi amici, completamente ignaro. Gli pianto il gomito nel fianco. Non si muove. Lo colpisco più forte, una gomitata secca che finalmente gli fa scattare la testa verso la cattedra.

«Che c’è?» chiede, irritato.

Io mi limito a indicare.

La mascella di Kier cade. «Ma che cazzo? No. Non. È. Possibile.»

Restiamo entrambi seduti, immobili. Damian alza lo sguardo: i suoi occhi scuri scandagliano l’aula finché non si agganciano ai miei. L’aria all’improvviso sembra rarefatta, come se stesse risucchiando tutto l’ossigeno. Il suo sguardo scivola su Kier, seduto proprio accanto a me, e per un istante vedo la sua espressione indurirsi. Si schiarisce la gola e torna a guardare la cattedra.

La tensione tra loro è così densa che ci si potrebbe soffocare.

«Cominciamo,» dice Damian, con un tono professionale ma teso. «Davanti a voi c’è un fascicolo con dei Sudoku. Avete un’ora. Nessuna fretta.»

L’aula si riempie del fruscio della carta. Cerco lo sguardo di Kier, ma lui fissa il patrigno con un’espressione di pura incredulità.

«Tesoro,» sussurro, spingendogli il foglio. «Fai solo i puzzle. Puoi parlargli dopo.»

«Tsk. Va bene,» brontola Kier, con la faccia che si incupisce.

Passano venti minuti in un vortice di numeri e sguardi muti. Poi, all’improvviso, Kier si alza. Afferra il foglio e marcia fino alla cattedra. Li osservo dal mio posto, col polso che martella. Non sento cosa si dicano, ma il volto di Damian è una maschera di pietra fredda. Kier gesticola in modo furioso, la voce un sibilo basso e rabbioso.

Poi, senza preavviso, Kier si volta e schizza fuori dall’aula.

La porta sbatte alle sue spalle. Damian si lascia sfuggire un lungo, pesante sospiro che sembra riecheggiare la mia stessa stanchezza. Si accascia sulla sedia, con l’aria di un uomo che si porta addosso il peso del mondo.

«Vi restano quaranta minuti» annuncia Damian.

Non alza lo sguardo dai compiti che sta correggendo. Io provo a concentrarmi sulla griglia di numeri davanti a me, ma sento i suoi occhi. Ogni pochi secondi mi sembra che un peso caldo si posi sulla pelle. Mi dico che sono vanitosa. Mi dico che me lo sto immaginando. Eppure l’aria in aula si sta facendo più densa, tanto che mi riesce difficile perfino deglutire.

La campanella suona, secca e improvvisa. Gli studenti si affannano, infilano quaderni nelle borse e si precipitano verso l’uscita. Abbasso lo sguardo sulla pagina mezza vuota e impreco tra i denti.

«Merda. Non ho finito» sussurro.

Aspetto che l’aula si svuoti prima di avvicinarmi alla cattedra. Il cuore mi martella contro le costole come un uccello in gabbia.

«Ehm, Mr. Delmar? Posso portarlo a casa? Non ho finito» chiedo. Mi gratto la nuca, sentendomi minuscola sotto le luci al neon.

Lui si alza lentamente. Si avvicina, invadendo il mio spazio quel tanto che basta a farmi sobbalzare il battito. Un sorriso appena accennato, devastante, gli tira l’angolo della bocca.

«Mi dispiace, Cheska. Non posso permettertelo» dice. Si appoggia al bordo della cattedra e incrocia le braccia. La stoffa della camicia tende sul petto. «Però puoi restare qui e finirlo mentre correggo gli altri. Se ti va.»

Mi lancia un sorrisetto che sembra una sfida. La mente mi si svuota del tutto. Perché deve stare così bene in un’uniforme professionale? Le linee nette del colletto e il modo in cui si tiene mi fanno arrossire la pelle. Per un istante sono di nuovo al bar, con il suo sapore in bocca, il calore della sua lingua contro la mia.

Devo darmi una regolata. È il patrigno di Kier. È il mio professore. È sbagliato. Ma mentre guardo le sue labbra capisco che sono una bugiarda. Voglio stare in questa stanza con lui.

«Davvero? Posso restare? Grazie, signore. Ho davvero bisogno di passare quest’anno» dico, cercando di sembrare normale. Mi siedo al banco davanti, proprio sotto il suo naso, e mi rimetto al lavoro.

Mezz’ora striscia via. Mi restano due pagine quando la porta si spalanca. Mi si gela lo stomaco. Mr. Rivera e Mr. Serrano entrano come se fossero i padroni del posto.

La sacra trinità di uomini che mi odiano è adesso nella stessa stanza.

«Ehi, Damian. Com’è andato il primo giorno?» chiede Rivera.

«Non male» risponde Damian. La voce è vellutata, ma vedo i suoi occhi guizzare verso di me per un microsecondo. «La sto tenendo sul leggero.»

Tengo la testa bassa, fingendo di essere sepolta dal Sudoku, ma sento ogni parola.

«Gli studenti di oggi sono qualcosa di speciale» comincia Rivera, con la voce intrisa di fastidio. «Prima ho incontrato una cheerleader dietro le quinte. Sfrontata. Attaccabrighe. Nessun rispetto.»

Stringo la penna finché le nocche non mi diventano bianche. Sta parlando di me.

«Non me ne parlare» aggiunge Serrano con una risata secca. «L’anno scorso avevo uno studente che credeva che l’unico scopo del mio corso fosse battere una scadenza a mezzanotte. I ragazzi di oggi sono un disastro.»

Vorrei sciogliermi nel pavimento. Vorrei sparire nell’ombra. Poi sento parlare Damian.

«Sembra che abbiate avuto una mattinata pesante. Come si chiama? Ci farò caso.»

Rivera e Serrano rispondono esattamente nello stesso momento.

«Cheska Vega.»

Chiudo gli occhi forte, coprendomi la faccia con la mano. Non può starmi succedendo davvero.

«Intendete quella Cheska Vega?» chiede Damian.

Sento il ghigno nella sua voce. Alzo lo sguardo: mi sta indicando direttamente. Rivera e Serrano si immobilizzano entrambi, distogliendo gli occhi come se li avessero beccati in flagrante a mentire. Io sto andando a fuoco. Mi sembra di bruciare viva.

Mi alzo di scatto, afferrando il foglio. «Grazie per il tempo extra, Mr. Delmar» bofonchio. Lascio il plico sulla cattedra e praticamente scappo fuori dall’aula.

L’aria umida del corridoio mi colpisce come un pugno, ma la accolgo volentieri. Qualunque cosa è meglio di quella tensione elettrica in classe. Tiro fuori il telefono, le dita che tremano mentre scrivo a Kai.

Non ci torno mai più. Mi ritiro. Oggi è stato il funerale della mia dignità.

Mi nascondo la faccia dietro la cartellina mentre cammino verso il cancello, con la sensazione che il mondo intero stia ridendo di me. Congratulazioni, Cheska. È solo il primo giorno e sei già stata marchiata da ogni uomo del campus.

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