Primo incontro

ARIA

Stiamo perdendo la partita e non mi sono mai sentita tesa come adesso.

Sento quasi il sapore della sconfitta nell’aria, e non ho dubbi che lo sentano anche i giocatori. I Silvertails sono sempre stati i nemici peggiori degli Ironclaw: vederli vincere questa partita di hockey sul nostro territorio renderebbe tutto ancora più doloroso.

Osservo i corpi dei giocatori schiantarsi l’uno contro l’altro, il ghiaccio che si crepa sotto i pattini. È violento, tanto che il sangue schizza sul ghiaccio.

Di sangue ne ho visto parecchio nei due mesi in cui lavoro come infermiera tirocinante per la squadra, ma stasera è diverso.

Non è solo una partita: è una guerra.

«Per la dea, maledizione…» ringhia l’allenatore, mio zio Barty Murdock, passandosi le dita fra i capelli. Ha la faccia paonazza per lo stress e suda anche se tutto intorno a noi fa piuttosto freddo. «Si farà male. Non sta controllando il lato sinistro!»

Mio zio si riferisce al capitano della squadra, il figlio dell’Alfa. La divisa è coperta di sangue e il casco è rotto, ma lui non si ferma a farselo sostituire. L’intera squadra conta su di lui per vincere: è famoso per quei colpi miracolosi che riportano a casa la vittoria. Ryder Drexel è l’eroe degli Ironclaw.

Scommetto che ogni occhio nello stadio è puntato su di lui.

«Hai il kit pronto, vero?» mi chiede.

«Certo.»

All’improvviso viene sbattuto contro le balaustre e il colpo è così forte che la folla sussulta, scioccata. Guardo, impietrita, Ryder battere il lato della testa sul ghiaccio; la pelle si apre e il sangue comincia a colare ovunque.

Prima ancora di rendermene conto sono già in piedi, a cercare il mio kit.

«Drexel, fuori dal ghiaccio. Adesso!» urla mio zio accanto a me. È proprio dietro di me e io non stacco gli occhi da Ryder. Ha la mascella serrata e sembra furibondo. Di solito acconsente a mio zio e gli dice che sta bene e può continuare — l’ha fatto per tutta la partita.

È così che capisco che questa ferita è seria.

Lo raggiungo al cancelletto, ma lui non mi guarda nemmeno. Alle mie spalle, zio Barty sbotta: «Dannazione, te l’avevo detto di coprire quel lato!»

Ci dirigiamo verso la stanza medica vicino alla pista e Ryder prende a calci la porta, spalancandola. Va a sbattere contro il muro con un fragore che mi fa trasalire. «Merda!» ruggisce, poi i suoi occhi cadono su mio zio. «Ricucitemi in fretta. Devo tornare là fuori!»

«Aria.» Mio zio mi lancia un’occhiata. «Quanto ci vuole?»

Mi infilo i guanti e apro il kit mentre Ryder si siede. Il polso mi martella. Non sono mai stata così nervosa in vita mia. «Forse dieci minuti, se—»

«Ehi, ehi. Aspetta un fottuto secondo.» Ryder sputa le parole con aggressività, gli occhi azzurri e gelidi puntati su di me. «State facendo ricucire me alla tirocinante? Mi prendete per il culo?»

«È mia nipote, Aria, ed è molto—»

«Non me ne frega niente di chi sia,» ringhia. «Chiamami un medico vero. Dov’è Dan?»

Le parole mi escono dalle labbra prima ancora di poterci pensare. «Sono brava nel mio lavoro, altrimenti non sarei qui. Dan è di riposo. Non c’è, mi pare ovvio.»

Il cuore mi batte a una velocità assurda e sento una pulsazione alla testa che mi guasta ancora di più l’umore. È arrivata all’improvviso e non so perché.

Il sangue continua a colargli lungo il viso, anche se lentamente. Mi lancia uno sguardo disgustato che mi fa infuriare ancora di più. Gli porgo l’ago. «Ma se pensi di saper fare meglio, accomodati pure a combinare un disastro da solo. Non me ne importa niente.»

«Aria,» mi ammonisce mio zio.

«Anzi, non mi importa niente se vivi o muori.»

«Aria!» esclama. «State perdendo tempo tutti e due! Ogni minuto che passi qui dentro regala la vittoria a quei bastardi, Drexel!»

Di nuovo, i suoi occhi diffidenti tornano sul mio viso. Lo osservo mentre dilata le narici e nei suoi occhi passa un’espressione che non mi prendo nemmeno la briga di decifrare. Poi, senza aggiungere una parola, gira la testa di lato e io mi metto al lavoro, cercando di rendere i punti il più ordinati possibile, considerato che non c’è molto tempo e che le mani mi tremano per i nervi. Raramente perdo le staffe, ma se c’è una cosa che non sopporto è qualcuno che prova a sminuire il mio lavoro.

È tutto ciò che ho, e ne sono dannatamente orgogliosa.

Non mi era mai capitato d’incontrarlo prima. Di solito ignora le sue ferite, ma non solo: essendo il figlio dell’Alpha, riceve il trattamento migliore. A una tirocinante come me non sarebbe mai stato permesso di toccarlo, se non fosse stato per il fatto che Dan, il medico della squadra, è dovuto andare via prima per una grave emergenza familiare.

Rimetto insieme anche gli altri ragazzi, che non si lamentano mai.

La sua reazione me lo fa rispettare un po’ di meno.

«Ecco», commento, facendo un passo indietro. «Finito.»

Esce dalla stanza come un fulmine, lasciando soli me e mio zio. Rimetto a posto il kit e inizio a disinfettarlo. Zio Barty sospira e dice: «Non avresti dovuto farlo, Aria».

Non gli rispondo.

«È il figlio dell’Alpha. Ha influenza. È l’ultima persona al mondo che vuoi avere contro.»

«È uno stronzo.»

«Uno stronzo potente», mi ricorda. Dopo un attimo, sospira. «Non ti direi queste cose se non fosse per… sai… quella cosa di cui non possiamo parlare. Sai cosa succede se attiri troppa attenzione su di te. Ci lavoriamo da anni e tu hai lottato duramente per arrivare qui. Ricordatelo.»

Le spalle mi si afflosciano e lascio uscire un respiro, prima di incontrare il suo sguardo. Ha gli occhi pieni di compassione: so che non lo dice per cattiveria. Zio Barty è la persona più giusta che conosca.

Colma la distanza tra noi e mi bacia la fronte. «Devo tornare là fuori. Quella squadra ha bisogno di me.» La folla ruggisce e mi chiedo se la nostra squadra abbia segnato. Il suo sorriso si allarga e aggiunge: «Però sono fiero di te.»

Sorrido anch’io. «Grazie, zio.»

Esce, lasciandomi sola per qualche minuto. Sinceramente, non capisco perché mi sia arrabbiata tanto. Forse è il modo in cui mi ha parlato… come se non contassi niente.

Forse è la tensione della partita che stiamo perdendo. È impossibile per me non essere coinvolta nell’hockey, quando vivo con zio Barty da quando avevo sei anni e l’hockey è tutta la sua vita.

Sapevo tutto dell’hockey prima ancora di imparare a memoria le tabelline.

Chiudo il kit e torno fuori, decisa a godermi la serata e a non lasciarmi toccare dalle parole di quel bruto. Sono qui per uno scopo, come ha detto mio zio, e niente può portarmelo via.

Sono la migliore tirocinante in circolazione. Il mio lavoro è meticoloso e ogni ferita che tocco guarisce con una velocità insolita. A lezione mi hanno soprannominata il Pollice Guaritore: me la cavo alla grande e non posso rischiare di mandare tutto all’aria per una sciocchezza del genere.

Zio Barty ha ragione: devo stare attenta. Se la gente qui intorno scoprisse la verità su ciò che sono, sarei una donna morta.

Morta, morta, morta.

Sto appena arrivando vicino alla panchina quando Ryder segna l’ultimo goal, il disco che si schianta contro la rete. La folla esplode, e io vedo zio Barty saltare su dal posto e lanciare le braccia in aria, vittorioso.

Non posso fare a meno di sorridere. Il cuore si allenta, sollevato: abbiamo vinto! Cos’altro potrebbe essere meglio di così?

I giocatori festeggiano sul ghiaccio e io mi avvio verso mio zio per congratularmi. Mentre mi avvicino, i miei occhi scorrono per un istante la pista e ogni parte di me si trasforma in ghiaccio quando incrocio lo sguardo di Ryder. È così inaspettato che, per un momento, non so come reagire.

Perché mi guarda così?

Sono io a distogliere lo sguardo per prima, ignorando il suo, e raggiungo mio zio. Lui mi solleva e mi riempie di baci sulla guancia. «Abbiamo vinto! Cazzo, abbiamo vinto!»

Mi lascio andare ai festeggiamenti e, poco dopo, mi dimentico del tutto di Ryder Drexel e di quello sguardo.

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