Capitolo 7 7. I lupi attaccano

Aria

Il campanello sopra la porta del diner tintinna quando la apro spingendola con la spalla, e il calore e l’odore di fritto si riversano alle mie spalle nell’aria fresca della notte.

Inspiro a fondo.

La notte sa di asfalto bagnato, di pini e della dolcezza appena accennata del fumo di legna in lontananza. Il cielo ormai si è fatto completamente scuro, un blu profondo da tarda sera che si stende sopra di noi, mentre la luna pende luminosa e gonfia oltre la linea degli alberi.

Non mi ero resa conto di quanto si fosse fatto tardi.

«Wow» dico, strofinandomi le braccia mentre un brivido mi sfiora la pelle. «È diventato buio in un attimo.»

Dietro di me la porta si richiude e Ransom esce al mio fianco.

Lo guardo e lo trovo già che mi sta osservando, con di nuovo quel mezzo sorriso storto sul viso. Quello che gli è scappato fuori per tutta la sera, mentre stavamo seduti in quel piccolo separé a parlare molto più a lungo di quanto avessimo intenzione entrambi.

Non mi aspettavo che la serata andasse bene.

A dire il vero, mi aspettavo un silenzio imbarazzato e una scusa per andarmene presto.

E invece, in qualche modo, abbiamo finito per parlare di tutto: del suo lavoro, della città, di stupide storie d’infanzia, dei miei libri preferiti, dei lavori peggiori che abbiamo mai fatto. A un certo punto ho riso così forte che mi è uscita la bibita dal naso, e per poco non sono morta di vergogna.

E lui non l’ha resa una cosa strana.

Ha solo riso ancora più forte.

Mi infilo le mani nelle tasche della giacca mentre attraversiamo il parcheggio di ghiaia verso la fila sparsa di auto.

«Mi sono divertito davvero, stasera» dice.

Alzo lo sguardo su di lui, sorpresa dalla sincerità nella sua voce.

«Sì» ammetto. «Anch’io.»

Questo mi vale un altro sorriso.

Il parcheggio ormai è quasi vuoto, e l’insegna al neon del diner ronza piano alle nostre spalle. Il bosco intorno incombe scuro e fitto, i rami intrecciati come pizzo nero sotto la luce della luna.

Ransom si ferma accanto alla mia macchina.

«Be’» dice, dondolando appena sui talloni. «Prima che spariamo entrambi nella notte… posso avere il tuo numero?»

Lo stomaco mi si capovolge in modo stupido e traditore.

«Che classe» lo prendo in giro.

«Dolorosamente» concorda lui.

Rido piano e tiro fuori il telefono dalla tasca.

«Va bene, dammi il tuo.»

Lui tira fuori il suo, avvicinandosi così possiamo scambiarceli.

Le mie dita sfiorano le sue mentre ci passiamo i telefoni, e qualcosa di strano mi guizza nel petto. Non è spiacevole.

Solo… evidente.

Mentre digito il mio nome nella sua rubrica, la notte all’improvviso sembra molto silenziosa.

Troppo silenziosa.

Poi—

Un fruscio.

Arriva dal bosco che costeggia il parcheggio.

Ci immobilizziamo entrambi.

Ransom solleva leggermente la testa, gli occhi che si stringono verso la linea scura degli alberi.

«L’hai sentito?» chiedo a bassa voce.

«Sì.»

Il fruscio torna.

Più vicino, stavolta.

Rami che si spostano.

Foglie che scricchiolano.

Qualcosa che si muove tra i cespugli.

Gli restituisco il telefono lentamente, con un’inquietudine strana che mi risale lungo la schiena. «Quello… sembrava grosso.»

Ransom lancia un’altra occhiata al bosco. «Resta qui» dice con calma.

Alzo le sopracciglia. «Scusa?»

«Vado solo a controllare.»

«Cosa? No—»

Ma lui si sta già allontanando dalla macchina.

«Ransom» lo chiamo piano.

Lui fa un gesto vago con la mano senza voltarsi.

«Sarà un cervo o qualcosa del genere.»

Si muove verso il bosco lentamente, la ghiaia che scricchiola sotto gli stivali.

La luce della luna arriva a malapena oltre la linea degli alberi; la foresta ingoia la luce dopo pochi passi. Tutto ciò che c’è oltre è ombra fitta e rami aggrovigliati.

C’è qualcosa, in quella visione, che mi fa pizzicare la pelle.

«Ransom» dico di nuovo, più forte.

Lui si ferma vicino al margine degli alberi e si volta a guardarmi.

«Rilassati» dice con un sorriso facile. «Ci penso io.»

Poi si rigira e fa un altro passo verso il bosco.

Il petto mi si stringe.

«Non credo che sia una buona—»

CRASH.

Qualcosa esplode fuori dai cespugli.

Trattengo il fiato, il cuore che mi schizza in gola—

Un procione schizza fuori dal sottobosco e attraversa il parcheggio a tutta velocità.

Sfreccia proprio accanto alle gambe di Ransom, mancandolo per un soffio.

Lui fa un salto indietro con una risata sorpresa.

«Merda—!»

Il procione continua, arrancando sull’asfalto prima di sparire sotto un cassonetto vicino al diner.

Lascio uscire un respiro tremante.

«Oh mio Dio» rido nervosamente. «Per un soffio.»

Ransom si strofina la nuca. «Niente di più terrificante della possibile rabbia.»

Sto ancora ridendo quando succede.

Una massa enorme erompe dagli alberi.

Si schianta contro Ransom con una forza spaventosa.

«RANSOM!»

L’impatto lo scaraventa a terra sulla schiena mentre l’enorme lupo gli piomba addosso.

Le sue fauci scattano e si chiudono sulla sua spalla.

Il suo urlo squarcia la notte.

Il sangue schizza sulla ghiaia.

La mia mente smette di funzionare.

Il lupo è enorme. Molto più grande di quanto dovrebbe essere un lupo normale. Il suo pelo è scuro e irto, i muscoli ondulano sotto il mantello mentre lo tiene schiacciato a terra, i denti affondati in profondità nella sua spalla.

Ransom si dimena, colpisce l’animale a pugni, urla dal dolore.

Io non riesco a muovermi. Non riesco a respirare.

Poi—

Alle mie spalle si leva un ringhio basso.

Un terrore gelido mi scivola lungo la spina dorsale.

Mi volto lentamente.

Un altro lupo è a pochi passi da me. Gli occhi gli brillano pallidi al chiaro di luna.

Mi guarda.

Mi caccia.

Il mio corpo si muove prima che il cervello riesca a stargli dietro.

Corro.

Non penso.

I rami mi schiaffeggiano il viso mentre mi faccio strada a forza tra gli alberi, il respiro che esce a strappi, in ansimi spezzati. I rametti si spezzano sotto le scarpe, le foglie scricchiolano a ogni passo disperato.

Il buio è soffocante.

A malapena vedo dove sto andando.

La paura mi artiglia il petto con una violenza tale da farmi quasi venire la nausea.

Dietro di me—

Il lupo si lancia nel bosco sulle mie tracce.

I suoi ringhi rimbombano tra i tronchi.

È veloce.

Troppo veloce.

La vergogna mi brucia nel petto.

Ransom è là dietro.

Sanguina.

E io sono scappata.

Sono scappata come una codarda.

Ma il mio corpo non si ferma.

I rami mi frustano braccia e faccia mentre mi spingo nel sottobosco. Un rametto appuntito mi taglia il palmo quando afferro un ramo basso per non perdere l’equilibrio.

Il dolore divampa.

Quasi non lo noto.

La scarpa si impiglia in qualcosa.

Inciampo—

E poi crollo pesantemente sul suolo del bosco.

Il dolore mi esplode nelle ginocchia e nelle costole quando sbatto nella terra, l’aria che mi schizza via dai polmoni con violenza.

«Ah—!»

Le foglie volano mentre mi giro sulla schiena.

Il lupo sbuca dagli alberi.

Il suo corpo enorme si slancia verso di me—

Poi un altro lupo gli piomba addosso a mezz’aria.

I due animali si schiantano insieme in un groviglio ringhiante di pelo e denti.

Li fisso, incredula, mentre si azzannano a vicenda.

Ringhi.

Morsi.

Artigli che strappano terra e foglie.

Non capisco.

Ma non mi faccio domande.

Mi rimetto in piedi di scatto, ignorando il bruciore del sangue che mi cola dalle mani e il dolore pulsante alle ginocchia.

Corri.

Corri.

Corri.

Riparto a tutta velocità tra gli alberi.

Il bosco davanti a me comincia a diradarsi.

Il chiaro di luna si riversa su un tratto di terreno aperto.

La strada.

La speranza mi esplode nel petto.

Spingo ancora di più, maledicendo il fatto di non aver seguito Hazel alle sue lezioni di CrossFit.

I rami mi sferzano mentre gli alberi iniziano ad aprirsi.

Poi qualcosa mi piomba addosso di lato.

Vengo scaraventata a terra con violenza mentre un lupo mi atterra.

Il mio urlo squarcia la notte quando le sue fauci si serrano sulla schiena della mia giacca.

Mi trascina all’indietro sulla terra.

«No! NO!»

Le dita mi graffiano disperate il terreno, le unghie che raschiano suolo e foglie mentre mi tira più a fondo tra gli alberi.

Il panico mi esplode nel petto.

Afferro la prima cosa che mi capita sotto mano.

Un grosso bastone.

Mi giro di scatto e lo brandisco alla cieca contro la testa del lupo.

Il ramo gli si spacca sul cranio.

Una volta.

Due volte.

Reagisce a malapena.

I denti restano serrati sulla mia giacca.

Le lacrime mi annebbianno la vista.

«LASCIA!»

Tiro su la gamba libera e calcio con tutta la forza che ho.

Il tallone gli colpisce il muso.

Il lupo guaisce e mi lascia andare.

Io mi ritraggo all’indietro sulla terra, ansimando in cerca d’aria.

Altri ringhi risuonano nel bosco.

Più lupi.

Quello che ho colpito gira di scatto la testa.

Distratto.

Sta arrivando qualcos’altro.

Non aspetto.

Mi rimetto in piedi e corro.

I polmoni mi bruciano mentre sfondo l’ultima linea di alberi.

La strada si stende davanti a me, vuota e silenziosa sotto il chiaro di luna.

Libertà.

Ci sono quasi.

Giro intorno a un albero e vado a sbattere dritta contro qualcosa di solido.

Un torace duro.

Mani forti mi afferrano per le braccia prima che io possa cadere all’indietro.

Mi divincolo subito.

«Lasciami andare!»

«Aria.»

Quella voce mi blocca di colpo.

Alzo lo sguardo.

Barric.

I suoi occhi blu ipnotici sono fermi, ma è la preoccupazione che ci leggo dentro a immobilizzarmi.

Il sollievo mi travolge con una violenza tale che le ginocchia quasi mi cedono.

«Barric—» La voce mi si spezza. «Devi scappare.»

Le parole mi escono una sopra l’altra, nel panico.

«Lupi— ci sono dei lupi— hanno attaccato Ransom e—»

Le sue braccia mi avvolgono prima che io riesca a finire. Forti. Solide… Sicure.

«Aria,» mormora con fermezza, gli occhi puntati verso il bosco. «Va tutto bene.»

Il mio corpo trema senza controllo mentre ringhi lontani riecheggiano dietro di noi, tra gli alberi.

«Barric, dobbiamo andare—»

La sua mano mi prende con delicatezza la nuca, premendomi il viso contro il suo petto.

La sua voce è calma.

Stabile.

Certa.

«Tu. Stai. Bene,» dice con un tono che non ammette repliche.

Il suo battito è forte sotto il mio orecchio.

Lento.

Imperturbabile.

«È finita.»

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