Capitolo 2
Il punto di vista di Ella
Feci irruzione nello spazioso ufficio e fui subito avvolta dal profumo di libri antichi, mogano e cuoio. Ma c'erano anche altri due odori: bourbon e fumo di legna, l'odore di Alexander, il mio compagno e marito... per ora. E poi qualcosa di più dolce, floreale.
Sophia.
Prima ancora di vedere il suo bel viso da volpe, notai una ciocca di capelli castani. Sophia Oxford, figlia dell'Alpha del branco Moonshine, situato proprio sopra Stormhollow e Ashclaw.
Ironico che i tre branchi formassero un triangolo, perché Sophia era sempre stata l'altra donna nel mio matrimonio, quella di cui non riuscivo a liberarmi. O forse era il contrario?
Lei e Alexander erano amici da molto prima che io entrassi in scena; provenendo da branchi vicini, avevano frequentato la stessa scuola e, a quanto pare, erano stati amici intimi da tempo immemore.
Ci fu persino un periodo in cui si ipotizzava che Sophia potesse essere la compagna predestinata di Alexander.
Finché non arrivai io a rovinare i sogni di tutti. Compresi quelli di Sophia.
Anche dopo che io e Alexander ci sposammo, lui trattò Sophia sempre bene: la invitava a banchetti e balli, le comprava regali di compleanno, e a volte condivideva i pasti con lei, quando con me non si prendeva nemmeno la briga di farlo.
Per molto tempo sopportai la sua gentilezza nei confronti di lei; mi dicevo che erano amici d'infanzia, che aveva tutto il diritto di essere cortese con lei anche quando non se lo meritava. Forse una piccola parte di me credeva persino che, se non mi fossi lamentata, Alexander alla fine si sarebbe addolcito nei miei confronti.
Ma non lo fece mai. Anche quando ero la Luna perfetta e obbediente che ogni Alpha avrebbe sognato, anche quando lei si comportava in modo crudele e imperdonabile, lui sceglieva sempre lei.
Sophia si voltò lentamente a guardarmi dalla morbida poltrona su cui era appollaiata. Teneva in equilibrio tra le mani curate una tazzina da tè con il suo piattino e indossava quello che sembrava un abito nuovo di zecca, del rosa più bello che avessi mai visto.
Guardai oltre lei, verso Alexander, seduto dietro la scrivania, con i capelli rossi incorniciati dal sole alle sue spalle. Mi fissò con sguardo assente mentre mi fermavo di colpo al centro della stanza, e i suoi occhi verdi mi scrutarono come se fossi una gatta randagia appena entrata.
«Ella», disse lentamente, senza preoccuparsi di nascondere la punta di disprezzo nella voce. «Che ci fai qui? Sono nel mezzo di una riunione».
L'irritazione nel suo tono non mi sfuggì. Un tempo, mi avrebbe fatto rannicchiare e sgattaiolare via con la proverbiale coda tra le gambe. Ma non più. Non ora che stavo morendo e mi restava poco tempo per cose del genere.
«Devo parlarti di una cosa urgente».
«Dovrà aspettare. Sono occupato».
Sbuffai e feci un gesto verso Sophia. «Lei praticamente vive qui. Sono sicura che voi due possiate rimandare il vostro tè a più tardi».
Sophia sussultò. Le sopracciglia di Alexander si inarcarono. Chiaramente, nessuno dei due si aspettava che parlassi in modo così schietto; a dire il vero, non me l'aspettavo nemmeno io. Avevo appena scoperto di avere una malattia terminale da un paio d'ore e già mi comportavo come una persona completamente diversa.
«Ella, tesoro», disse Sophia con voce leggera, «cos'hai da dire che non puoi dire davanti a me? Siamo tutti amici, dopotutto».
Amici? Amici? Quella era la stessa donna che storceva il naso ogni volta che tentavo di essere amichevole con lei. Non avremmo potuto essere più lontane dall'esserlo. Eravamo più che altro delle estranee.
Voltai lentamente la testa per guardarla. Arricciai il labbro superiore, anche se non spuntarono zanne, non senza la mia lupa. Ma cercai di riversare in quello sguardo ogni briciolo di disgusto che provavo.
«Certe cose, tesoro, è meglio discuterle tra marito e moglie. A meno che tu non stia insinuando di essere un terzo incomodo nella nostra relazione».
Sophia sussultò di nuovo, portandosi una mano delicata – era sempre stata così diafana, esile e fottutamente perfetta, come una colombella – a stringere le perle che le ornavano la gola. I suoi grandi occhi azzurri si riempirono subito di lacrime, anche se ero certa che fossero finte. «Ma come ti permetti…»
«È impazzita, Signore» disse all'improvviso il Beta Gabriel da dietro le mie spalle. A quanto pare era rimasto sulla soglia per tutto il tempo, anche se non me n'ero accorta. «Devo accompagnare fuori la Luna Ella?»
Serrai la mascella, rifiutandomi di guardare chiunque non fosse Alexander. Se ne stava seduto, immobile, e si limitava a sbattere le palpebre, come sorpreso.
Poi, i suoi occhi verdi mi squadrarono di nuovo, ma stavolta in modo diverso. C'era qualcosa di… analitico nel suo sguardo, come se mi vedesse per la prima volta.
Non ero sicura che mi avesse mai guardata in quel modo prima di allora.
Alla fine disse: «Gabriel, per favore, accompagna fuori Sophia».
Non riuscii a nascondere la sorpresa. Persino Gabriel borbottò: «Signore?».
Sophia scattò in piedi. «Alex…»
«Mia… moglie ha bisogno di parlarmi» disse Alexander mentre il suo Beta si avvicinava a Sophia. «Riprenderemo la nostra discussione più tardi, Sophia.»
Sophia parve contrariata, ma non protestò oltre mentre Gabriel le prendeva con delicatezza il gomito. «Da questa parte, signorina» le disse con una voce gentile che con me non aveva mai usato. La condusse fuori e, non appena la porta si chiuse alle loro spalle, buttai fuori un respiro che non mi ero resa conto di aver trattenuto.
Ma la mia tregua fu di breve durata, perché Alexander sbottò: «Vedo che oggi non fingi più di essere la dolce Luna, non è vero? Sai che Sophia è come una sorella minore per me, e non tollererò che tu le parli in modo così sgarbato. Né ti permetterò di lanciare accuse di infedeltà».
Il suo tono mi fece irritare, ma mantenni un'espressione neutra. Non avevo alcuna intenzione di spiegare le ragioni dietro le parole che avevo rivolto a Sophia, né di scusarmene. Ero stanca di scuse, stanca di essere silenziosa e dolce e di non farmi mai valere.
«La mia lupa è entrata in quiescenza» dissi senza mezzi termini, intrecciando le mani dietro la schiena. «Devi marchiarmi perché possa tornare. Se non lo farai, morirò entro un anno.»
Alexander sbuffò.
«Ah. Un altro dei tuoi trucchetti, proprio come la recita della "dolce e gentile Luna". Fammi indovinare: vuoi assicurarti la tua posizione come mia Luna, dare alla luce il mio erede, inventando una qualche malattia che mi costringa a marchiarti e ad avere rapporti intimi con te.»
Certo. Dopo tutti i miei anni di duro lavoro, diligenza e perfezione, era così sospettoso da accusarmi di fingere una malattia per incastrarlo con un figlio. Non mi aspettavo niente di diverso.
«C'è un altro modo» dissi, sollevando il mento. «Divorzia da me, rifiutami, e la mia lupa tornerà.»
«No.»
Quella risposta mi colse di sorpresa. Alexander mi odiava, non c'era dubbio. Mi aspettavo che avrebbe colto al volo l'occasione di divorziare da me per qualsiasi motivo. Invece, aveva rifiutato all'istante.
Doveva essere perché un Alpha non poteva rifiutare la sua compagna senza una ragione. Avrebbe potuto danneggiare la sua reputazione, farlo apparire troppo emotivo e sleale.
E io, tecnicamente, non gli avevo dato un motivo per divorziare: non l'avevo tradito, non avevo litigato con lui né fatto altro se non ammalarmi e diventare leggermente esasperante.
«Sarò io a dare l'annuncio pubblico» dissi. «Mi prenderò la colpa. La tua reputazione non ne risentirà.»
«No» ripeté lui, alzandosi dalla sedia.
In tutta la sua altezza, quasi mi sovrastava, con le spalle larghe che bloccavano la luce del sole che filtrava dalla finestra dietro di lui. Si lisciò la parte anteriore del panciotto scuro, finemente ricamato con impalpabili fili neri, e socchiuse pericolosamente gli occhi.
«Noi non divorzieremo.»
