Capitolo 7
Punto di vista di Jasper
Il giorno della Cerimonia era arrivato. Le ore sembravano interminabili e io attraversai la giornata pensando solo a quando avrei potuto rivederla. Strano pensare che sarebbe stato per la sua prima trasformazione. L’avrei vista nuda, insieme a circa un migliaio di altre persone. Non volevo nemmeno soffermarmi sul numero reale, ma ironicamente, alla fine, non me ne importava nulla. L’unico desiderio era trovarmi di nuovo nella stessa stanza con lei. Poter pensare che, se avessi fatto qualche passo, l’avrei raggiunta. Toccata.
Sbattei con forza sul tavolo su cui stavo lavorando, come se spezzarlo in due potesse far sparire quei pensieri estranei. Kylon alzò gli occhi dalle sue scartoffie per guardarmi, confuso.
«Che diavolo ti prende oggi? Ho dovuto svegliarti tipo sei volte durante la riunione di stamattina e adesso siamo al secondo tavolo rotto in neanche un’ora.» Si interruppe prima di lanciarmi un’occhiata; era divertito e spaventato allo stesso tempo. «Non sarà che ti sei preso una cotta per i tesori nazionali? Lo so che sono incredibilmente splendide, ma datti una regolata. Perfino io so come tenerlo a bada.»
Lasciai uscire un ringhio minaccioso e lui alzò le mani in segno di resa. «Non ti ho mai visto comportarti così.»
Di nuovo, un brontolio basso mi sfuggì dalla gola mentre lo liquidavo con una spallata, irritato dal fatto che avesse colpito nel segno, subito. «Wow, quindi non mi sbaglio? Era una battuta.»
Si passò le mani tra i capelli, e il suo sorriso giocoso svanì. «Basta con queste stronzate. Andiamo.» dissi, alzandomi, deciso a liberarmi di quei pensieri selvaggi e intrusivi.
Sentii il suo sguardo preoccupato incollato alla mia schiena per il resto della giornata. Vedevo ogni domanda che avrebbe voluto farmi e a cui rinunciava. Gli erano quasi stampate in faccia. Le questioni degli Anziani e del Consiglio dei Branchi mi parvero tediose, come non lo erano mai state. Eppure, come Kylon mi ricordò per tutto il tempo, da buon Beta e amico qual era, erano della massima importanza. L’unica cosa positiva era che distraevano sia me sia il mio lupo e tenevano Kylon abbastanza occupato da lasciare la nostra conversazione dov’era. Nel passato e senza risposte.
Rivedemmo incantesimi, preghiere e discorsi della Cerimonia, oltre al programma e all’ordine delle presentazioni. Si decise che Malia Lobo, la più alta delle gemelle e senza compagno, sarebbe salita sul palco per prima e che sua sorella avrebbe chiuso l’intera Cerimonia. Gli altri gruppi sarebbero stati di cento lupi per volta. Mi sembrava sbagliato farle stare entrambe da sole davanti a un branco di bestie affamate e curiose, disperate di accoppiarsi. Almeno Sarabella aveva un compagno. Lui avrebbe potuto aiutarla ad attraversare quel momento e a filtrare il dolore attraverso il legame. Perché mi dava una sensazione così terribile pensarlo? Jarek si agitava, quasi graffiandomi il fondo della mente.
Mentre lavoravamo per ottenere l’angolazione perfetta per ogni specchio e ogni telecamera, mi allontanai un poco per tenere a freno il mio lupo ferale. «Jarek, non ti riconosco. Non costringermi a erigere un blocco, una barriera, su di te per stanotte; ti pentiresti di non vedere il suo lupo.»
Sentii il suo disagio prendere il posto della rabbia. «Non posso farci niente. Non sopporto l’idea che lui sia nella stessa stanza con lei.»
«Jarek, non ha senso. LUI è il suo compagno. Non noi. Perché ti comporti così?»
«C’è qualcosa che non torna. Non so perché mi senta così. Ma sento un richiamo. Un bisogno di lei. Il loro abbinamento è sbagliato. Madre Dea Luna ha sempre un piano, ma questo è davvero difficile da portare a termine.»
Rimasi in silenzio, fissando la radura. Lo sentivo anch’io, ovviamente. Era difficile anche per me. Ma la mia parte umana riusciva a usare la ragione per superarlo. La controparte di Jarek, la parte lupina, no. I lupi sono devoti alla famiglia. E leali. Restano con lo stesso compagno per tutta la vita. Sì, la parte umana che si mescola a quella bestiale può alterare tutto questo. Ma la natura è forte. Troppo forte per essere negata. E che Jarek si comportasse così, quando la donna era già legata come compagna predestinata a un altro, non era un buon segno. Almeno, non per ora. Non stanotte.
«Andrò fino in fondo, te lo prometto. Per riuscirci, ho bisogno che tu resti calmo. Se perdiamo la testa, non aiuterà nessuno dei nostri piani. Tieni a mente il nostro obiettivo.» Lo sentii sbuffare, brontolando fra sé, prima di lasciarsi andare a un sospiro forte, pesante.
«Lo farò.» Lupo saggio. «Ma se lui la tocca, non posso garantire che ci riuscirò.» Lupo non proprio saggio. Però la sua intenzione di provarci mi rassicurò. Sapere che era instabile mi permetteva di avere il vantaggio, se avesse tentato di prendere il controllo: avrei potuto impedirgli di fare qualcosa di avventato.
Conclusa la nostra discussione, tornai dal gruppo e aiutai quanto potei. In qualche modo, questo bastò a far tacere Jarek e, prima ancora che me ne rendessi conto, il sole stava tramontando. Kylon venne a prendermi perché potessimo prepararci. Gli omega del branco degli Anziani continuarono a lavorare fino all’inizio dell’evento. Non mi piaceva affatto chiamarlo branco: sembravano intorpiditi; pur essendo maschi non accoppiati, lavoravano senza sosta per i nostri Anziani, eseguendo ogni richiesta senza domande né lamentele, senza neppure un briciolo d’interesse per le femmine. Mentre me ne andavo, seguendo Kylon, incrociai lo sguardo dell’Anziano Kodard. Non riuscivo a capire cosa avesse in mente, ma il ghigno sul suo volto confermò la sensazione che avevo nello stomaco.
«Lui, più di chiunque altro, non è affidabile. È pericoloso» borbottò Jarek. Non potei che essere d’accordo.
Nella nostra suite condivisa, cosa buffa, Kylon e io passammo dall’essere due uomini adulti che avevano lavorato e sudato tutto il giorno per mettere in moto quello spettacolo folle, a trasformarci in due ragazzine che si preparavano per il loro primo ballo.
Punto di vista di Malia
Era il momento. La borsa era pronta. Ingoiai un singhiozzo mentre lisciavo le pieghe inesistenti del mio vestito di chiffon. Facile da strappare: era l’unico requisito per l’abbigliamento dei nuovi mutaforma. Shila camminava avanti e indietro, impaziente, elettrizzata all’idea di essere libera. Sono passati dieci anni. Non ho mai osato trasformarmi fuori dalla mia stanza, per ovvie ragioni di sicurezza. I lupi bianchi non erano molto comuni.
Per niente comuni, direi. Nella mia condizione, senza addestramento in forma di lupo, e con ogni trasformazione ancora dolorosa, anche se poco a poco mi ci stavo abituando, non sarei stata in grado di difendere me stessa e Shila. Per questo prendevo sul serio ogni allenamento e facevo ore extra sulle mie debolezze per trasformarle in punti di forza. Era difficile da gestire. Ma ce l’abbiamo fatta. E da stanotte in poi sarà solo un ricordo. Potremo fare corse e pattugliamenti sul nostro territorio, andare a caccia e ai raduni di ululati, partecipare agli allenamenti più duri, e altro ancora.
Sentii il petto stringersi. Anche se tutto era entusiasmante, l’ombra della verità — non poterlo fare con Bella — lo macchiava, rendendolo agrodolce. Non mi ero mai immaginata con un lupo e non con mia sorella. Ho sempre pensato di aver trovato la mia parte prima, così da poter proteggere entrambe. Shila fece le fusa piano, nel tentativo di consolarmi.
«Non trarre conclusioni così in fretta. Credo che ci sia dell’altro.» Annuii, d’accordo, ma non riuscivo comunque a liberarmi di quella sensazione inquieta. «Hai ragione.»
Un colpo secco alla porta mi fece sobbalzare. Mi bloccai per qualche secondo, poi tornai in me. «Malia?» Era mio padre. Afferrai la borsa in fretta e aprii, ritrovandomi faccia a faccia con lui, che lanciò un’occhiata oltre la mia spalla.
«Non dirmi che tua sorella è sgattaiolata fuori dalla sua stanza ed è qui anche lei.» Merda. Mi aveva sentita rispondere ad alta voce a Shila. Non volevo.
Scossi la testa, infilai il braccio sotto il suo e cominciai a camminare verso la stanza di Sarabella. Più preoccupato per la nostra sicurezza che per il fatto che stessimo infrangendo le regole, si adeguò al mio passo, coprendomi con delicatezza la mano che stringeva il suo avambraccio più forte di quanto avrei voluto.
«Devi essere nervosa; non è da te parlare da sola ad alta voce. E poi chiuderti così con me.» Sospettava qualcosa? Alzai lo sguardo per incontrare i suoi occhi, ma con lui non si poteva mai sapere. Tutto ciò che vedevo era amore paterno e preoccupazione. Lo sguardo di sempre degli ultimi giorni. «Sì, dopotutto è un giorno importante. Dai la colpa allo stress.» Provai a sorridergli per rassicurarlo, ma credo che l’unica cosa che riuscii a fare fu una smorfia.
