Capitolo 3

Lila

Tenni la testa china, cercando di confondermi tra la folla, con il cuore che mi martellava nel petto. Ognuna di quelle donne si pavoneggiava, sussurrava, faceva a gara per farsi notare. Si trovavano tutte lì per lo stesso motivo: essere scelte dal Re dei Licantropi.

«Non Damon...» sospirò trasognata una ragazza accanto a me.

Repressi l'impulso di alzare gli occhi al cielo. Quelle donne non sapevano nulla della vera natura dell'uomo che ci governava. Le loro risatine e i loro bisbigli mi urtavano i nervi, ma tenni la bocca chiusa. Attirare l'attenzione era l'ultima cosa che desideravo.

La folla sembrò ondeggiare, aprendosi appena al passaggio di una donna che avanzava con passi lenti e misurati.

I suoi tacchi ticchettavano sul pavimento di marmo; ogni suo movimento era studiato e trasudava sicurezza. Era alta, stupenda, dai lineamenti marcati e con occhi penetranti che scrutavano le donne radunate come una regina che passa in rassegna la propria corte.

«Oh, quella è Isabella,» bisbigliò una ragazza vicino a me, con la voce che le tremava di soggezione. «È la favorita del Re dei Licantropi.»

«È praticamente un membro della famiglia reale,» mormorò un'altra. «Nessuno le si mette contro passandola liscia.»

«Che ci fa qui?» domandò una terza, in un soffio.

Con tempismo perfetto, Isabella si fermò davanti a una fanciulla ai margini della folla. La ragazza era bassina, dall'aspetto delicato, e indossava un abito che, pur essendo pulito e dignitoso, risultava fin troppo semplice rispetto ai vestiti sfarzosi che ci circondavano.

Isabella si lasciò sfuggire una risata sommessa e crudele. «Il tuo branco è in bancarotta?» domandò, con un tono intriso di scherno. «O hai semplicemente dimenticato che ci troviamo a palazzo? Quel vestito sembra uno straccio che le mie cameriere butterebbero via.»

La ragazza avvampò, rannicchiandosi su se stessa. «Io... io...»

Isabella schioccò la lingua. «Oh, povera cara,» disse, con gli occhi che le brillavano di divertimento. «Il tuo Alfa ti ha mandata qui per scherzo? O forse sta solo cercando di sbarazzarsi di te?» Inclinò la testa, fingendo compassione. «Perché, parliamoci chiaro: nessuna persona di vero valore si presenterebbe conciata in quel modo.»

La ragazza tremava, stringendo la stoffa della gonna con tanta forza da farsi sbiancare le nocche.

Isabella fece un passo avanti, abbassando la voce in un sussurro spietato. Inclinò di nuovo il capo, come se stesse ispezionando qualcosa di disgustoso. «E credi davvero di essere all'altezza di questo posto? Di avere anche solo una possibilità? Stai sporcando il pavimento del palazzo solo stando qui in piedi.»

L'aria si fece densa di tensione. Nessuno prese le difese della ragazza. Tutte distolsero lo sguardo, fingendo di non notare la crudeltà che si stava consumando sotto i loro occhi.

Serrai i pugni; sapevo fin troppo bene cosa significasse essere umiliata e presa di mira, e la parola mi sfuggì dalle labbra prima che potessi trattenermi. «Basta.»

La mia voce risuonò nitida e ferma. Il silenzio calò sulla sala. Le teste si voltarono. Gli occhi si spalancarono per lo stupore mentre tutte mi fissavano.

Persino Isabella si raggelò, e la sua espressione passò dal divertimento a qualcosa di indecifrabile. Il suo sguardo si incatenò al mio e, per un istante fugace, vidi qualcos'altro balenarle in viso.

Riconoscimento. Sgomento.

«Tu...» sussurrò, facendo un passo avanti. Mi studiò assottigliando lo sguardo, poi, all'improvviso, il suo volto si contorse. «Come hai potuto...»

Non terminò la frase. Le sue labbra si ridussero a una linea sottile, e un lampo di furia le oscurò i lineamenti.

Con un gesto secco del polso, si voltò verso un gruppo di servitori di palazzo. «Chiamate qualcuno che la punisca,» ordinò, con la voce carica di veleno. «Voglio che lei e quella ragazzina vengano sbattute in giardino a strappare le erbacce. E assicuratevi che non abbia mai l'occasione di incontrare Damon.»

Pronunciò le ultime parole a denti stretti, fulminandomi con lo sguardo, come se la mia stessa esistenza fosse un insulto alla sua persona.

Aggrottai la fronte. Non era solo questione di aver preso la parola. Quel lampo di riconoscimento nei suoi occhi era stato troppo intenso, troppo personale. Celava qualcos'altro sotto la rabbia. Non lo capivo ancora, ma sapevo bene che era meglio non fare domande.

Alcuni domestici fecero per avvicinarsi, ma sollevai una mano. «Vado da sola.»

Che credessero pure di punirmi. Se strappare erbacce significava poter evitare quel processo di selezione mantenendo intatta la mia identità, non avevo di che lamentarmi.

Il giardino era immenso, con filari di siepi potate alla perfezione e fiori variopinti. Il sole picchiava implacabile mentre, in ginocchio nella terra, sradicavo le erbacce con movimenti lenti e metodici.

Il sudore mi colava lungo il collo e le braccia mi dolevano, ma andai avanti, accogliendo la fatica a braccia aperte. Almeno lì fuori, lontana da occhi indiscreti, riuscivo a respirare.

Un leggero fruscio attirò la mia attenzione; alzai lo sguardo e vidi avvicinarsi la ragazza di prima. Esitò un istante prima di accovacciarsi accanto a me.

«Mi dispiace tanto» mormorò. «Per averti cacciata nei guai.»

Scossi la testa. «Non è colpa tua. Le persone come Isabella trovano sempre una scusa per umiliare gli altri.»

Annuì lentamente, togliendosi la terra dal vestito. «Io sono Emma.»

«Lila.»

Fece un timido sorriso. «Non parli come le altre ragazze.»

Scrollai le spalle, ignorando il commento per non infilarmi in quel genere di conversazione.

Il sorriso di Emma svanì; si guardò attorno prima di abbassare la voce. «Ho sentito una cosa dalle altre... sul perché il Re non ha ancora sposato Isabella.»

Inarcai un sopracciglio. «Perché?»

Esitò, poi sussurrò: «Gli anziani vogliono che trovi una seconda compagna. È per questo che hanno indetto la selezione.»

Aggrottai di nuovo la fronte. «E allora perché non sposa lei e basta?»

L'espressione di Emma si fece a disagio. «Nessuno lo sa con certezza. Ma si dice che la prima Luna sia morta... e Isabella è l'unica che il Re ammette al proprio fianco.»

Sbuffai, sradicando un'altra erbaccia dal terreno. «Quindi ha tutto il potere, ma non il titolo?»

Emma annuì, mordicchiandosi il labbro. «È proprio questo a renderla pericolosa. Farebbe di tutto pur di mantenere le cose come stanno.»

Mi asciugai il sudore dalla fronte, riflettendo sulle sue parole. «E Damon glielo lascia fare?»

Emma esitò. «Non credo che gli importi. O forse... forse sta solo aspettando la persona giusta.»

Mi lasciai sfuggire una risata secca. «Beh, quella non sarò certo io.»

Emma mi rivolse uno sguardo strano, come se stesse cercando di inquadrarmi. Alla fine disse: «Non sembri aver paura di lei.»

«La paura dà potere alle persone come Isabella» mormorai. «E non l'avrà da me.»

Lasciai sedimentare la cosa, mentre i pezzi del puzzle si incastravano nella mia mente. Era evidente che Isabella avesse potere, ma non abbastanza da rivendicare il titolo di Luna. E ciò significava che era disposta a tutto pur di impedire a chiunque altra di avvicinarsi al Re.

Un brivido mi corse lungo la schiena. Isabella era la favorita di Re Damon, e io l'avevo appena fatta infuriare.

Il sole bruciava alto nel cielo mentre le ore si trascinavano a fatica. I domestici incaricati di sorvegliarci si rifiutarono di farmi riposare, e sentii che la mia lupa, Ruby, era ormai al limite.

Il mio corpo urlava di dolore, ma strinsi i denti, rifiutandomi di dar loro la soddisfazione di vedermi cedere.

Poi, all'improvviso, un'ondata di vertigini mi travolse.

La vista mi si annebbiò. Sentivo gli arti pesanti, insensibili. L'odore della terra prese a turbinarmi attorno, troppo forte, troppo pungente. Una strana sensazione mi attraversò il petto, propagandosi fin dentro le ossa.

Sentii la voce di Ruby, debole ma sicura. Sento l'odore del compagno...

Cercai di risponderle, ma il mondo si capovolse. Le ginocchia mi cedettero e crollai a terra, in cerca d'aria. Un fischio lontano mi riempì le orecchie, sovrastando i rumori circostanti.

Un attimo prima che l'oscurità mi inghiottisse, udii una voce, profonda e autoritaria.

«Che cosa è successo qui?»

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