Capitolo 5
Lila
Rimasi immobile, sistemandomi addosso il peso insolito di quell'abito. Le mani accarezzarono il tessuto morbido, seguendo i motivi intricati che vi danzavano sopra. Era stupendo, ma tutta quell'eleganza non faceva che farmi sentire ancora più fuori luogo.
Quel vestito, così raffinato e sfarzoso, mi ricordava mia nonna. Lei riteneva che il lusso fosse uno spreco delle risorse del Branco. Sospirai piano, cercando di mantenere una parvenza di compostezza mentre rispondevo al muto scrutinio del Beta Ronan.
«Questo abito mi ricorda mia nonna. Dava molto valore alla parsimonia.»
Il Beta non aggiunse altro; si limitò ad annuire in segno di approvazione prima di voltarsi e riprendere a camminare. Il suo silenzio era eloquente; non aveva bisogno di aggiungere altro, i suoi pensieri erano già stati soppesati. Senza dire una parola, mi fece cenno di seguirlo.
Crescendo, avevo imparato a restare in silenzio. Meno mi facevo notare o sentire, maggiore era la mia libertà. Quell'istinto prese il sopravvento mentre seguivo Ronan lungo il freddo corridoio di pietra. Non potei fare a meno di rabbrividire.
Le pareti sembravano stringersi intorno a me e il loro gelo mi penetrava nelle ossa. Immaginai la stanza che mi attendeva: la stanza di Damon. Il Re dei Lycan, come avrei dovuto chiamarlo nella mia testa. Terrificante. Oscuro. Una figura imponente che deteneva un potere tale da far tremare persino gli uomini più forti.
Il solo pensiero di incontrarlo mi provocò un fremito d'inquietudine nel petto. Ogni fibra del mio corpo mi urlava di scappare nella direzione opposta, ma non avevo altra scelta che andare avanti.
I nostri passi echeggiavano nel corridoio e io mi concentrai su quel suono, cercando di impedire alla mente di vagare troppo. Il cuore mi rimbombava nelle orecchie, sovrastando i sussurri che tentavano di insinuarsi nei miei pensieri.
Ero talmente persa nella mia ansia che quasi non mi accorsi di Ronan quando si fermò all'improvviso, chinando leggermente il capo come se stesse ricevendo un collegamento mentale. Il suo sguardo saettò verso di me.
«Devo assentarmi un momento» disse sbrigativo. «La cameriera ti accompagnerà per il resto del tragitto.»
Senza attendere risposta, si voltò e se ne andò; la sua presenza svanì lungo il corridoio alle nostre spalle.
La cameriera, che fino a quel momento ci aveva seguiti in silenzio, si fece avanti con uno sguardo dolce ma indecifrabile. Annuì, facendomi cenno di seguirla. La mia mente era troppo assorbita dall'imminente incontro con il Re dei Lycan per prestare attenzione ad altro.
Mentre camminavamo, svoltando l'angolo rischiai di scontrarmi con Isabella. Era perfetta come sempre: i lineamenti affilati incorniciati dai capelli acconciati con cura, la postura rigida, permeata da quel genere di sicurezza che solo una nobile come lei poteva possedere.
Mi squadrò, assottigliando gli occhi con sospetto. «Che ci fai a zonzo per il palazzo?» La sua voce era tagliente come lo schiocco di una frusta.
Deglutii a fatica, riluttante a parlarle per paura di risponderle di nuovo male. Inoltre, far aspettare il Re non avrebbe certo giovato al mio desiderio di evitare ulteriori punizioni, né a quello di passare inosservata.
«Il Re ha chiesto di vedermi.»
Gli occhi di Isabella si spalancarono per lo stupore, ma solo per un istante. Poi, il suo volto si contorse in un ringhio mentre avanzava verso di me.
La cameriera si frappose tra noi, ma Isabella era determinata a raggiungermi. Spinse via la donna e invase il mio spazio vitale.
«Non credere di essere speciale solo perché hai quel viso» sputò, con la voce carica di veleno. «Non meriti le sue attenzioni.»
Le sue parole mi ferirono più di quanto fossi disposta ad ammettere. Il mio viso? Cos'aveva che non andava il mio viso? Odiava forse mia sorella Elena e mi aveva scambiata per lei? Certo che sì, era proprio per quello che mi trovavo lì...
Come in risposta alla mia muta domanda, le labbra di Isabella si incurvarono in un ghigno. «Non metterti troppo comoda, ragazzina. Non incanti nessuno.»
Prima che riuscissi a capire cosa stesse succedendo, il braccio di Isabella scattò verso il mio viso: cercò di graffiarmi per sfregiare la pelle liscia e rovinare quel volto che sembrava odiare con tutta se stessa.
L'istinto prese il sopravvento: le bloccai la mano e feci un passo indietro. Non appena esitò, colsi l'occasione al volo, mi sollevai la gonna e mi misi a correre alla cieca lungo gli infiniti corridoi del palazzo.
L'immensità di quel luogo, le pareti imponenti e l'intrico di corridoi mi sfrecciavano accanto come in un labirinto vertiginoso. Il cuore mi martellava nel petto, il respiro mi usciva a scatti. Non avevo idea di dove stessi andando, ma dovevo scappare.
Dovevo seminare Isabella. Dovevo mettermi in salvo.
All'improvviso, i miei sensi si acuirono e ne avvertii il profumo. Un odore capace di infiammarmi il sangue e di aggrovigliarmi lo stomaco.
Era dolce, irresistibile, quasi da far impazzire. Lo seguii d'istinto, senza curarmi di dove mi avrebbe condotta. Mi attirava a sé come la forza di gravità, e ogni passo si faceva più frenetico del precedente. Non riuscivo a fermarmi. Dovevo trovare la fonte di quel profumo.
Finché non andai a sbattere contro un muro di muscoli.
Le mani mi sbatterono contro un petto; la forza dell'impatto mi mozzò il fiato. Il calore del corpo di quel maschio si irradiò dentro di me, e allungai le braccia per non cadere.
Premetti i palmi contro il suo petto scolpito. I suoi muscoli si tesero sotto il mio tocco e avvertii un'inedita scintilla di consapevolezza attraversarmi, come se la mia stessa anima lo avesse riconosciuto.
«Mi scusi», balbettai, facendo subito un passo indietro, ma le parole mi suonarono vuote in bocca. «Non avevo visto...»
«Fai attenzione.» La voce dell'uomo era profonda, gelida e sorprendentemente impaziente, ma non riuscii a concentrarmi sulle sue parole. La mia mente era troppo occupata a cercare di decifrare l'attrazione che pulsava tra noi. Un'ondata soffocante. Una forza irresistibile.
Sollevai appena lo sguardo e, quando i nostri occhi si incontrarono, il mondo sembrò fermarsi.
Due occhi azzurro ghiaccio mi fissavano, privi di emozioni ma carichi di un'intensità tale da farmi correre un brivido lungo la schiena. Osservai incantata le sue pupille dilatarsi mentre continuavamo a fissarci.
Tutto dentro di me urlava una sola parola. Compagno.
Quella parola mi rimbombò in testa come un ruggito assordante. La mia lupa ululò in risposta, e il suo richiamo mi vibrò fin nelle ossa.
Ero paralizzata, incapace di muovermi o di spiccicare parola. Il legame era innegabile. Era lui.
La guardia al suo fianco – una figura imponente e minacciosa – mi afferrò per un braccio e mi strattonò verso il pavimento, costringendomi a inginocchiarmi davanti a quel maschio. Le ginocchia urtarono il freddo pavimento di pietra con un tonfo sordo; sussultai per il dolore, cercando ancora di capacitarmi di ciò che stava accadendo.
«In ginocchio!» L'ordine della guardia fu perentorio, ma non riuscii a prestargli attenzione. La mia mente era divorata da un unico pensiero: il mio Compagno.
La voce stridula di Isabella irruppe nei miei pensieri. «Altezza! Vi prego, permettetemi di occuparmi di questa... randagia insolente», disse. Aveva un tono esagerato, che grondava di falsa dolcezza. Era già in ginocchio davanti a Damon, con i palmi rivolti verso l'alto, a elemosinare le sue attenzioni.
Ma io non riuscivo a fare altro che fissare l'uomo che avevo di fronte. Il mio Compagno. Colui che, in un solo istante, aveva stravolto tutto ciò che credevo di sapere sul mio mondo e il motivo stesso per cui mi trovavo lì.
Damon Sinclair, il Re dei Lycan, era il mio Compagno.
Non riuscivo a capacitarmene. Il cuore mi batteva all'impazzata, la mente mi girava a vuoto. Quel tiranno... quell'Alpha pericoloso e spietato... era mio?
Per quanto quel pensiero mi terrorizzasse, non potevo sottrarmi all'innegabile legame che mi spingeva verso di lui. Era una forza superiore a qualsiasi cosa avessi mai provato in vita mia.
Sgomenta, rimasi in ginocchio davanti a lui, mentre il peso di quella consapevolezza mi crollava addosso.
Ero finita in un mare di guai.
