Capitolo 8

Punto di vista di Malia

Bella indossava lo stesso vestito che avevo io. La sua pelle pallida sembrava quasi brillare, in netto contrasto con il buio dei suoi abiti. E i suoi occhi, per quanto avesse messo un trucco leggero, erano gonfi. Io lo capivo e basta: aveva pianto fino ad addormentarsi. Ma non lasciava trapelare nulla agli estranei. Sorrideva da un orecchio all’altro, parlava con nostro padre con l’entusiasmo di un bambino la vigilia di Natale, sottolineava quanto non vedesse l’ora di incontrare il proprio compagno e in ogni passo si costringeva a un saltello leggero. Che qualcuno le desse un Oscar per quella recita.

Sentii una lieve stretta sul polso e, quando alzai lo sguardo, li trovai entrambi che mi fissavano.

«Sappiamo che sarà difficile, Lia, con la trasformazione, la Rivendicazione e tutto il resto. Ma sei preparata. Andrà tutto bene!»

Ero talmente persa nelle mie emozioni che mi ero dimenticata di Sarabella che, sì, era una compagna predestinata, ma doveva ancora essere accettata alle sue condizioni.

Pregai in silenzio, in fretta, la Dea della Luna perché la proteggesse. Stava dimostrando più forza di quanta un lupo avrebbe mai potuto mostrare, eppure aveva il ruolo dell’agnello sacrificale. Provai a ricambiare il sorriso a quella sorella attrice che mi incalzava attraverso il legame per rassicurare nostro padre. Alzai il pugno serrato, come se fossi già uscita illesa e fiera dalla Rivendicazione.

«Vediamo chi è degno di me!»

L’atmosfera si sciolse un po’ mentre camminavamo verso la valle. Le mie guardie ci precedevano, e quelle di Bella erano dietro. Il sentiero era ampio e costeggiato da alberi. In fondo, una valle immensa. Uno spazio aperto smisurato. Le montagne si ergevano alte e maestose proprio davanti a noi, come se ci stessero dando il benvenuto a braccia aperte; braccia formate dalla foresta fitta che ci abbracciava su entrambi i lati fino al punto da cui eravamo arrivati. Lì dentro avrebbero potuto starci migliaia di persone. Trattenni il fiato, e la realtà mi colpì come uno schiaffo in pieno viso. L’evento stava accadendo.

Schermi e specchi tutt’intorno mi ricordavano che se qualcosa fosse andato storto sul grande palco costruito davanti a noi, poteva andare storto davvero. Nulla sarebbe sfuggito.

Faticavo a respirare con quel nodo alla gola. Lanciai un’occhiata a Bella: ora era lei il centro delle nostre preoccupazioni. Capivo perché si fosse tenuta tutto dentro. Adesso, però, mi chiedevo come proteggerla. Passavo in rassegna ogni scenario, cercando una soluzione a ciascuno. Lei non aveva un lupo. Sapeva che la sua trasformazione sarebbe stata brutta. E lo sapeva. Sapeva che io mi sarei buttata nel fuoco per lei. Perciò voleva combattere da sola. Ma mi dispiace: non finché ci sono io.

La sua calma, mentre stava lì a osservare il paesaggio e a chiacchierare con papà come se niente fosse, mi faceva star male. Come poteva? Avrei voluto che riuscisse a farmi credere che sarebbe andato tutto bene. Se non avessi saputo la verità, mi sarei sentita sollevata davanti a quella compostezza.

«Non puoi ingannarmi», lasciai scivolare nel nostro legame mentale, fissandola intensamente.

Lei girò la testa verso di me. Nei suoi occhi c’era una determinazione ferma che contraddiceva la tristezza del suo sorriso.

«Non ci ho mai provato. Ma questa battaglia è mia. Non tua.»

Punto di vista di Sarabella

Sapevo di essere un peso per Malia, ormai. Ma ero determinata a non esserlo più. Non riuscivo a escluderla dal nostro legame: privilegi del legame tra gemelle. Però decisi che da quel momento avrei ignorato qualunque tentativo. Forse sembravo un agnello sacrificale abbastanza intelligente da non provare neppure a lottare. Dentro di me, però, mi aggrappavo ancora alla speranza che il legame con il compagno mi aiutasse con il problema del mio “guscio”.

I nuovi mutaforma dovevano aspettare dietro il palco ed erano separati in alcuni gruppi per rendere il processo più semplice. C’erano anche le femmine non ancora accoppiate, in attesa in una tenda diversa. Sembrava più una gabbia. Mi sentivo intrappolata, con la voglia di scappare, ma ingoiai le emozioni più che potei. Era difficile, ancora di più con il peso dello sguardo di Malia che seguiva ogni mio movimento.

Mi affrettai verso gli altri lupi: confortai gli spaventati, calmai i frustrati e, cosa più importante, evitai Malia, mandandola via a fare lo stesso. Puntavo su quella strategia per ingannare gli Anziani, sperando che restassero del tutto ignari se fosse successo qualcosa di fuori dall’ordinario. Malia sapeva già trasformarsi, e nessuno avrebbe dovuto accorgersene. Non solo sapeva già trasformarsi, ma il suo lupo era bianco, cosa che avrebbe attirato un sacco di attenzioni. E quanto a me, ci si aspettava almeno che ne avessi uno. Nulla era allineato con le loro perfette aspettative.

Trasformarsi per la prima volta era orribile e terribilmente doloroso. Si raccontavano infinite storie e leggende al riguardo, e mia sorella, che si era trasformata molto presto, non era stata risparmiata. Come lo sapevo? Facile. Essere gemelle non era fatto solo di giochi e risate, di scambiarsi di posto durante una verifica a scuola o di condividere quella scintilla speciale. Oltre al dolore che sentivo attraverso il legame quando Lia si trasformò, senza avere una parte di lupo dentro di me che potesse attenuarlo o guarirlo, cercai di aiutarla con il contatto fisico. La me di dieci anni non sapeva che non si dovrebbe mai interferire fisicamente con una trasformazione. Ripensandoci, ancora non capisco come io non sia morta, considerando che non avevo affatto una controparte lupina. Anche se non si era gemelli, toccare qualcuno durante la sua prima trasformazione era qualcosa di travolgente e pericoloso.

Le ossa che si spezzavano, le urla che accompagnavano la mutazione… era orribile. Sentivo la stessa paura che Malia aveva provato quel giorno insinuarsi nella folla. Mentre mi muovevo da una parte all’altra, cercando di confortare e aiutare, il silenzio cadde su di noi non appena gli Anziani fecero il loro ingresso. I loro passi riecheggiarono sul pavimento di legno del palco, rimbalzando tra le montagne e mettendo a tacere l’intera valle, mentre le loro voci aleggiavano tutt’intorno come messaggi “divini”. Tutti sembravano immobili, congelati sul posto. Io cercai di muovermi. Lottai perfino solo per sedermi, combattendo ferocemente contro il mio cervello e il mio corpo, come se all’improvviso si fossero scollegati.

«Malia? Stai bene? Non posso venire da te in questo momento.» Girai la testa verso l’apertura della tenda in cui mi trovavo. L’Anziano Kodard entrò da solo, cosa che a mio parere era insolita, e mi individuò subito.

«Sono venuto a prenderti, cara bambina, dato che non eri nella tenda che ti era stata assegnata. E nemmeno tua sorella.» Chinai il capo per mostrare le mie buone intenzioni.

«Chiedo perdono. Siccome siamo più grandi, pensavamo di poter aiutare tutti a calmarsi e rendere più facile il processo della cerimonia di stasera.» Mi accarezzò lentamente la testa, e dovetti trattenermi dal vomitargli sui piedi nudi.

«Che brava bambina che sei. Così cara, il nostro tesoro nazionale, vieni con me.» Senza nemmeno pensarci, ero di nuovo in piedi e seguivo docilmente dietro l’Anziano che era venuto a prenderla.

Non mi sentivo padrona del mio corpo. Mi sembrava che qualcuno tirasse dei fili, come se fossi una semplice marionetta. Pensai che mi avrebbe condotta da mia sorella gemella e alle tende a noi assegnate, ma non lo fece. Invece si fece strada attraverso il labirinto di tende, ignorando le suppliche e i pianti che si sentivano filtrare dai tendaggi. Il cuore mi si strinse, perché non potevo sottrarmi alla mia posizione per aiutarli.

«Dea della Luna, ti prego, aiutali, ti prego, calmali. Hanno bisogno di te. Abbiamo bisogno di te.» sussurrai a mezza voce. Un tepore leggero crebbe appena sopra il seno sinistro; ci premetti la mano, nel tentativo di convincermi che non fosse solo un’impressione. Distratta, non mi accorsi che ci eravamo fermati davanti a una nuova tenda, la cui tenda d’ingresso era macchiata di nero. Fuori era così buio che non riuscivo a distinguere dove ci trovassimo nella valle.

Aggrottai le sopracciglia fino quasi a farle annodare. Lanciai uno sguardo impacciato verso l’Anziano Kodard, che entrò senza dire una parola. Lo seguii, come costretta. Dentro c’era una gabbia, una vera gabbia. Quella che era stata soltanto una sensazione inquieta ora prendeva forma, incarnata davanti a me. Con un gesto della mano mi fece entrare. Mi sedetti sulla panca sistemata contro la grande parete orizzontale rivestita di pannelli, il più lontano possibile dalla porta. Prima che potessi riprendere fiato e rendermi conto fino in fondo di ciò che stava accadendo, girai la testa al rumore della porta che si chiudeva e del chiavistello che mi serrava dentro.

«Considerala una misura di sicurezza. Lasciarti andare in giro, con una radura che tra poco sarà piena di maschi non accoppiati… neppure un compagno potrebbe proteggerti. Soprattutto con quell’idiota che fa il Beta, Doyle.» Lo disse con indolenza, e intanto scivolò vicino a me, facendo passare la mano attraverso i pannelli.

Volevo spostarmi, fuggire da quel tocco disgustoso e non richiesto sulla guancia. Ma non ci riuscii. Invece di lacrime, un brivido mi risalì lungo la schiena, facendomi tremare. Cercai di restare impassibile mentre ritirava la mano dalla mia parte della gabbia; poi la sollevò fino all’orlo superiore del drappo e, con uno strappo secco, lo tirò giù.

Da quello che avevo visto nel nostro breve momento di osservazione con mia sorella e mio padre, il luogo della mia detenzione si trovava ai piedi di una montagna, inghiottito dalle ombre, a un’estremità del palco. Sentivo voci irrequiete, la frenesia dell’evento crescere mentre stava per cominciare, ma non vedevo neppure un volto. E non credo che qualcuno potesse vedermi. Anche se Malia, lassù, mi stesse cercando con lo sguardo—e potevo immaginare che lo avrebbe fatto, visto che non sarei stata al suo fianco quando sarebbe salita sul palco per restare da sola—non mi avrebbe trovata. La mia tenda era stata collocata con astuzia in un punto cieco. Ero in trappola.

«Goditi lo spettacolo. Ti teniamo per ultima, figlia mia dolce.» Furono le ultime parole che riuscii a sentire prima che il clamore della frenesia mi inghiottisse, lasciandomi a tremare.

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