Capitolo 5

Punto di vista di Malia

C’era qualcosa che non tornava. Proprio qualcosa che non tornava. Non è che fossi gelosa o altro. Ma come poteva chiamarla compagna?

«Oh no.» Shila lo disse, camminando avanti e indietro nella mia testa senza tregua. «Che intendi dire con “oh no”?» le chiesi, continuando a fissare la scena davanti a me, come se il tempo si fosse congelato solo per me.

«Non riesco a percepire la sua lupa. Non nel senso che non ci sia, lei non è un guscio vuoto, ma non c’è nemmeno. Non riesco a raggiungerla. E perché qualcuno venga chiamato compagna, dovrebbe avere una lupa.» Parlava a raffica, continuando a girare in tondo, sempre più nervosa di minuto in minuto.

Non capivo. Com’era possibile che non avesse una lupa? Ormai avevamo vent’anni. E perché non me l’aveva detto? Mi strappai a quel filo di pensieri per concentrarmi sulla coppia al centro di un cerchio appena formatosi. La gente si era radunata al suono di quella parola così rara e ambita e bisbigliava: alcuni curiosi, altri invidiosi.

A un certo punto il mio sguardo tornò su mia sorella. Era smarrita quanto me, sconvolta, eppure un barlume di speranza danzava nei suoi occhi lucidi mentre guardava e sorrideva radiosa all’uomo alto davanti a lei. Dopo una rapida occhiata, capii che era leggermente più grande di noi, e Shila riusciva già a percepire una lupa in lui. Chi era, e come poteva essere entrato in quella sala, riservata esclusivamente ai futuri mutaforma? Accecata dalla confusione, mi alzai e afferrai mia sorella per un braccio, strappandola al suo abbraccio e piazzandomi tra loro due.

Nel momento in cui la tirai a me, mentre lui ancora la tratteneva, sentii le scintille inconfondibili di cui mamma ci parlava. Mi attraversò una sensazione incredibilmente piacevole, anche se tenue. «Non dovremmo sentirlo; è strano.» Shila ansimò, facendo le fusa sotto quell’ondata, ma confusa anche lei.

«Immagino sia il legame tra gemelle.» Quella era la voce di Bella.

Girandomi, incontrai Sarabella, che mi guardava con un sorriso appena accennato sulle labbra rosa. Sembrava triste per essere stata allontanata dal suo compagno predestinato, che ora ribolliva per l’interruzione da parte mia. Prima ancora che riuscisse a riprendersi e a muoversi, anche solo per chiedere chi fossi, mi lanciai avanti, più veloce.

«Chi diavolo sei? Venire qui è del tutto inappropriato!» Merda. Non era uscito esattamente come avevo previsto.

«Chi sono io? Sei tu che dovresti rispondere! Ridammi la mia compagna!»

«Compagna? Chi? Di chi?»

La voce di papà ci raggiunse mentre si faceva strada tra la folla, seguito dagli Anziani e dall’Alfa Evander. Uno di loro, l’Anziano Cravyn, posò una mano sulla spalla dell’uomo per inchiodarlo al posto mentre cercava di riafferrare Bella. Mio padre assimilò l’intera scena, gli occhi che saltavano da Bella a me e poi a quel compagno predestinato senza nome. Mi guardò, confuso, mentre io continuavo a fare scudo a mia sorella con ostinazione.

«Lia, lasciala andare. Cosa potrebbe esserci che non va? È il destino.» La sua voce gentile mi raggiunse e abbassai appena il capo, allentando la presa. Con mia sorpresa, Bella rimase dov’era.

«Com’è possibile? Non mi sono ancora trasformata?!» sussurrò così piano che, persino con l’udito ipersensibile di un lupo, nessuno avrebbe potuto cogliere le sue parole, e io credetti di essere l’unica ad averle sentite. Ma l’Anziano Kodard ormai era proprio accanto a noi, e le colse.

«Che meraviglia, non è vero! Il nipote dell’Anziano Cravyn è un Beta del branco Crescent Moon, del Nord. È il secondogenito, Doyle Bruto, ed è qui come ospite speciale. È con immenso piacere che riconosciamo che la tua stirpe, Alpha Cadel, ci porta ancora una volta un compagno predestinato. C’è speranza!»

La folla che ci circondava esplose in un boato di gioia. Gli Anziani si allontanarono, tornando alle loro occupazioni, probabilmente per aggiornare la scommessa. Papà rimase lì. L’uomo chiamato Beta Doyle si illuminò e, con un entusiasmo quasi fisico, mi spinse da parte e si buttò addosso a mia sorella, che non protestò, ma non sembrò neppure felice. Aveva un’espressione chiusa, e io raggiunsi papà in pochi passi.

«Papà, la sua reazione non è normale» mormorai, in ansia.

«Dalle tempo di abituarsi. Non ha ancora fatto la trasformazione; potrebbe spiegare perché il legame non si è ancora stabilito del tutto.» Mi rivolse un sorriso accennato, poi distolse lo sguardo verso il balcone. «Non credo che da qui in poi sarà facile» mormorò, chinando il capo.

Seguii la direzione del suo sguardo e incrociai quello dell’Anziano Kodard, che continuava a osservarci con un ghigno cupo che mi mise a disagio, e capii cosa intendesse papà. Il peso delle mie preoccupazioni aumentò, ma venne spazzato via quando sentii un braccio intrecciarsi al mio. La testa di Bella era appoggiata sulla mia spalla. Le accarezzai i capelli biondi mentre sollevava gli occhi per guardarmi.

«Sono esausta.»

Stavo per ribattere e discutere che non eravamo lì nemmeno da trenta minuti, ma capii perché fosse sfinita non appena lui aprì bocca.

«Lascia che ti accompagni in camera, compagna. Wow, quanto è bello dirlo.» Doyle esclamò, cercando di portarmela via. Di nuovo.

«Nessun maschio non ancora pienamente accoppiato è ammesso nell’area degli appartamenti femminili. Mi dispiace, Beta Doyle, ma dovrai lasciare che sia sua sorella a occuparsi di lei finché non potrai reclamare mia figlia domani, dopo la sua cerimonia di trasformazione.»

Grazie all’intervento di mio padre, riuscii di nuovo a espirare: senza rendermene conto avevo trattenuto il fiato. Bella si staccò da me e posò un bacio leggero sulla guancia dell’uomo, per rassicurarlo. «A domani.»

Giurerei di aver sentito un ringhio basso alle mie spalle. Era così soffocato e quasi impercettibile nel trambusto della sala che pensai di essermelo immaginato e non mi voltai.

Punto di vista di Jasper

I tesori nazionali. Anche se non mi piaceva trattare le femmine come merce, riuscivo a capire perché le chiamassero così. Erano entrambe bionde; una, cresciuta sul campo di battaglia polveroso, aveva un corpo divinamente scolpito, mentre l’altra sembrava come se la Dea della Luna stessa facesse brillare i suoi capelli a ogni movimento. Come potevo saperlo? Se mio padre non mi avesse incalzato a raggiungere la Grande Sala, non sarei mai riuscito nemmeno a scorgerle.

Mentre riposavamo nella nostra stanza, io e il mio Beta Kylon, mio padre mi contattò con il legame mentale, spingendo persino il suo comando da Alpha dentro la richiesta, cosa che non era nelle sue abitudini. Quasi uscimmo di corsa in pantaloncini e a torso nudo, ma grazie a un briciolo di lucidità del mio Beta, non lo facemmo.

Entrare nella sala non fu affatto un problema; l’accesso sembrava deserto e perfino quelli che avrebbero dovuto sorvegliare la porta per garantire la sicurezza erano spariti. Quando spingemmo l’uscio, il silenzio ci piombò addosso, denso di sussurri che galleggiavano nell’aria, opprimenti, a parlare di compagni predestinati e di speranze.

Passai la stanza in rassegna in fretta, finché mio padre non ci fece cenno di raggiungere uno dei balconi. Obbedimmo, e dello spettacolo riuscimmo a cogliere soltanto l’uscita delle gemelle. Stavano in piedi, appoggiate l’una all’altra, quando un uomo in preda al panico tentò di afferrare la donna più minuta, strappandomi un ringhio. Per fortuna riuscii a controllarlo e a tenerlo bassissimo, tossendo per mascherarlo. Vidi le orecchie di quella più alta drizzarsi e aggrottai la fronte, ma lei non si voltò. Continuò ad accompagnare la sorella in un abbraccio stretto e, cosa strana, non appena i miei occhi si posarono sulla sua figura esile non riuscii più a distoglierli, cercando di intravedere il suo viso. Avrei giurato che guardò oltre la spalla della sorella e fissò dritto nella mia direzione. I nostri sguardi si incastrarono per non più di due secondi, e bastarono a capovolgermi la mente.

Kylon mi strappò a quel momento con una spinta energica sulla spalla. «Tutto bene?» chiese, guardando verso la porta chiusa e poi di nuovo me. A malincuore distolsi lo sguardo dall’uscio, mi schiarii la gola, mi sistemai la camicia come se non fosse successo nulla e lo liquidai, andando dritto da mio padre, che aspettava insieme ad altri Anziani.

«Eccoti, figliolo.»

Prima che potessi aprire bocca e chiedere cosa fosse successo, un uomo in estasi entrò nella sala, parlando a voce alta senza mai prendere fiato, le braccia che gesticolavano a tempo con le sue assurdità. Quando finalmente si rese conto di dove si trovava — in ritardo, come lupo, se chiedete a me; io avrei avuto mille occasioni per spezzargli il collo — l’idiota ciarliero mi squadrò dalla testa ai piedi con un’espressione arrogante. Ancora una volta, ebbi voglia di strappargli via quella faccia ripugnante.

«Chi diavolo ti ha fatto entrare? Perché hai lasciato la tua postazione?» Quello aveva proprio voglia di morire.

Sbuffai e in un solo passo colmai la distanza fra noi, sovrastandolo.

«Potrei chiedertelo io. Che io sappia, non sei un Anziano né possiedi una sedia al Consiglio dei Branchi, quindi, se per favore potessi chiuderla finché sono ancora educato.» Di solito avrei affrontato la cosa con indifferenza, senza prendermi a cuore la sua ignoranza, ma la sua vista mi faceva ribollire il sangue. I miei occhi diventarono neri e sentii il mio lupo spingere per prendere il controllo.

‘Non è niente; lo voglio morto.’ Ringhiò Jarek nella mia testa. Non era mai stato così ostile verso un individuo tanto insignificante.

Sentii due paia di mani afferrarmi, una per braccio, trattenendomi. Mio padre e Kylon si erano accorti che Jarek stava facendo disastri dietro la mia scarsa presa. Mio padre cercò anche di impormi la sua aura, cosa che non funzionò — non funzionava da anni — ma valeva la pena tentare. L’Anziano Cravyn si infilò tra noi, facendo scudo a quel codardo che era indietreggiato e per poco non era finito lungo disteso a terra, ma ebbe la fortuna che il suo imminente, misero c*lo trovasse una poltrona su cui rovinare.

«La presenza di entrambi è giustificata e nessuno dei due detiene il potere qui, quindi subito, Alpha Evander, controlla il tuo erede.» sbottò Elder Kodard, irritato.

«Uccidi anche lui.» ringhiò Jarek, ribollente, a un soffio dallo scattare contro l’Elder capo.

Non riuscivo a capire perché Jarek avesse improvvisamente sete di sangue, lui che di solito era così composto e dignitoso. Non era tipo da uccidere senza pietà: pensava sempre prima al bene della nostra gente. Indietreggiai di qualche passo, assaporando il sollievo negli occhi di Elder Cravyn, prima che si voltasse a controllare il codardo nascosto. Lanciai un’occhiata rapida a Kylon per dimostrargli che ero riuscito a tenere Jarek a freno, e lui annuì. Mio padre sospirò e si sedette vicino a Elder Kodard, che mi fece cenno di fare lo stesso.

«Su, su… il nipote di Elder Cravyn è solo al settimo cielo per il fatto di aver trovato la sua compagna predestinata, e prima ancora che lei si trasformasse.» Lo spiegò come se fosse una cosa di tutti i giorni. Trattenni il respiro, scacciando il dolore che mi si attorcigliava nello stomaco.

«Ed è un tesoro nazionale. Il più bello, per giunta.» L’idiota tornò in sé e si inserì, con un tono di possesso che mi irritò.

«Per favore: per quanto io sia felice di ciò che sta accadendo, non insultare la sua gemella.»

«Non prendete a cuore ciò che dice mio nipote, Alpha Cadel; è fuori di sé dalla gioia per il dono della Dea della Luna. E dovreste esserlo anche voi.» Chinai il capo verso il rinomato Alpha Cadel, ignorando Elder Cravyn. Lui rispose e si sedette accanto a me.

«Lo sono, non fraintendetemi. Ma ho due figlie adorate, e una deve ancora entrare nel Claiming.»

«E dovreste considerarlo un onore. Come dovrebbe farlo anche lei.» Alpha Cadel si limitò ad annuire, con un’espressione chiusa e indecifrabile.

Aggrottai la fronte. La possibilità che una delle sue figlie fosse esentata avrebbe dovuto almeno rischiarargli un po’ il volto, anche se l’altra sarebbe stata reclamata nei giorni a venire. Nel Claiming entravano buoni lupi, pensai, guardando Kylon.

«C’è qualcosa che non va in tutta questa storia.» Jarek camminava avanti e indietro sullo sfondo della mia mente.

«Che intendi?» Non potei fare a meno di sentirmi confuso da ciò che stava succedendo. Perché mi importava così tanto della prole di Alpha Cadel, se lei era già destinata a stare con quel cretino che stava ricominciando a blaterare?

«Come si sentono le vostre figlie?» mi sfuggì, sinceramente preoccupato, e la cosa parve sorprendere tutta la stanza.

«Malia si sta prendendo cura di sua sorella. È stata sopraffatta da tutta questa faccenda.» Il sorriso che mi rivolse nascondeva qualcosa, confermando la mia sensazione e i pensieri di Jarek, ma gli Elder non notarono nulla.

«Essere imparentata con gli Elder è un grande onore, e anche essere legata alla mia linea di sangue. È ovvio che penserà di stare sognando.» si vantò il nipote del vecchio.

«Certo che sì, Beta Doyle.»

Dunque erano compagni predestinati. C’era una certa logica, considerando che i genitori della ragazza erano stati gli ultimi compagni predestinati registrati da anni. Ma riuscire a percepire il proprio compagno senza essersi ancora trasformata e senza essersi connessa pienamente al proprio lupo era qualcosa di eccezionale.

«Dovremmo tenerla d’occhio.» La sua preoccupazione per una femmina era una novità, per me.

E non potei fare a meno di essere d’accordo. Ma perché mi sentivo così, se lei era promessa a qualcun altro?

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