Capitolo 4
Damon
Ero in piedi accanto alla finestra del palazzo, lo sguardo perso sul vasto giardino reale sottostante. I miei pensieri vagavano lontano, persi in quella stanchezza sempre più opprimente legata a doveri che non avevo mai richiesto.
Dietro di me, Jackson si schiarì la voce. «C'è una ragazza, nella Selezione, che le somiglia.»
Non mi voltai a guardarlo. Non ce n'era bisogno. Le sue parole calarono su di me come una nube carica di tempesta.
«Impossibile.» La mia voce era piatta, priva di emozione. «La mia Luna era unica. Nessuno è come lei.»
Jackson non batté ciglio. Era stato il mio mentore troppo a lungo per lasciarsi intimidire dalla mia freddezza. «Altezza, Natalie non c'è più. Dobbiamo andare avanti. I branchi sono senza una Regina Luna da dieci anni. Questa Selezione potrebbe aiutarti a trovare una seconda compagna.»
Espirai bruscamente, allontanandomi dalla finestra. «Sai bene che non mi interessano.»
Nessuna di loro avrebbe mai potuto sostituire Natalie. Nessuna di loro meritava il mio tempo.
Jackson sospirò, e la sua pazienza stava chiaramente venendo meno. «Hai delle responsabilità, Damon. Non puoi continuare a respingere l'idea di una Luna. Il branco ha bisogno di stabilità. Tu hai bisogno di stabilità.»
Sbuffai, passandomi una mano tra i capelli. «Stabilità? Mio padre ha governato senza una Luna per anni, e se l'è cavata benissimo. Perché per me dovrebbe essere diverso?»
«Perché tuo padre non era perseguitato dal fantasma della sua Compagna» ribatté Jackson senza mezzi termini.
Pochi potevano permettersi di parlarmi in quel modo restando impuniti. Prima che potessi rispondere, un movimento improvviso nel giardino catturò la mia attenzione, salvandomi provvidenzialmente da una discussione che non avevo alcuna intenzione di affrontare.
Una figura crollò a terra tra la polvere del giardino; i lunghi capelli le scivolarono sul viso, mentre il sole la illuminava facendola sembrare un dipinto tragico. Il suo corpo tremava leggermente, fragile in mezzo alle piante di cui si stava prendendo cura.
Qualcosa in quella scena mi fece stringere il petto, anche se non riuscivo a capirne il motivo.
Il mio lupo, Zane, si agitò. Chi è?
Lo ignorai. Al mio lupo non era mai importato molto degli altri, quindi non capivo perché adesso mostrasse un simile interesse.
Zane ringhiò sommessamente nella mia mente, esigendo la mia attenzione. Ha bisogno di aiuto. Manda il Beta.
Jackson, percependo la mia distrazione, seguì il mio sguardo oltre i vetri. «Una ragazza che non ha retto il caldo» notò. Non capii se parlasse in senso letterale, o se intendesse dire che non era adatta a partecipare alla Selezione delle spose che lui stesso aveva insistito per organizzare.
Non avendo voglia di intavolare un'altra discussione né con Jackson né con il mio lupo, aprii il legame mentale con Ronan. C'è una donna ferita nel giardino. Scopri cos'è successo e fammi rapporto.
Pochi minuti dopo, Ronan bussò ed entrò a grandi passi nella stanza. «Mio Re, la femmina ha mancato di rispetto a Isabella, così lei le ha ordinato di estirpare le erbacce in giardino. È crollata per lo sfinimento.»
Ovviamente.
Una scintilla di irritazione mi divampò nel petto. Isabella aveva oltrepassato il limite. Di nuovo. Non aveva alcuna autorità per punire chicchessia, eppure si comportava come se fosse la padrona del palazzo.
Serrai la mascella. «Sospendi la punizione e di' alla servitù di portarla dentro.»
Zane ringhiò più forte. Manda a chiamare un medico. Voglio incontrarla quando si sveglierà.
Mi irrigidii. No. Sai bene che oggi sono occupato.
Andiamo, non ci vorrà molto. Guaì. Aveva letteralmente guaito.
Sospirai, massaggiandomi le tempie. Non era da lui fissarsi in quel modo su qualcuno, e la cosa mi turbava. Il mio sguardo tornò a posarsi sui giardini, indugiando nel punto in cui la donna era svenuta.
Una strana inquietudine mi si annidò nello stomaco. Il mio istinto non mi aveva mai tradito, e c'era qualcosa, in quella donna, che lo stava infiammando.
"Manda un medico," ordinai al mio Beta. "E quando si sveglierà... voglio vederla."
Il mio lupo era compiaciuto, ma io no. Per niente.
Il punto di vista di Lila
Mi svegliai sentendo un panno fresco premuto sulla fronte. Tutto il corpo mi doleva, ma il senso di vertigine causato dal caldo era svanito. Fissai l'alto soffitto sbattendo le palpebre, disorientata.
Un uomo era in piedi accanto a me, intento a sistemare quella che, dall'odore, sembrava una fiala di medicinale. Il suo odore mi rivelò che era un Lycan, ma non un dominante.
"Ehm, salve. È un medico?" domandai con voce roca, la gola secca.
Lui annuì, rivolgendomi un sorriso rassicurante. "È svenuta in giardino per lo sfinimento, dovrebbe davvero riposare qui per un po'."
"Ogni donna che partecipa alla Selezione ha un medico personale?" chiesi.
Le labbra del medico si incresparono in un'espressione quasi divertita. "No. Solo lei. Il Beta mi ha ordinato di assisterla."
Aggrottai la fronte. "Il Beta Ronan?" La cosa era strana. Davo per scontato che Isabella mi avrebbe lasciata a marcire là fuori, non che avesse detto a Ronan dove mi trovassi. "Mi piacerebbe ringraziarlo, se possibile."
Un bussare deciso mi fece mettere a sedere. Mi aspettavo che il medico andasse ad aprire, ma la porta si spalancò da sola, rivelando un uomo alto, dallo sguardo penetrante e con un'aura di silenziosa autorità. Il Beta Ronan. Parli del diavolo...
Dietro di lui c'era una domestica a braccia conserte; aveva un'aria fiera per motivi che non riuscivo a comprendere.
Deglutii. "Grazie per avermi aiutata, le sono grata," dissi con cautela.
Il Beta annuì per recepire il ringraziamento. "Il Re vuole vederti."
Il cuore mi mancò un battito e il panico minacciò di sommergermi. E se Isabella avesse distorto i fatti? E se quella fosse una convocazione per punirmi ulteriormente? Maledetta me e la mia lingua lunga.
"Io..." Abbassai lo sguardo su me stessa. Il mio abito era sgualcito, coperto di terra, del tutto inadatto per presentarsi al cospetto di un Re. "Non posso andarci in questo stato."
La domestica si fece avanti, e il motivo della sua espressione fiera divenne subito chiaro. Mi porse un abito meraviglioso. Il tessuto delicato scintillava di minuscoli gioielli, di un lusso superiore a qualsiasi cosa avessi mai toccato in vita mia.
Trattenni il fiato. "Deve essere costato una fortuna."
La domestica sbuffò. "Essendo la figlia di un Alpha, avrà sicuramente già indossato qualcosa del genere."
Mi irrigidii. La mia reazione era stata troppo spontanea. Troppo fuori luogo. Aveva ragione: in quanto figlia di un Alpha, avrei dovuto essere abituata alle cose raffinate, come abiti che costavano più dello stipendio di un intero mese.
Lo sguardo di Ronan saettò su di me, affilato come quello di un lupo che fiuta il sangue. "Una reazione insolita," mormorò.
Accennai una risatina forzata, cercando di riprendermi. "È solo che... è molto più di quanto mi aspettassi."
Lo sguardo del Beta Ronan indugiò su di me, inchiodandomi sul posto; notò la tensione delle mie spalle e il modo in cui stringevo troppo forte il tessuto del mio abito tra le mani.
"Più di quanto ti aspettassi," le fece eco, con voce bassa. Calcolatrice. "E cosa ti aspettavi, di preciso?"
L'aria nella stanza sembrò farsi più rarefatta. Il cuore mi martellava contro le costole. Passai le mani sull'abito, costringendo le spalle a rilassarsi. Pensa. Riprenditi.
"Non pensavo che la Selezione avrebbe riservato un simile sfarzo per noi, mi aspettavo di dover indossare un mio abito," dissi con tono leggero, mascherando il tremore nella voce.
Ronan emise un verso a mezza bocca, poco convinto. Fece un passo avanti, la sua presenza a dir poco intimidatoria. "Ah, sì?" La sua voce ora era più pacata, eppure più pericolosa. "Sei la figlia di un Alpha. Dovresti essere abituata allo sfarzo."
Mi costrinsi a sostenere il suo sguardo. Lezione numero uno: non mostrare alcuna debolezza. "Certo. Ma mio padre era un uomo... pratico."
Ronan continuò a fissarmi, mentre io trattenevo il respiro. Avevo tutta l'impressione che fosse un test. E se non lo avessi superato, non sarei uscita viva da quella Selezione.
