capitolo 5

«Permettimi di dissentire», dissi, posando il bicchiere con una precisione studiata.

Il whiskey mi bruciò piacevolmente in gola, ma non era niente in confronto all’incendio che mi si era acceso nel petto nell’istante in cui avevo visto Grace White portare dell’acqua a Sebastian come una servetta qualunque.

Le sopracciglia di Kai schizzarono in alto e un sorrisetto complice gli incurvò le labbra. «Ah, sì? Non dirmi che stavolta sei tornato per lei.»

Le parole rimasero sospese tra noi, non dette eppure chiarissime.

Lo sapevano tutti che mi ero preso una cotta per Grace a prima vista, due anni prima — non avevo nemmeno avuto il tempo di provarci, prima che il caos in famiglia inghiottisse ogni cosa.

Il bastardo di mio padre, Sebastian, era venuto allo scoperto: David aveva finalmente ammesso che per tutti quegli anni aveva tenuto nei paraggi l’ex amante e il figlio avuto da lei. Aveva perfino avuto la faccia tosta di annunciare che voleva il divorzio, che voleva portarli a casa “come si deve”. Ma mia madre, Catherine Cross, non era una con cui ti permetti di giocare. Aveva costruito dal nulla il Cross Empire, aveva finanziato l’ascesa di David al potere.

Gli diede una scelta semplice: andarsene senza niente e farsi la sua vita con la sua amata amante e il suo bastardo, oppure restare sposato, tenersi la poltrona da CEO, ma fare in modo che quei due non avessero mai alcuna pretesa legittima su niente.

David scelse.

Forse l’amore per lui contava meno di quanto avesse millantato — scelse i soldi e il potere. Catherine rise, una risata gelida, e disse che forse lo avrebbe rispettato, se avesse avuto le palle di andarsene a mani vuote.

Ma una volta visto chi era davvero, messo a nudo senza più scuse, non sopportò un minuto di più in quella città. Partì per l’Europa e lì si costruì un impero tutto suo. Non divorziarono mai, però: Catherine si tenne quel matrimonio come punizione per lui, una gabbia dorata che si era scelto da solo.

Quando venni a sapere della rovina dei White, della situazione di Grace, colsi l’occasione. Mentre Catherine era sepolta in qualche trattativa per una fusione, io mi sgusciai via e presi il primo volo per tornare.

«Come se tornassi di corsa per una con un gusto così pessimo», ribattei.

La mia espressione si incupì; nella luce fioca del locale, le ombre mi tagliarono il viso.

Il suo gusto era raccapricciante — com’era possibile che non vedesse che razza di persona fosse Sebastian? Mi ero preoccupato da morire per lei, ero quasi scattato via dall’aeroporto, solo per trovarla a fare la ragazza dell’acqua per quel bastardo.

«Sì, certo, lo so. È per quello che sull’ice facevi il pavone in quel modo?» Sienna si sporse in avanti, gli occhi che brillavano di un piacere maligno. «Per metterti in mostra davanti alla piccola Grace White? Voglio dire, chi non sarebbe geloso a vedere la propria cotta fare la ragazza dell’acqua per un altro uomo?»

Bevvi un lungo sorso, senza confermare né negare.

«E qual è il piano?» chiese Dante, come sempre diretto al punto. «Stavolta la vuoi davvero corteggiare, o te ne starai a struggerti da lontano come l’altra volta?»

«Vuoi che ti diamo una mano?» si offrì Kai, già tirando fuori il telefono. «In cinque minuti ti trovo il numero. Lo stalking sui social è praticamente la mia specialità.»

Risi, ma era un suono senza un briciolo di ironia. «Pensa ai casini tuoi. Le vostre vite sentimentali sono già un disastro più che sufficiente.»

Il gruppo piombò in un silenzio cupo, ognuno rintanato nel proprio bicchiere. Qualcuno propose un gioco alcolico, ma lo sentii a malapena. Attraverso la porta avevo intravisto una figura familiare tra i camerieri che sfilavano lungo il corridoio.

Mi alzai, afferrando le chiavi dal tavolo.

«Mi sa che passo, per il divertimento.» Ero già in movimento verso l’uscita, ignorando le voci confuse e le proteste alle mie spalle.

Raggiunsi il gruppetto di camerieri che avanzava nel corridoio—ed eccola. Grace. A fare i turni di notte, proprio a The Abyss, di tutti i posti.

Rimasi un passo indietro, a guardarla destreggiarsi tra i vassoi e i clienti difficili; vidi l’attimo in cui un ubriaco provò a farsi troppo invadente e lei, tesa, cercò di scansarlo.

Era il momento di giocare la carta del figlio di papà viziato.

Mi avvicinai con calma, indossando l’andatura arrogante di uno che non ha mai sentito dire “no” in vita sua. «Ehi, tu.» La indicai, lasciando che le parole mi si impastassero appena in bocca. «Hai la patente?»

Lei parve quasi sollevata dall’interruzione e annuì in fretta. «Sì, ce l’ho.»

«Bene. Mi serve un guidatore designato.» Le penzolai le chiavi con noncuranza. «Ti va?»

Prima che potesse rispondere, l’ubriaco si alzò barcollando, puntandomi contro un dito. «Chi cazzo credi di essere? Non lo vedi che mi sta servendo?»

Socchiusi gli occhi fino a ridurli a fessure. «Apri quegli occhi del cazzo e guarda bene con chi stai parlando. Da quando devo chiedere il permesso a spazzatura come te?»

La faccia dell’uomo diventò paonazza, i pugni si strinsero mentre la rabbia gli montava. «Dillo di nuovo, dai, ti sfido!»

«Che c’è, non capisci l’inglese?» trascinai le parole, con un disprezzo che colava da ogni sillaba. «Vuoi che te lo scriva a lettere grandi?»

Scattò in avanti, pronto a tirare un pugno, ma il suo compagno parve riconoscermi all’improvviso. Il colore gli sparì dal viso mentre afferrava l’amico per un braccio, quasi lottando per trascinarlo indietro.

«Mr. Cross!» Si piegò quasi in due, con la voce che tremava. «Mi scusi, signore. È ubriaco, non sa quello che dice. Ce ne andiamo subito.»

Lo ignorai completamente e tornai a guardare Grace, un sopracciglio sollevato.

La domanda restò sospesa tra noi.

Lei esitò, spostando il peso da un piede all’altro con nervosismo. Quel muro si rialzò in mezzo a noi.

Ingrata piccola... L’avevo appena sottratta alle mani di quell’ubriaco e lei si comportava ancora come se io fossi radioattivo. Che cosa c’era di così terribile nel guidare la mia macchina?

«Cinque cento per la corsa», dissi, piatto. «Contanti.»

Le si spalancarono gli occhi alla cifra. Dopo un attimo di lotta interiore, annuì. «Affare fatto.»

Il mio umore si incupì ancora di più. Già. A lei importa solo dei soldi.


Nel parcheggio sotterraneo, lei si infilò al posto di guida mentre io mi lasciai cadere sul sedile del passeggero.

Strinse il volante, aprì la bocca, la richiuse, poi ci riprovò.

«Dillo e basta», borbottai, appoggiandomi al poggiatesta con gli occhi chiusi.

«Io… io la patente ce l’ho», disse con cautela, «però in realtà non guido da quando l’ho presa. Potresti magari… ricordarmi le basi?»

Spalancai gli occhi di colpo. «Le basi? Tipo cosa?»

«Tipo… quale pedale è quale.»

Mi raddrizzai di scatto, improvvisamente sveglissimo e improvvisamente molto preoccupato per la mia auto da tre milioni di dollari. «Stai scherzando.»

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