Capitolo 10

Punto di vista di Malia

«Che diavolo ci fai lì dentro? Non sono in sé! Vado a chiamare papà!»

Camminavo avanti e indietro davanti alla gabbia, in preda al panico, affondandomi le dita tra i capelli come se potessi diventare calva soltanto strappandoli. Poi sentii qualcosa di morbido sfiorarmi il polso, per un attimo appena, ma abbastanza da farmi inchiodare. Vidi le sue dita delicate che mi accarezzavano la pelle e mi venne da piangere. Così, all’improvviso, come se stessi per chiamare la mamma perché venisse a consolarmi. Alzai lo sguardo verso il suo, notando quel piccolo sorriso sospeso sulle labbra che mi fece rabbrividire.

«Come fai a essere così calma, addirittura a sorridere? Sei letteralmente chiusa dentro, dannazione.» Lei sospirò, e io non riuscii a fare altro che ripetere il suo sospiro, svuotandomi i polmoni.

Mi pizzicai il ponte del naso, interrompendola prima che potesse dire qualsiasi cosa. «So già cosa stai per dire. Devi davvero pensarti come il sacrificio in ogni situazione? Tipo per l’addestramento di Luna, e poi non dirmi niente riguardo a…»

«Malia. Basta.» La sua voce era dura, severa; il sorriso le sparì e i suoi occhi si piantarono nei miei, imperiosi.

Negli ultimi giorni era stata più autoritaria con me di quanto non lo fosse mai stata. Mi immobilizzai davanti a lei, che era più minuta, eppure all’improvviso emanava potere. Mi voltai, appoggiando la schiena alle sbarre, e mi lasciai scivolare giù finché non mi ritrovai a terra. Lei mi diede una carezza sulla testa prima di sedersi dalla sua parte.

«Siamo circondati da una quantità ridicola di licantropi. Pesa bene quello che dici.» Lo sussurrò, non per prudenza; nella voce le sentii la stanchezza.

«Allora probabilmente non dovrei parlarti di quello che ho sentito prima.» Mi scappò, per stuzzicarla e tagliare la tensione accumulata. La osservai con la coda dell’occhio. Avevo attirato la sua attenzione, un po’ manipolatorio, lo ammetto, ma non potevo tenermelo per me. E avevo anche bisogno di confermare una cosa.

«È strano, perché l’ho sentito mentre mi avvicinavo prima a quell’estremità del palco. Fuori, riuscivo ancora a percepire il suo odore… debole, ma c’era.» Girai la testa e la trovai a fissarmi con lo sguardo di un cervo abbagliato dai fari.

«Malia, lo sai cosa significa? Anche tu hai un compagno!» L’ultima parte fu un sussurro intriso di eccitazione, ma anche di paura. Risi. Mi fece bene allentare la pressione.

«Di cosa sa il tuo compagno predestinato? Era lontano, e sia Shila che io eravamo distratte, però era… irresistibile; riuscivo perfino a sentire una nota sottile di pistacchio sopra la fragranza di sandalo.» Le parole mi scivolarono dalle labbra, lasciando dietro di sé l’impronta di quel ricordo, trascinandomi in una deriva sognante verso un compagno che non avevo mai voluto, mai chiesto.

Lei si alzò e mi voltò le spalle. Dopo qualche secondo passato a camminare avanti e indietro, borbottando tra sé, tornò vicino a me e abbassò la testa. «Forse è perché non ho un lupo, ma lui non aveva un odore. Almeno, nessuno che io sappia descrivere così, a meno che tu non voglia sentirti dire come una colonia possa farti girare la testa e farti sprofondare il cuore.»

Sentii tutto il peso di quella frase. Fu davvero come un pugno nello stomaco. Shila faceva le fusa in fondo alla mia mente, incantata all’idea di un lupo che fosse il suo predestinato. Eppure drizzò comunque un orecchio alle parole di Bella. ‘C’è qualcosa che non torna.’

«Accidenti, lo dici un sacco, ultimamente.» Frignò in silenzio, sentendosi in colpa, anche se l’unica persona interessata non poteva sentirla.

«A dire il vero, Bella, non credo che sia un problema di assenza di lupo. Shila ci ricasca, dice di nuovo che c’è qualcosa che non va, ma voglio aggiungere che non sei tu, né è per colpa tua, o per la mancanza del lupo. Penso che ci sia dell’altro. Dannazione, Shila lo ripete così spesso che ho iniziato a parlare come lei.» Risi nervosamente. «Non credo che stiamo guardando nel modo giusto a come gestire tutta la situazione. Dobbiamo vedere il quadro generale. Noi abbiamo un legame. Tu hai il legame del branco. Senza un lupo non è possibile. E se invece fosse solo dormiente? O se ne avessi più di uno? Tipo disturbo da personalità multiple o qualcosa del genere? Hai detto che senti delle voci…»

Lei mi fissò, in silenzio. Le vidi gli occhi riempirsi di lacrime, che scesero lente sulle sue guance rosate. Le lasciò andare, disturbando appena il loro percorso con un sorriso lieve. Allungò la mano verso la mia, stringendomela. «Grazie, Lia.»

Sul fondo si sentivano esultanze, pianti, schiocchi e urla. La cerimonia procedeva senza intoppi, come se fosse in un altro mondo. «Com’è stato…» esitò, strofinando il palmo sulla mia spalla in piccoli cerchi di sostegno. «Lasciare uscire Shila?»

Prima che potessi rispondere, dalla folla si levò un clamore violento. Mi allontanai dallo stanzino e sollevai appena la tenda, restando in parte nascosta ma con visuale piena sul palco. Quello che vidi mi fece ansimare, prima ancora che riuscissi a portarmi la mano alla bocca per soffocare un urlo di sorpresa. I numerosi gruppi prima di lei erano andati lisci, senza che nessuno reclamasse i nuovi mutaforma né che qualche mutaforma avesse problemi con il proprio lupo; e tutti sembravano piuttosto comuni, di forme e colori diversi, dal grigio chiaro al marrone scuro, senza che nessuno raggiungesse il nero più puro o si avvicinasse al manto bianco immacolato di Shila.

Ma lei… non c’era nessuno come lei. Persino la sua forma umana, una visione rara, era scomparsa anni prima.

Era pallida come la luce della luna, così pallida che le vene si vedevano anche da lontano. Il contorno delle palpebre appariva arrossato, ma non di quel rosso cremisi delle iridi. Era sconvolgente. I capelli bianchi si confondevano con la pelle a tal punto che era quasi impossibile distinguere l’attaccatura. Era sola, al centro del palco, trattenuta con forza da Elder Cravyn, la cui mano sembrava quasi artigliare la sua pelle delicata. Cominciò a colare del sangue. A stento riuscivo a reprimere l’impulso di precipitarmi lì e strappargli via il braccio. Dove l’abito di chiffon non le copriva la pelle, si vedevano chiazze bluastre, verdastre, nerastre, sparse su tutto il corpo. Era minuta, così esile, così fragile. Eppure da lei emanava qualcosa: irradiava, attirava. Feci un cenno a Sarabella, sbalordita quanto me. «Non è una coincidenza che sia sola, come noi. Il suo aspetto… ho letto qualcosa a riguardo da qualche parte… ma non riesco a ricordare…»

«Sta iniziando la trasformazione. Da sola! È una follia, morirà!» Tutto ciò che sentii fu un lontano «VAI!» mentre correvo sul palco, trasformandomi a metà corsa, giusto in tempo per sostenerla durante la metamorfosi. Stavo per aiutare il suo minuscolo lupo color crema, confuso, a rimettersi in piedi come si deve, quando una voce si levò sopra tutti noi. «NON TOCCATE LA MIA COMPAGNA!»

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