Capitolo 3

Il senso di colpa non mi aveva mai divorata così; la prima volta che avevo provato qualcosa di simile era stata quando mio padre, ormai morto, continuava a ripetermi che ero io la causa della morte di mia madre. Era morta mettendomi al mondo e adesso tutti, nel branco, si davano da fare per tormentarmi con la stessa cantilena: che ero la causa della morte di mio padre.

Erano passate settimane da quando l’Alpha Titan gli aveva spezzato il collo uccidendolo, settimane da quando mi avevano lasciata fuori, all’aperto, nei terreni comuni, a piangere la mia perdita; settimane da quando non facevo che massacrarmi di rimorsi e tenermi lontana da chiunque, persino da Amara, da Hera… e da me stessa.

Anche Hera era in lutto. Per quanto lo avesse odiato per tutto quello che ci aveva fatto passare, era comunque nostro padre, e sapere che non c’era più le lasciava addosso un dolore sordo.

Amara, invece, non capiva davvero cosa stesse succedendo; la morte del nonno non la sfiorava. Per lei era stato uno sconosciuto, uno che a malapena ricordava il suo nome. Sapeva solo di avere una nonna morta.

Le dita mi si erano intorpidite a forza di impastare e reimpastare la farina: i membri del branco avevano deciso all’improvviso che quel giorno volevano pasticci di carne britannici e scones, dopo aver buttato via i pancake appetitosi che avevo preparato. Peggio per loro. Più tardi avrei recuperato i pancake per me e mia figlia.

Cercai di concentrarmi, di fare un impasto perfetto e non lasciare che il lutto e la tristezza mi distrassero.

Staccai le mani dalla pasta e mi voltai verso i fornelli, solo per vedere che il ripieno dei pasticci di carne che stavo preparando stava bruciando. Spensi in fretta, e nel panico afferrai la pentola rovente: mi ustionò le mani e la lasciai cadere subito. Si schiantò a terra con un clangore, rovesciando il contenuto sul pavimento.

Sentii un colpo duro sulla schiena che mi fece crollare; nel cadere la faccia andò a sbattere contro la pentola bruciata e urlai d’agonia quando sentii la pelle incendiarsi.

Il dolore era lancinante.

«Brutta stronza!» Una mano mi afferrò i capelli e mi tirò su. «Che cazzo hai?»

Era Nora, la compagna del Beta. Un’altra che si impegnava con scrupolo a rendermi la vita un inferno, e pareva che la gravidanza non avesse fatto che acuire la sua crudeltà.

«A parte allargare le gambe, a cosa servi?» sibilò. «A bruciare i ripieni dei pasticci?»

«Lasciami, Nora.» Mi divincolai, cercando di strapparmi dalle sue mani, ma fu inutile. Mi schiaffeggiò di nuovo proprio dove la pelle era ustionata.

«Come ti permetti di parlarmi così?!» abbaiò. «Lo sai quanto costano i generi alimentari?» domandò con una risata secca. «Ah, no, certo che no! Sei così miserabile che non puoi permetterti un cazzo!» Poi mi puntò addosso un dito. «Aspetta che l’Alpha sappia quanto cibo hai sprecato e bruciato.» Mi spinse e ricaddi a terra, proprio sopra il ripieno rovesciato.

Lascia fare a me questa puttana! ringhiò Hera.

Hera, no! strillai, ma era troppo tardi. Prese il controllo con la forza e sentii i canini e gli artigli spuntare.

«Stupida puttana!» ringhiò, prima di scagliarsi su Nora, che la fissò con gli occhi sgranati, terrorizzata.

Hera la spinse a terra e stava per graffiarle il viso quando, all’improvviso, venne strappata via da sopra di lei. Finì contro il muro; io guaìi dal dolore mentre lei ululava. Ripresi in fretta il controllo.

Il Beta, Carlo, mi stava davanti, a fissarmi dall’alto con una furia bestiale. Mi sollevò di peso; io mi lamentai, sottomessa, travolta dalla sua aura. Mi cinse le spalle con le braccia, stringendo forte: gli artigli mi affondarono nella pelle. I suoi occhi ardevano di rabbia.

«Come osi fare del male alla mia compagna?» tuonò.

«Io…» Le parole mi morirono in gola: uno schiaffo mi attraversò la guancia.

«Oh mio Dio, credo di avere un livido.» Sentii Nora piagnucolare come se soffrisse. «Mi ha spinta così forte… e se il bambino si fosse fatto male?»

La sola menzione del bambino e il lamento della sua compagna parvero alimentare ancora di più la sua collera.

«Sistemo io te, prima ancora che l’Alpha torni.» E, dette quelle parole, mi trascinò fuori dalla cucina e fuori dalla pack house, dritta al centro di tortura per i rouges.

«Mamma… mamma… dove stai andando?» Sentii Amara chiamarmi mentre mi portavano via. Corse da dove stava giocando da sola e ci si piazzò davanti. «Lasciatela, per favore.»

«Levati di mezzo, bastarda!» ringhiò Beta Carlo, e diede un calcio a mia figlia, facendola volare e cadere a faccia in giù.

Questa volta le lacrime mi scesero senza freno, vedendola trattata così. Non potevo nemmeno dirle una parola per consolarla; e mentre lui mi trascinava via, sentivo ancora i suoi singhiozzi.

Mi spinse dentro una struttura a celle chiusa e sbatté la porta. Mi fecero sedere su una sedia e mi legarono. Non era la prima volta che finivo lì, e non tremavo per la punizione che avrebbe deciso di infliggermi; ma il modo in cui i suoi occhi luccicavano d’odio mi fece paura, mi fece temere cosa, esattamente, avesse in mente.

«Quando avrò finito con te,» ringhiò, «rimpiangerai d’essere nata.» Si schioccò le nocche, mi squadrò per un po’, poi le labbra gli si incurvarono in un ghigno. «Non credo che dovremmo usare la sedia.» Allentò le cinghie.

Mi afferrò e mi trascinò verso qualcosa che somigliava a un’asta da salto in alto, con una sbarra. Dalla parte superiore pendevano dei ceppi con catene.

«Che cosa hai intenzione di fare?» chiesi, mentre la paura mi risaliva dentro, densa. Non avevo mai visto quell’attrezzo, e non l’avevano mai usato con me.

«Lo vedrai.» Mi fece mettere sotto la sbarra. Prese un paio di guanti appoggiati su un tavolo lì vicino, dove erano sparsi anche diversi strumenti di tortura.

Se li infilò, poi mi prese la mano destra e mi chiuse addosso un ceppo. Urlai dal dolore quando il metallo mi serrò il polso. Capii perché avesse messo i guanti: quei ceppi erano d’argento. Mi fissò anche l’altra mano al secondo ceppo d’argento, e sorrise, soddisfatto, mentre il mio viso si contorceva.

Poi si avviò verso dove tenevano le fruste, per prenderne una e cominciare la sua tortura.

Non sapevo che cosa fosse peggio: la frusta che mi ricadeva sulla schiena, dove erano conficcate punte d’argento, o il bruciore al polso per via dei ceppi d’argento.

Mi morsi le urla per non dargli la soddisfazione, ma il dolore e la sua tortura non fecero che aumentare.

Non ce la facevo più.

«Vuoi che lo faccia?» chiese Hera.

Sì, fallo, ti prego.

Sorrisi dentro di me quando sentii le ferite sulla schiena richiudersi e il sangue cominciare a seccarsi. Hera mi stava aiutando a guarire e non pensavo che al Beta sarebbe importato: solo l’Alpha Titan mi aveva detto di non guarirmi mentre mi puniva.

«Ti sei appena guarita?» ringhiò Beta Carlos. «Come osi?» La frusta calò, ma stavolta non sulla schiena. Mi colpì il torso, frustandomi il seno, e io strillai dal dolore. «Ti credi indistruttibile, eh?»

Andò al tavolo e afferrò una siringa. «Ti spezzerò.» Tornò da me e mi piantò l’ago nella coscia, iniettandomi nel corpo il suo contenuto. Sentii le forze abbandonarmi, le membra farsi molli. Argento e aconito. Un’altra siringa mi fu conficcata nell’altra coscia, e la reazione fu la stessa, persino peggiore.

Il liquido mi invadeva, indebolendomi le gambe e intorpidendomi i sensi. Non potevo reagire. Non riuscivo nemmeno a sentire Hera. Prese un coltello e me lo affondò nella pancia, facendomi gridare, poi lo rigirò tra le viscere.

«Adesso vediamo se ti guarisci.» Rise di gusto, quindi sfilò la lama e tornò alle mie cosce. Mi strappò via un pezzo di gonna e cominciò a incidere parole sulla pelle esposta. Non sapevo cosa stesse scrivendo e avevo troppo dolore addosso per provare a decifrarlo.

Sentii il sangue colarmi lungo le cosce mentre lottavo per tenere gli occhi aperti; il respiro si fece più rapido e, all’improvviso, mi piantò di nuovo il coltello nelle cosce.

«Non capisco perché ti tengano ancora in questo branco.» Mi prese la mascella tra le dita e mi strattonò il viso all’insù. «Avrebbe dovuto liberarsi di te tanto, tanto tempo fa.»

Avevo mille cose da dirgli, ma mi trattenni.

«E poi hai avuto un figlio e hai osato sostenere che fosse suo» ringhiò. «Tu e il tuo meticcio inutile dovreste essere buttati fuori perché i rouge vi divorino.» Fece schioccare la lingua. «Tsk… tsk… tsk… guardati, piccola sciocca patetica. Nessuno ti vorrebbe. Tu e quel tuo meticcio bastardo. Non lo vedi che sei maledetta? Che razza di donna mette al mondo un figlio che muta così presto? Ti sta punendo la dea della luna, perché sei una miserabile senza forza.»

«Lascia fuori mio figlio.» La voce mi uscì fiacca. «Non ti ha fatto niente.»

«Che audacia pensare di potermi rispondere!» abbaiò, schiaffeggiandomi in pieno volto. «Forse è per questo che sei gelosa!» Con il coltello tracciò una lunga riga lungo i miei fianchi. «Perché hai avuto un bastardo maledetto come figlio, ecco perché vuoi fare del male a mio figlio e alla mia compagna.» Poi mi piantò la lama nei fianchi, strappandomi un guaito.

«Ti prego, Beta Carlo, ti prego…» Dovetti supplicare. Il dolore era troppo, non riuscivo a reggerlo. «Per favore, perdonami…»

«Oh, adesso sai anche implorare?» ghignò; un ghigno da incubo. «Credo di essermi stancato di te.» Gettò il coltello di lato e mi liberò dai polsini.

Caddi a terra, battendo la testa sul pavimento, e scoppiai in singhiozzi.

«Pappamolle.» sibilò, sferrandomi un calcio feroce. «Assicurati di tornare alla casa del branco a preparare la cena per tutti e di stare accanto a Nora per soddisfare le sue voglie.»

Uscì dalla stanza delle torture e sbatté la porta con forza, facendomi sobbalzare. Mi lasciò lì, nel mio stesso lago di sangue, e mi chiesi come avrei fatto a uscire.

Mi abbassai d’istinto quando lei mi scagliò il piatto contro: si schiantò contro il muro e si frantumò in mille pezzi.

«Non lo voglio!» strillò. «Puzza da far schifo, dannazione! Puzza quanto te.»

Rabbrividii mentre continuava a vomitarmi addosso insulti, con la paura che Beta Carlo rientrasse e mi punisse per aver fatto arrabbiare la sua compagna.

Non lo volevo.

Stavo ancora sanguinando per quello che mi aveva fatto quel giorno e mi doleva ogni singolo osso. Dopo essere riuscita a trascinarmi fuori dalla casa delle torture, arrivai alla casa del branco e andai dritta in cucina per preparare la cena, in mezzo a scherni e risatine dei membri del branco per il mio aspetto, e ai loro discorsi su come mai il beta non mi avesse ancora tolto la vita e su come non avrei dovuto far finire sangue nel loro cibo.

Ero riuscita a preparare la cena senza che nessuno mi picchiasse o mi stringesse le mani alla gola, ed ero persino riuscita a sgusciare fuori dalla cucina senza finire nelle mani dei guerrieri, che di notte si servivano di me come fosse la cosa più normale del mondo.

Adesso ero davanti a Nora, mentre si lamentava. Aveva chiesto apposta un piatto diverso, che avevo preparato, e ora eccola lì a dire che puzzava.

«Va’ a farmi una zuppa, adesso!» abbaiò, e io mi rimisi subito in piedi a fatica, arrancando fino in cucina per preparargliela. Finii in fretta e gliela portai. Lei prese il cibo e io rimasi lì, in attesa che mi comandasse qualcos’altro, quando mi fulminò con lo sguardo.

«Che ci fai ancora qui?»

«Io…»

«Fuori dai piedi!»

Alle sue parole uscii dalla stanza e tornai in cucina. Lavai i piatti e ripulii il disastro che i membri del branco avevano lasciato.

Quando ebbi finito per la giornata, scesi nel seminterrato, stringendo i pancake venuti male che avrei dovuto prendere prima. Non vedevo Amara da quando ero tornata dalla casa delle torture e immaginai che fosse in cantina a giocare con fluffy.

Raggiunsi la porta ed entrai. Quello che vidi mi fece scivolare di mano il cibo, che cadde a terra, mentre un grido acuto mi squarciava la gola.

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