Capitolo 4
Punto di vista di Sarabella
Papà ci condusse in una sala da cui arrivavano rumori forti: troppe conversazioni che si intrecciavano alla musica di sottofondo. Agganciate ciascuna a un suo braccio, io e Malia fissavamo nervose le enormi porte di quercia. Lo capivo dal fatto che non smetteva un attimo di usare il nostro legame, riversandomi addosso un elenco infinito di regole da seguire: non sparire dal suo campo visivo, non mangiare né bere troppo, avvisarla se dovevo uscire dalla stanza, e così via. Io rispondevo sempre di sì, concentrandomi solo sul non dimenticare come si respira.
Quello era un momento enorme. IL momento. La tappa che aspettavo da quando, dieci anni prima, avevo visto mia sorella trasformarsi. Speravo di riuscirci anch’io. Avevo vent’anni e, almeno, avrei dovuto sentire la mia lupa dal mio sedicesimo compleanno. Invece sentivo soltanto voci bisbigliate, e non erano mai le stesse. E potevo affermare con certezza che non provenivano da una sola lupa dentro la mia testa. Non l’avevo mai detto a Malia. Ogni volta che provavo a farlo, qualcuno mi interrompeva oppure mi mancava il coraggio. E se avessi avuto un corpo troppo debole per sopportare una lupa? La mia famiglia mi avrebbe sicuramente rinnegata. Ci chiamavano “Tesori nazionali”. E se io non fossi preziosa quanto facevano credere? Che cosa sarebbe successo se avessi fallito?
Malia era forte. Era l’incarnazione di una Luna affidabile e noi due lo sapevamo già: aveva una lupa — splendida, lasciatemelo dire. Io? Mi ero messa in ordine anche con i doveri da Luna e mi ero concentrata sul portamento per compensare la mia mancanza di doti da guerriera.
Dev’essermi scappato un sospiro troppo forte, perché sentii due mani stringermi l’avambraccio e due paia di occhi puntati su di me, colmi di una preoccupazione che, in quel momento, non riuscivo a sopportare. Liquidai la cosa con un’alzata di spalle e un sorriso che non arrivò alle orecchie, poi feci il primo passo verso la porta. Si aprì senza che la toccassi e, prima ancora che potessimo vedere l’interno della sala, calò un silenzio totale.
«L’Alpha Cadel Lobo e le sue figlie gemelle, Malia e Sarabella.»
Fummo annunciati come dei reali, e mi venne da vomitare. Ma rimasi dritta, stringendomi ancora di più a papà, il mio sostegno, e lanciai un’occhiata a Malia che, dall’altro lato, pareva quasi sfidare l’intera sala con ogni sguardo. Nella stanza c’erano quasi cinquecento lupi: sembrano tanti, ma considerando il numero di branchi sparsi per il continente, e persino alcuni branchi d’oltreoceano, era un’affluenza nella media. La fascia d’età era più ampia di quanto mi aspettassi, ma viste le circostanze di alcuni branchi era comprensibile. Erano giorni bui, quelli che stavamo vivendo.
‘Datti una calmata, li stai traumatizzando.’ rimproverai Malia attraverso il nostro legame.
Lei sbuffò; l’espressione le si addolcì e la tensione nella sala parve abbassarsi di un grado. La musica riprese e le conversazioni tornarono al punto in cui si erano interrotte. Prima ancora che riuscissi a riprendere fiato e a scrollarmi lo stress dalle spalle, qualcuno mi afferrò la mano per baciarla. Di certo non era uno dei futuri mutaforma, visto che i capelli grigi gli scendevano sulle spalle fino ai fianchi. Rimasi pietrificata finché papà non si schiarì la gola e lo presentò.
«Sarabella, Malia, posso presentarvi il capo del Consiglio dei Branchi, l’Anziano Kodard, accompagnato dall’Anziano Cravyn e dall’Anziano Juban. Anziani, le mie figlie.»
Papà chinò il capo. Non l’avevo mai visto fare. Mi sembrò strano. Non per arroganza: da Alpha era giusto e forte. Aveva lavorato duramente per il suo branco fino a quel momento, ma anche per la sua gente. Aveva combattuto per tutta la vita con coraggio per garantirci un futuro luminoso. Vederlo così mi mise a disagio. Non doveva a nessuno un rispetto tanto profondo.
«È un piacere incontrarvi finalmente, signorine. Aspettiamo questo momento da anni.» dichiarò con gentilezza l’Anziano Kodard. Un tentativo di cortesia che non riuscì a convincermi, visto lo sguardo che rivolse a mio padre. Mi strappò un ringhio basso, involontario. Lui inarcò le sopracciglia verso di me, ma prima che potessi scusarmi mia sorella intervenne, porgendo la sua mano al posto della mia.
«Le cose buone arrivano a chi sa aspettare. Eppure, nonostante l’attesa, pare che tu abbia già scelto una preferita. Ti supplico: pareggia i conti con me.»
«Non esiste una preferita. Non con due donne splendide e, a giudicare da quel che si vede, anche forti come voi.» Baciò con scrupolo la mano di mia sorella e, per tutto il tempo, lei lo fissò come se lo stesse sfidando.
«Era ora che le tirassi fuori dal tuo branco, Alpha Cadel. Hai rinunciato al tuo posto nel Consiglio dei Branchi per quel favore, ma era comunque in ritardo.» dichiarò l’Anziano Juban, col naso all’insù, come se potesse affrontare mio padre in qualsiasi momento.
«Non era mia intenzione farvi aspettare tanto, ma per il bene della nostra specie e, prima di tutto, per la loro sicurezza, visto il rango e lo status che hanno, abbiamo atteso e le abbiamo rese abbastanza forti da portare qualunque peso.»
I tre Anziani sogghignarono alla sua risposta, soddisfatti. Un altro comparve al loro fianco: più giovane, ma comunque un po’ più vecchio di nostro padre. Ci rivolse un sorriso luminoso e tese entrambe le mani a me e a mia sorella. Le stringemmo entrambe, con la stessa sorpresa negli occhi, prima che lui scambiasse con nostro padre una stretta decisa, da vecchi amici.
«Signore, vi presento Alpha Evander Salvino, anche lui membro del Consiglio dei Branchi. Credo che anche lui sia riuscito a portare con sé la propria prole.»
«Arriverà presto con il suo Beta. Mi vergogno ad ammetterlo, ma non sono certo della sua partecipazione. Temo di essere riuscito a far venire mio figlio solo per lavorare con il consiglio, Anziano Cravyn. Però quest’anno il suo Beta entrerà nella lotteria.»
«Oh, ma sono certo che, con quelle signore, cambierebbe idea.»
«Speriamo, ma non ci scommetterei, per quanto siano straordinarie. Ora, che ne dite se lasciamo che queste signore si mescolino con gente della loro età e noi andiamo a bere qualcosa?» Alpha Evander troncò gli Anziani nel loro giochino, e io non avrei potuto essergliene più grata: allontanarmi da loro era un sollievo.
Chinando il capo agli Anziani e ad Alpha Evander, e dando un’ultima stretta al braccio di nostro padre per rassicurarlo, ci allontanammo dal loro gruppetto.
«Da bere.»
«Ieri.»
Ridendo, entrambe sfinite da quel breve scambio, lasciammo che papà raggiungesse Alpha Evander al piano di sopra, su uno dei balconi, dove gli Anziani bevevano e giocavano d’azzardo, e corremmo verso uno dei tanti tavoli pieni di drink e stuzzichini. Poi trovammo un angolo in fondo con un divano e ci lasciammo cadere sopra. Per niente da signorine. Ma ce lo meritavamo.
«Stronzi. Non so cosa abbiano, ma li odio. Proprio. Tutto. Argh.» ringhiò Malia, furiosa, mentre addentava qualcosa.
«Shh, Lia… qualcuno potrebbe sentirti.»
«E che farebbero, eh? Far del male al loro tesoro nazionale è l’ultima cosa che conviene loro, quindi lasciami lamentare quanto mi pare.»
«Lo stesso. Non sei intoccabile. Potrebbero far ricadere la punizione su papà e mamma.»
Si zittì. La vidi mordersi il labbro per qualche secondo, poi annuì lentamente, con gli occhi incollati alle scarpe. Sapevo che non era solo paura. Quasi sentivo il suo sangue ribollire. Ma prima che potessi consolarla, un profumo delizioso, seppur lieve, mi colpì. Balzai in piedi e sollevai il naso, inspirandolo tutto, cercandone la fonte. Sapevo cosa significava; mamma raccontava sempre di come aveva incontrato papà e di cosa aveva provato, quando ci rimboccava le coperte, al posto di una favola qualunque.
L’unica differenza era che nella mia testa nessuna voce stava urlando «Compagno».
«Compagna.» Mi arrivò alle orecchie una voce morbida e gentile, che tagliò la folla; mi afferrò per i fianchi e mi sollevò in aria, facendomi girare su me stessa.
Sul serio? Poteva essere vero? Avevo un compagno?
