Capitolo 4
Fissando la pila di fascicoli che quasi le copriva lo schermo del computer, a Sophia si gelarono i polpastrelli.
Era chiaro che quel carico di lavoro non l’avrebbe mai finito prima di uscire.
Eppure, quando alzò lo sguardo e incrociò quello di Lily, provocatorio e di sfida, le parole di rifiuto le morirono in gola.
Tanto era il suo ultimo giorno. Perché mettersi nei guai?
«Va bene.»
Lily arricciò il labbro e se ne andò, ancheggiando.
Sophia fece un respiro profondo, si infilò le cuffie e si buttò a capofitto nel testo fitto davanti a lei.
Il tempo scivolò via in silenzio.
Solo dopo le due del pomeriggio riuscì finalmente a finire di revisionare l’ultimo file; lo impacchettò con cura e lo inviò all’email di Lily.
La tensione che le irrigidiva i nervi si sciolse all’improvviso, e una fame violenta le piombò addosso in un istante.
Tirò fuori dall’armadietto un bicchiere di noodles istantanei e ci versò sopra l’acqua bollente.
Dopo aver mangiato, si lasciò andare contro lo schienale, con la voglia di riposare un attimo.
A poco a poco, le palpebre le si fecero sempre più pesanti. Appoggiò la testa sulla scrivania e sprofondò in un torpore di mezzo sonno.
Ma proprio quando stava cedendo, una collega la scosse e le disse di andare nell’ufficio del CEO.
A Sophia si strinsero i palmi. Un brutto presentimento le si infilò sotto la pelle.
Si sistemò in fretta e corse verso l’ufficio del CEO.
Appena entrò, un’ondata di rabbia furibonda le esplose nelle orecchie. «Sophia! È questo che mi hai consegnato?»
Il cuore le martellava mentre alzava lo sguardo, in preda al panico.
Il volto di Gerald era cupo di collera e teneva un documento stretto nel pugno. «Ti ho chiesto di rivedere la sceneggiatura, e tu lo fai così, tanto per?»
La voce era intrisa di disgusto. «Una montagna di spazzatura! Logica confusa, dialoghi pessimi, e nemmeno la struttura di base di una storia! Sophia, a parte essere svogliata e inaffidabile, che altro sai fare?»
Detto questo, alzò il braccio e le scagliò addosso il documento con forza.
I fogli si sparpagliarono sul pavimento.
Sophia spalancò gli occhi. Guardando quelle pagine disperse a terra, sentì all’improvviso che c’era qualcosa che non tornava.
Quello non era il formato di annotazioni che usava di solito.
Resistendo a un capogiro, si accovacciò e raccolse in fretta qualche foglio dal mucchio. Le bastò un’occhiata perché il cuore le sprofondasse.
Non era affatto la versione che aveva revisionato lei.
Le motivazioni dei personaggi erano completamente sbagliate, la direzione della trama non aveva senso: sembrava che qualcuno avesse deliberatamente rovinato la sceneggiatura originale prima di inviarla.
Alzò lo sguardo e gli porse la cartellina blu spessa che si era portata dietro. «Questa è la sceneggiatura che ho revisionato. Ho segnato tutte le modifiche. Quello che ha lei… non l’ho fatto io.»
Aveva gli occhi limpidi, con la speranza che lui almeno desse un’occhiata.
Lo sguardo di Gerald scivolò sulla cartellina voluminosa, poi tornò sul suo viso pallido ma ostinato.
«A questo punto stai ancora trovando scuse?» sogghignò e, d’un tratto, le sferzò la mano contro, colpendo con forza la cartellina che lei gli stava porgendo.
La cartellina le volò dalle dita e andò a schiantarsi contro l’archivio metallico lì vicino, aprendosi di colpo e spargendo tutto.
Sophia rimase com’era, il braccio irrigidito a mezz’aria, le dita intorpidite.
Non si era nemmeno preso la briga di guardare, di verificare la verità.
Le labbra di Sophia si mossero, e lei mormorò: «Io non…»
«Zitta!» la interruppe Gerald, fissandola dall’alto con occhi gelidi. «Non voglio sentirti dire una sola parola.»
Sophia abbassò lentamente il braccio e si accovacciò piano.
Proprio allora, una voce gentile spezzò quell’atmosfera soffocante.
«Gerald, che succede? Non arrabbiarti così.»
Claire, chissà da quanto, si era avvicinata; tirò con delicatezza la manica di Gerald e lo guardò dal basso.
La terrificante aura di gelo intorno a Gerald si attenuò visibilmente nel momento stesso in cui la vide.
A Sophia si contrassero appena i palmi, mentre un’altra fitta densa le si allargava nel petto.
«Tu per ora esci,» disse Claire rivolgendosi a lei. «Ci penso io.»
Sophia non si mosse.
Lo sguardo le cadde sul lavoro di ore, sparso per terra. Quelle righe fitte, adesso, le sembravano così ridicole.
«Che c’è ancora?» la richiamò Claire, con un tono in cui filtrava una punta di perplessità.
Solo allora Sophia tornò in sé.
Si appoggiò al bordo della scrivania lì accanto e, lentamente, con fatica, si alzò.
«Va bene.» rispose con voce roca, così bassa da risultare appena udibile.
Poi, sostenendosi la vita, fece il giro del mucchio di fogli e, passo dopo passo, si avviò verso la porta con la schiena curva.
Solo quando la sua figura scomparve oltre l’angolo del corridoio Claire distolse lo sguardo. Sospirò piano e si accovacciò per cominciare a raccogliere i documenti da terra.
«Gerald, tu torna pure al lavoro. Ci penso io a sistemare tutto.» Alzò gli occhi e gli regalò un sorriso rassicurante.
Gerald la guardò, e la durezza dei suoi lineamenti si addolcì appena. «Mi dispiace averti dato fastidio, Claire.»
«Ma figurati.» Claire scosse il capo e continuò.
Mentre raccoglieva i fogli sparsi, uno dopo l’altro, le occhi correvano veloci sul contenuto. La maggior parte erano brani mediocri. Dentro provò disprezzo, ma sul volto non lasciò trapelare nulla.
A un tratto si immobilizzò.
Sotto alcune pagine insignificanti c’era un frammento di sceneggiatura tenuto insieme da una graffetta. I profili dei personaggi erano dettagliati e completi, i colpi di scena congegnati con intelligenza e tensione; i dialoghi, essenziali, andavano dritti al cuore. E quell’energia naturale fra le righe non aveva nulla a che vedere con le bozze circostanti.
Lo spazio della firma era vuoto; nell’angolo in alto a destra del foglio, soltanto un piccolo pesce disegnato con tratto semplice e vivace.
Gli occhi di Claire si accesero di colpo.
Quasi all’istante riconobbe la qualità fuori dal comune di quel lavoro e riuscì perfino a percepirne il potenziale non ancora del tutto espresso.
Senza tradire emozione, sfilò quel documento e lo infilò con noncuranza nella propria cartellina, mescolandolo ai suoi materiali.
Poi raccolse tutte le altre pagine della sceneggiatura e le mise in una comune busta trasparente.
Finito, si raddrizzò, si spolverò le mani da una polvere inesistente, raggiunse Gerald e disse con voce mielata: «Gerald, credo che quella collega… stia passando un periodo davvero difficile. Lavorare in gravidanza… magari per un attimo è stata distratta, o non si sentiva bene, e ha sbagliato. Non prendertela troppo con lei, d’accordo?»
A quelle parole Gerald aggrottò appena la fronte, guardando Claire con pietà negli occhi. «Sei fin troppo buona.»
Mentre lo diceva, gli tornò alla mente ciò che Sophia aveva fatto a Claire in passato, e lo sguardo gli si fece più cupo.
Claire abbassò il capo, lasciando scoperto il collo sottile e fragile; la voce scese ancora, più morbida. «Ho visto che aveva una brutta cera. E se… non facesse bene nemmeno al bambino. Questi documenti…»
Sollevò la busta trasparente che teneva in mano. «Glieli porto io più tardi e ci parlo con calma, le dico di rivederli sul serio. Non arrabbiarti più per questa cosa, va bene?»
Vedendola implorare con tanta premura per quella Sophia maligna, il disgusto di Gerald nei confronti di Sophia si fece ancora più profondo. Il contrasto era fin troppo netto: una pura come un angelo, l’altra piena di pensieri sporchi, capace perfino di fare il lavoro alla buona.
«Come vuoi.» Il suo tono si raffreddò; non guardò più quei documenti. «Ma il lavoro è lavoro. Non ci sarà una seconda volta.»
«Lo so, Gerald è sempre giusto e imparziale.» Claire sorrise dolcemente, adulandolo quel tanto che bastava. «Allora vado a cercare quella collega incinta, adesso.»
Con in mano le due cartelline si allontanò da quell’angolo a passi leggeri, dirigendosi verso dove era andata Sophia.
Uscita dall’ufficio, Sophia tornò alla sua scrivania e si sedette lentamente.
«Ms. Neville?»
Quella voce gentile risuonò di nuovo, vicinissima.
Sophia aprì gli occhi e trovò Claire accanto a sé, lo sguardo posato sul badge appeso al collo di Sophia.
Sophia sollevò lo sguardo e la vide bene.
Era giovanissima, non più che ventenne, con la pelle liscia e i lineamenti minuti, da bambola di porcellana. Il tailleur le dava un’aria candida e composta, con un tocco di eleganza.
Si piegava appena in avanti, osservando Sophia con apprensione; gli occhi, limpidi, brillavano.
Dunque era così bella. E così giovane.
Non c’era da stupirsi che Gerald la preferisse.
Accanto al proprio viso gonfio e stanco e a quei vestiti premaman larghi e scadenti, sembravano appartenere a mondi diversi.
E insieme arrivò una consapevolezza ancora più nitida.
Sophia era assolutamente certa di non aver mai visto prima quella ragazza, figuriamoci di conoscerla.
Allora chi si era spinto fino a falsificare prove e ad accusarla, senza alcun fondamento, di aver ordinato a qualcuno di fare del male a Claire?
