Capitolo 2
Punto di vista di Sarabella
Mi svegliai quando sentii chiudersi la porta del bagno e il rumore dell’acqua della doccia che iniziava a scorrere. Ieri sera ho bevuto troppo, ma mi sentivo comunque abbastanza bene da ripulire il disastro che avevamo combinato prima di prepararmi. In ogni caso, Lia era già sotto la doccia e, anche se di solito non mi sarebbe importato e mi sarei preparata nello stesso momento, percepivo che aveva bisogno di quel momento per sé. E, a dire il vero, anche io.
Con delle bottiglie e dei sacchi della spazzatura in mano scesi al piano di sotto, fino alla cucina della packhouse. Era ancora presto, ma alcuni Omega stavano già preparando la colazione. Regalai a tutti un sorriso luminoso, che mi venne restituito, e ci scambiammo qualche buongiorno e una risata sulla mia condizione da post-sbornia. Mi fecero pressione perché andassi a prepararmi, dicendo che avrebbero pensato loro a tutto. Uno mi infilò perfino un pezzo di pane tostato tra i denti, così da calmarmi lo stomaco sottosopra. Ringraziandoli, me ne andai di corsa, sentendo la voce di Lia in un angolo della testa che mi spingeva a tornare nella sua stanza.
«Qual è il problema, qui?» le chiesi non appena aprii la porta. Mi sfuggì un enorme sussulto quando mi resi conto dello stato della stanza che avevo appena rimesso in ordine. «Che cos’è successo? Un tornado?»
«Puoi anche dirlo… Non so cosa mettermi.» borbottò, imbronciata davanti alla vista dell’intero armadio rovesciato sul pavimento.
Con un sorrisetto cominciai a scegliere qualche completo, piegarlo e appoggiarlo sul letto, dopo aver fatto un po’ di spazio.
«Da quando ti importa di cosa indossi?» chiesi in tono giocoso, cercando di alleggerire l’atmosfera. Malia non era mai stata una che si curava dell’aspetto. Diceva sempre che preferiva gli abiti pratici a quelli carini.
«Ci ho pensato e lo so cosa stai pensando: non è per impressionare, ma… insomma, per impressionare. Hai capito?»
Risi e la abbracciai, anche se percepii la sua lieve riluttanza a quel contatto fisico così stretto. «Lo so. Vuoi spaventarli via sembrando una guerriera tosta da paura. Giusto?» Appoggiò la testa contro la mia e la sentii sospirare forte. «Devo farlo. Voglio che capiscano che, se vogliono te, dovranno passare sopra di me.» sussurrò. Le accarezzai la schiena con dolcezza.
«Sai, non mi dispiace l’idea di avere un compagno scelto, anche se, per la Dea della Luna, non mi sembra la cosa giusta. Però voglio aiutare, voglio dimostrare che c’è ancora speranza. Non ho paura. Voglio fare qualcosa per la nostra specie e portare dei cuccioli in questo mondo.» Mi pentii di aver parlato troppo in fretta; una tristezza mi velò la voce, e non riuscii a controllarla. Per fortuna Lia era troppo presa dai suoi problemi di guardaroba, così le diedi un bacio veloce sulla guancia e sparii in bagno per farmi una doccia.
«Metti tutto nel bagaglio e ti vesto io dopo che ho fatto la doccia!» urlai da dietro la porta chiusa, prima di abbandonarmi al contatto dell’acqua sulla pelle: avevo bisogno di quel freddo per calmarmi.
Punto di vista di Malia
Credeva che non lo sapessi, ma lo sapevo. Sapevo che mi stava nascondendo qualcosa, solo che non sapevo cosa. La guardai di sottecchi mentre fissava fuori dal finestrino dell’auto, lasciandosi sfuggire un sospiro silenzioso ogni pochi minuti. Ero preoccupata. Non sapevo che cosa l’avesse ridotta in quello stato, e faceva male. Volevo rassicurarla, portarle via il dolore, vederla sorridere. Era il mio mondo.
Ero grata che i nostri genitori fossero riusciti a farci esentare dalla cerimonia della trasformazione e dal marchio fino ai vent’anni. Avevano giocato la carta della rarità davanti al Consiglio dei Branchi, sostenendo che, essendo gemelle e femmine, e triplicando il tutto con una nascita Alpha, avrebbero dovuto prepararci meglio e di più. Lucidare il diamante, dissero. E loro accettarono. E io ne fui felice. Perché altrimenti sarei stata separata da Bella troppo presto.
In modo egoista speravo che quest’anno nessuno potesse reclamarci. Ma, ancora meglio, speravo che lei avesse un compagno predestinato. Sapevo che non avrebbe opposto troppa resistenza, per rendere le cose più facili ai maschi durante una caccia. Con ogni probabilità eravamo più forti, quindi lei coltivava la speranza di poter superare una gravidanza scelta. Pregavo ogni notte — tranne l’ultima, ops — perché il suo desiderio si avverasse e perché restasse al sicuro. Desideravo che fosse sana e felice.
Non mi importava di me.
Allungai la mano e intrecciai la sua nella mia, facendola sobbalzare appena, strappandola ai suoi pensieri. Mi lanciò uno sguardo confuso e io mi limitai a sorridere.
«Sei splendida. Il tuo Claiming batterà il record d’ingresso» dissi, indicandola: ancora una volta vestita in modo impeccabile, con quel vestito color lilla.
Il corpetto a cuore le esaltava la scollatura generosa e il bustino le metteva in risalto il punto vita sottile. La gonna, ampia e sfuggente, le scendeva appena sotto le ginocchia, proprio sopra le caviglie delicate, mostrando i piedini nelle scarpe col tacco. I capelli erano raccolti in una treccia morbida di lato, legata con un nastro dello stesso colore del vestito. Sollevò una mano e si sistemò la frangia, guardandomi con occhi da cucciolo.
«Pensi che abbia esagerato, vero?»
Mamma si voltò dal sedile del passeggero e sorrise da un orecchio all’altro alla sua bambolina. «Ma certo che no, Bella, sei perfetta. Ho dovuto tirare fuori tutti i miei trucchi, così tuo padre quest’anno non si tira indietro di nuovo, visto che siamo sicuri di venirti a salutare.»
Sentimmo solo papà ringhiare piano verso mamma, che gli strinse il braccio per rassicurarlo. «Se potessi, mi iscriverei io alla lotteria del tuo Claiming» borbottai, infastidita dal fatto che non mi fosse nemmeno permesso intervenire se qualcosa fosse andato storto.
Fu allora che notai papà lanciarmi un’occhiata nello specchietto. Nei suoi occhi vedevo la supplica e il suo lupo: voleva che la proteggessi. Oh, lo avrei fatto di sicuro. Regole o no. Per questo ero stata addestrata. Avevo intenzione di sfidare il compagno scelto per lei dopo il Claiming. E io non avevo bisogno di un compagno scelto. Potevano anche provarci, a venirmi contro. Avrei sfidato ognuno di loro per la mia mano. Poi avrei aspettato il mio predestinato, oppure avrei semplicemente guidato il branco dopo papà.
«Sarai troppo occupata con il tuo, Lia. Vestita così, poi, devo dire che quasi mi viene voglia di iscrivermi io» ridacchiò mamma, lanciandomi un sorriso incoraggiante. Bella fece l’occhiolino, stringendomi la mano a sua volta, consapevole fin troppo bene del peso del suo gesto.
Imbarazzata, girai la testa a guardare il paesaggio. Non ero abituata ai vestiti. Avrei preferito un abbigliamento sportivo, così da potermi muovere liberamente. Ma per la presentazione della prima sera l’abito formale era obbligatorio, sai com’è: bisognava fare bella figura ed essere all’altezza della reputazione del branco. Il vestito nero che Bella aveva scelto per me mi aderiva alle curve così tanto da sembrare una seconda pelle. Ero meno prosperosa di lei, di seno, ma dietro ero stata più generosa. Merito dell’allenamento e della genetica, immaginavo. Eppure mi sembrava di essere fin troppo in ordine per i miei obiettivi. Senza vantarmi, con i capelli lisciati e liberi di scivolare sulla spalla, sembravo quasi bella quanto mia sorella così femminile. Avevo rifiutato qualsiasi trucco, a parte un rossetto rosso scuro, il mascara e una riga di eyeliner allungata. La mia pittura da guerra. L’idea di un fard carino sulle guance non mi andava giù. Anche se avrebbe potuto ingannare qualche concorrente. Era troppo tardi per cambiare strategia. Stavo entrando a testa alta nella tana del leone.
L’auto si fermò finalmente davanti a un cancello e papà abbassò il finestrino di qualche centimetro, dicendo due parole alla guardia che, dopo un’occhiata rapida alla merce sul sedile posteriore, ci lasciò passare. Alzai gli occhi al cielo così tanto che finii per vedere Shila addormentata in un angolo, indifferente a tutto quello che stava succedendo. Mi sembrava fin troppo distaccata dalla situazione, anche se non avevo dubbi che saremmo state abbastanza forti da superare ciò che ci aspettava.
