Capitolo 5
«Non dovresti essere a letto?» mi sussurrò all’orecchio. «Cerchi di rubare qualcosa?»
«Ti prego, lasciami andare.» Un brivido mi attraversò.
«E se dicessi di no?» rise. «E ti buttassi a terra come ho buttato a terra quel tuo cucciolo!»
Basta. Hera ringhiò al nome di Amara: lasciami arrivare a quel bastardo.
Stavolta non la contrastai mentre prendeva il controllo. I canini le si allungarono e le unghie scattarono fuori.
Afferrò la mano del beta e gliela torse. Lui guaì, di sorpresa e di dolore. Hera ne approfittò, lo spinse a terra e gli saltò addosso, graffiandogli il viso con gli artigli e tracciando solchi sanguinosi.
«Maledetta cagna!» ringhiò lui, liberando la sua aura potente e respingendola con una forza tale da scagliarci contro il muro. Urtei con un tonfo e Hera si ritrasse subito, restituendomi il controllo. Cercai di rimettermi in piedi per scappare, ma in un lampo era già davanti a me e mi afferrò.
«Ti porto dall’Alpha,» abbaiò.
«No! Ti prego…» supplicai mentre mi trascinava su per le scale fino alla stanza dell’Alpha.
Alpha Titan era già fuori dalla porta; immaginai che il beta lo avesse già contattato con il legame mentale.
«Che cosa ha combinato adesso?» alzò gli occhi al cielo.
«La tua compagna inutile!» Mi lasciò cadere a terra davanti all’Alpha. «Ha fatto questo!» Si indicò la faccia.
«Mi dispiace,» gemetti.
«Zitta!» ringhiò Alpha Titan. «Entra nella stanza e spogliati!»
Mi alzai ed entrai, trafficando con i vestiti.
«Da qui in poi me ne occupo io,» lo sentii dire, poi entrò e chiuse la porta alle sue spalle.
«Oh, tesoro.» Mi raggiunse e mi girò verso di lui. «Ora sì che sei nei guai.» E si avventò su di me.
Quando si scostò, perdevo sangue fra le gambe e dappertutto. Lui afferrò la frusta. L’aria fredda mi colpì la pelle e rabbrividii.
«Oh, mia cara, hai freddo?» mi schernì, poi cominciò a colpirmi con la frusta senza sosta; e più urlavo dal dolore, più lui sembrava goderne.
«Ti prego, Alpha…» singhiozzai. «Uccidimi e basta…» Lo implorai: il dolore era troppo. Non credevo di poter resistere ancora.
«Ucciderti e darti una fine facile, dopo tanta sofferenza? No, cara, non lo farei mai.» Rise, poi si abbassò al mio livello, dov’ero accasciata sul pavimento. Mi strattonò una delle gambe piegate. «Brutta puttana.» Lesse ad alta voce ciò che il beta aveva inciso con il coltello. «Troia inutile.» Rise anche dell’altra scritta sulla gamba. «Devo ammetterlo, ha fatto un lavoro davvero notevole.» Si rialzò.
Deglutii mentre mi fissava con gli occhi socchiusi, e mi chiesi quale tortura avesse in serbo.
«Alzati e sdraiati sul letto.»
Mi tirai su più in fretta che potevo con quelle gambe deboli e mi distesi sul letto, senza volerlo irritare oltre. Rimasi lì con il viso premuto sulle lenzuola. Mi scossi in singhiozzi quando sentii il coltello sulla schiena. Incideva parole sulla carne già aperta dalle ferite. Non sapevo che cosa stesse scrivendo; piangevo soltanto, sentendo il dolore crescere, più acuto, più feroce. Non riuscivo nemmeno a urlare: ero troppo debole.
«Vedo che non stai urlando,» brontolò. «Immagino che non faccia abbastanza male.» Affondò il coltello nella mia schiena e urlai. Lo estrasse e ripeté il gesto, ancora e ancora.
«Uccidimi, fallo e basta!» gridai, spezzata dal dolore.
«No… ho un’ultima sorpresa per te.»
Sentii la porta aprirsi e qualcuno entrare. Non vidi chi fosse finché non udii la voce.
«Mamma.»
Era Amara.
Mi gelò il sangue. Sollevai la testa e la vidi sulla soglia, con Fluffy stretto al petto come sempre, gli occhi fissi su me e su quell’uomo che non sapeva essere suo padre.
«Che cosa le farai?» gli urlai. «Lasciala andare!» Non volevo che la uccidesse come aveva fatto con mio padre.
«Si unirà a noi, per divertirci un po’.» Rise e le fece cenno. «Vieni qui.»
Lei rimase immobile a guardarmi, come se cercasse il mio permesso.
«Ho detto vieni qui, schifosa bastarda!» Le andò addosso furioso e le schiaffeggiò la faccia. Amara scoppiò a piangere e io dovetti muovermi subito. Afferrai una siringa dal ripiano accanto al letto, piena d’argento e di aconito, scivolai giù dal materasso e mi lanciai su di lui, piantandogliela nel collo.
«Puttana!» si voltò fulminandomi con lo sguardo, capendo che cosa avevo fatto, e mi strinse la gola.
Non sarei caduta senza lottare: adesso era più debole.
«Ti faccio fuori seduta stante!» Mi spinse con la schiena contro il muro.
«Lasciala stare!» piagnucolò Amara, correndo verso di noi e colpendogli la gamba. Lui la scalciò via e si voltò di nuovo su di me; in quell’istante allungai la mano verso la lampada sul comodino, la sollevai e gliela spaccai in testa.
Alpha Titan crollò a terra con un tonfo.
Non persi tempo: afferrai Amara e scappai fuori dalla stanza. Zoppicando corsi verso il seminterrato con lei tra le braccia. Ero ancora nuda, non mi ero nemmeno preoccupata di prendere i vestiti, e l’aria fredda continuava a sfiorarmi le ferite, come un bacio crudele, facendomi sibilare dal dolore.
Tenni Amara bassa appena arrivai e mi misi a infilare tutte le nostre cose nel sacco. Non c’era tempo: dovevamo andarcene prima che Alpha Titan si svegliasse.
Qualcuno finalmente se la dà a gambe! sghignazzò Hera.
Hera, adesso non ho bisogno della tua ironia. Dobbiamo andare via il prima possibile. Riesci a guarire?
No! Sono troppo debole, ma con le ferite così possiamo cavarcela.
Finito di mettere via le nostre cose, indossai una veste semplice e presi Amara.
«Dove andiamo?» chiese mentre ci insinuavamo fuori dalla casa del branco.
«Andiamo molto lontano da qui, tesoro.» glielo dissi senza fermarmi.
Uscimmo senza farci notare e ci inoltrammo nel bosco fitto; sapevo che eravamo ancora nei territori del branco. Avanzammo finché non ci avvicinammo sempre di più ai confini, dopo essere riuscite a evitare le ronde.
Quando fummo davvero vicine al limite, posai Amara e il sacco.
Mi accovacciai alla sua altezza, guardandola: gli occhi pieni di lacrime, le manine piccole strette a Fluffy.
«Tesoro, ho bisogno che tu faccia una cosa per me.» Le dissi. «Ho bisogno che ti trasformi nel tuo Lupo. Voglio che lasci che Cora prenda il controllo.»
«Stiamo scappando da questo posto cattivo?»
«Sì, amore. Sì.»
«E finalmente saremo felici in una casa grande, con il cibo e un papà.»
Annuii, senza volerle spegnere l’entusiasmo. Non sapevo se ci aspettasse davvero un riparo, non sapevo cosa avesse in serbo il mondo per noi, ma sapevo che dovevamo correre.
Lasciò cadere Fluffy e io la aiutai a sedersi a terra.
«Devi concentrarti e lasciare che Cora venga fuori, va bene?»
Annui e rimase lì, immobile. Poco dopo la vidi cambiare: affiorarono artigli minuscoli, pelo argento pallido, canini.
Non urlò come le prime volte e, in un attimo, davanti a me c’era un cucciolo splendido dal manto d’argento, saldo su quattro zampe.
«Cora.» Le sorrisi.
«Ci sono riuscita!» saltò, raggiante. «Amara e io ci siamo riuscite.»
Mi alzai sorridendole, e poi venne il momento di fare ciò che dovevo.
«Io, Nyx Evander, un’omega del branco Coremoon, accetto il tuo rifiuto, Alpha Titan, e scelgo di essere una reietta da questo momento. Così sia.» E allora sentii ogni legame, ogni vincolo con loro, recidersi.
Mi trasformai subito nella mia lupa e lasciai che Hera prendesse il controllo. Si avvicinò al sacco. «Prendi Fluffy, Cora.» disse, mentre afferrava il sacco tra i denti.
Anche Cora fece lo stesso con Fluffy.
Allora lo stiamo facendo davvero? chiesi a Hera.
Era ora.
E così ci muovemmo, oltrepassando i confini e lanciandoci nel bosco.
Eravamo reiette.
Continuammo a correre anche se eravamo stanche. Non sapevo a che distanza fossimo dal branco, ma sapevo che ci eravamo lasciate alle spalle un tratto considerevole.
«Come facciamo a essere così veloci?» chiesi a Hera.
«Non lo so» disse lei. «Mi sento agitata: prima, all’improvviso, sono diventata più veloce… e non riesco a tenere lontana quest’altra sensazione.»
«Ho sete.» Cora disse lasciando cadere Fluffy, e fummo costrette a fermarci. «Mi serve acqua.»
«C’è un ruscello non lontano da qui, lo sento» le disse Hera. «Ci arriviamo in un attimo.»
Riprendemmo il cammino finché raggiungemmo il ruscello. Lì ci sedemmo a bere e a riprendere fiato.
Dobbiamo andarcene subito. E se arrivano dei rogue selvatici? Saremmo in pericolo.
«Hai ragione.» Hera fu d’accordo con me e si alzò. Chiamò Cora e riprendemmo a muoverci, senza sapere davvero dove stessimo andando, limitandoci a seguire la luna mentre ci guidava.
La notte si fece più scura mentre correvamo e la stanchezza cominciò a farsi sentire su tutte noi. Provai compassione per Cora: non era abituata a quel ritmo, ed era ancora così giovane.
Andammo un po’ più avanti e scorgemmo una radura.
«Dobbiamo passare qui la notte» mi disse Hera. «Se andiamo oltre rischiamo di crollare.»
«Va bene. Cora è sfinita.»
Lasciammo cadere le nostre cose e, senza neppure preoccuparci di tornare in forma umana, ci accasciammo sotto un albero, decise a trascorrere lì la notte.
Stavamo per addormentarci quando sentimmo un fruscio tra i cespugli, e io avvertii di nuovo l’eccitazione di Hera.
«Calmati, Hera» ringhiai.
Il fruscio si fece più forte e lei si alzò.
Dai cespugli balzarono fuori sei lupi enormi. Non erano rogue, lo capii subito. Avevano l’aria di guerrieri addestrati del branco, ed erano immensi.
Ci fissarono con furia, ringhiando.
«Che facciamo?» chiesi a Hera.
«Non lo so… sembra che vogliano uccidere.» Indietreggiò, cercando di tenere Cora al riparo dietro di sé, e proprio allora Hera colse una traccia.
Un profumo straordinario.
Ci riempì all’istante, celestiale. Era un odore boscoso, di pigne, con un accenno di lavanda. Non sapevo nemmeno come descriverlo: era semplicemente unico.
Possibile che…
Un enorme lupo nero balzò davanti a noi, piazzandosi tra noi e i guerrieri. Era il lupo più grande che avessi mai visto; sotto la luce della luna il suo pelo brillava, e in lui c’era qualcosa di maestoso.
Si voltò verso di noi e ci fissò con quegli occhi neri e lucidi. Fu come se il mondo si fermasse per un istante, e poi Hera pronunciò la parola che non avrei mai pensato di sentire.
«Compagno.»
