Capitolo 6
«Compagna?» chiesi, fissando l’enorme lupo nero, respirandone l’odore mentre ci osservava con attenzione.
Compagna! Hera agitò la coda, eccitata, e in un attimo gli scattò incontro.
«Hera, no!» Cercai di fermarla, ma era troppo tardi: lo aveva già raggiunto. Era molto più alto e massiccio di noi e lei gli si accostò ancora, strofinando il muso contro il suo collo insieme a me.
Scintille. Le sentimmo quando il pelo si sfiorò; Hera fece le fusa, appagata. Io percepii il lupo irrigidirsi e gli altri guerrieri ringhiare mentre ci guardavano.
«Indietro, bastarda!» abbaiò l’enorme lupo, facendoci guaire per lo shock e arretrare, lontano da lui.
Che succede? È il nostro compagno! Hera singhiozzò. Ci odia? Che sta succedendo di nuovo, Nyx?
«Non lo so», le dissi, vedendo i suoi occhi scuri incendiarsi di rabbia. Ci ringhiò contro; Hera sobbalzò all’indietro e lui cominciò a girarci intorno con passo minaccioso, il ringhio sempre più cupo.
Era ormai addosso a noi, ci aveva spinte in un angolo contro un albero, quando si fermò e parve lottare con se stesso. «Trasformati, bastarda!» ringhiò.
Hera gli ringhiò in risposta, senza curarsi dell’aura potente che emanava.
Che diavolo stai facendo? Lo stai sfidando? Ci ammazzerebbe! La aggredii dentro di me: sapevo che doveva essere terribilmente forte, e disobbedire era come giocare con la morte. Non avevo mai sentito un’aura così.
«Ho detto: trasformati!» ringhiò di nuovo e io presi il controllo di Hera con la forza, mutando nella mia forma umana. Lui mi fissò mentre abbassavo il viso e cercavo di coprire la mia nudità, ma sapevo che gli altri lupi non potevano vedermi: mi schermava lui, con il suo corpo, dalla loro visuale.
«La tua faccia!» ringhiò. «Voglio vederla!» Tolsi le mani, timida, e lo osservai mentre i suoi occhi mi scorrevano addosso, dalla testa ai piedi; mi sentii terribilmente insicura e brutta, consapevole di com’era fatto il mio corpo.
Non ci vuole, ululò Hera, ferita.
«Nessuno ci vuole, Hera», le dissi. «Nessuno.»
«Ritrasformati!» abbaiò, voltando il muso dall’altra parte. Io tornai lupo, con un dolore secco nello stomaco per quel gesto. Capivo. Ero troppo brutta, sgradevole da guardare. Alpha Titan lo aveva sempre detto.
Se fossi stata carina e con una pelle liscia, senza cicatrici, Alpha Titan mi avrebbe voluta e mi avrebbe trattata bene. E anche questo compagno, che ora avevo davanti e di cui non conoscevo neppure il nome. Se fossi stata bella, ci avrebbe ricambiato lo strofinio del muso, invece di abbaiarci addosso come se fossimo un’aberrazione.
Cora corse fino a noi e guardammo tutte mentre l’enorme, maestoso lupo nero tornava da quelli che sembravano i membri del suo branco. Si inchinarono quando li raggiunse, tutti tranne una in particolare: un lupo bianco. E capii che era una femmina. Gli si avvicinò trotterellando con fierezza, e gelosia e dolore travolsero me e Hera quando posò una zampa contro la sua. Lui le sfiorò il muso con il suo, e sul suo volto parve comparire un sorriso prima che lei si scostasse.
Rimase lì, e sembrò che stesse parlando con loro attraverso il legame mentale; dopo un lungo momento, annuirono e cominciarono a muoversi verso di noi.
L’enorme lupo nero non li seguì. Si limitò a voltarsi, lanciandoci un’ultima occhiata prima di ululare e scattare dall’altra parte della foresta, inghiottito dal buio.
«Vieni con noi, lurida reietta!» ringhiò contro di noi il lupo bianco. Hera fece un passo indietro, ma non servì a niente. Continuarono ad avanzare verso di noi. «Fai un altro passo indietro e ti faccio fuori, insieme a quel tuo cucciolo dall’aria miserabile!»
Cora guaì, rintanandosi sotto di noi.
Non facemmo più nessun passo, né avanti né indietro. Loro ci raggiunsero abbaiando ordini perché ci muovessimo; non potevamo fare altro che obbedire, e li seguimmo alla cieca mentre ci conducevano verso un luogo che non conoscevamo.
Camminammo per un tempo lunghissimo e la notte non faceva che infittirsi. Non ci fermammo mai a riposare; e, sorprendentemente, quei lupi sembravano non aver neppure affrontato un viaggio particolarmente duro.
Hera cercò di tenere il passo. Le zampe le si facevano sempre più deboli, e si erano riempite di tagli: nel tentativo di non restare indietro aveva pestato dei rovi. Finì su un’altra spina e ululò dal dolore.
«Muoviti, bastarda!» La stessa lupa bianca si voltò verso di noi ringhiando. «Muoviti!»
Cora guaì per quella durezza. Era accanto a noi e stava facendo una fatica tremenda.
«Fai stare zitta quella tua cucciola o le do io un motivo per piagnucolare!» ci abbaiò contro, e Cora lanciò un guaito acuto.
Proseguimmo il viaggio e, poco dopo, arrivammo a un campo d’erba tagliata di fresco. Qualcosa mi disse che ci stavamo avvicinando alla casa del branco. Entrammo nel campo e lo attraversammo; ben presto una dimora enorme, simile a un castello, mi si aprì davanti. Più ci avvicinavamo, più la casa sembrava crescere, e riuscivo a distinguere altre abitazioni sparse tutt’intorno, piccole però, se paragonate a quella che mi aveva catturato lo sguardo.
Andammo avanti, finché non fummo ormai a pochi passi dalla grande casa.
«Fermi!» ordinò la lupa bianca, voltandosi verso di noi. Gli altri lupi annuirono nella sua direzione, e lei ricambiò allo stesso modo. Mi lanciò un’occhiata cattivissima, poi scattò via di corsa nella direzione opposta.
Se ne andarono anche alcuni degli altri, e rimanemmo con due lupe. Ci guidarono lungo un sentiero che ci portò dietro l’edificio e, una volta lì, ci fecero scendere per un passaggio stretto; capii immediatamente che ci stavano conducendo alle celle.
Che cosa pensi che ci faranno? chiesi a Hera mentre ci muovevamo seguendo la loro guida, e credi che lui ci respingerà?
«Non so cosa ci faranno, ma so che non reggo altra tortura. Eravamo libere da poche ore dalle grinfie di Alpha Titan e invece siamo finite in un guaio ancora più profondo» disse. «E quanto al nostro compagno… non so che cosa farà, però quando mi sono strusciata contro di lui ho sentito accettazione, prima del risentimento. Non so se ci respingerà, Nyx. Mi sento spezzata e piena di dolore, perché quando l’ho percepito ho creduto che saremmo state libere e finalmente felici, e invece ho visto che ci odia anche lui… e potrebbe essere peggio del nostro ex compagno.»
Ascoltai Hera con attenzione: aveva buttato fuori tutto in un fiato. E io non avevo nulla da dirle per consolarla, perché stavo attraversando lo stesso dolore.
Ci condussero in una stanza; le due lupe si trasformarono e si vestirono, poi ci intimarono di trasformarci.
Ci spostammo e ci lanciarono addosso i nostri sacchi. Vestii subito Amara e le misi in mano Fluffy per calmarla: era a un soffio dalle lacrime. Solo dopo mi infilai anch’io qualche indumento.
Finito quello, ci portarono alla nostra cella. Passammo davanti a molte altre celle piene di rogue e forse di gente che aveva sfidato l’Alpha. Avevano tutti l’aria sfinita e gli occhi inquieti, come animali pronti a scattare. Notai che le celle della stessa fila erano un po’ distanziate tra loro, ma si riusciva comunque a vedere chi occupava quelle accanto.
Io e Amara fummo condotte nella cella all’estremità della fila e spinte dentro. Le sbarre vennero sbattute e la serratura scattò. Guardai le due guerriere allontanarsi, lasciandoci lì.
Crollai a terra quasi subito, vinta dalla debolezza, dopo aver adagiato Amara sul letto sottile che c’era nella cella. Avrei voluto piangere con tutta me stessa, ma non ci riuscivo: non avevo più forza neppure per le lacrime. Le ferite su tutto il corpo pulsavano e continuavano a sanguinare copiosamente; il viaggio estenuante che avevamo dovuto affrontare per arrivare fin lì aveva solo peggiorato ogni cosa.
Hera, provai a raggiungere la mia lupa, puoi guarirci?
No, si lamentò con un guaito. Sono troppo debole, dopo tutto quanto. Mi servirà molto tempo.
Annuii mentalmente e troncai il contatto. Guardai verso il letto: Amara si era addormentata di colpo, con Fluffy ancora stretto nel pugno.
Rimasi lì, sul pavimento, a chiedermi che cosa stesse succedendo, davvero, nella mia vita. Avevo troppe domande.
La Dea della Luna mi odiava così tanto? Perché sono la maledetta Lupa d’Argento? Perché mi viene data una seconda possibilità con il compagno predestinato, solo per essere respinta di nuovo? Chi è lui? Di quale branco si tratta? È un Alpha terribile? Mi rifiuterà, o sarà peggio di Alpha Titan? Troverò mai la felicità che ho sempre sognato?
Avrei voluto risposte immediate a quelle domande che mi rodevano, mentre restavo lì a fissare il vuoto, prigioniera della mia situazione.
Mi dispiace, Hera, sussurrai.
Per cosa? chiese lei.
Mi dispiace che tu sia bloccata con un’umana patetica come me, che non vuole nessuno, dissi tirando su col naso. Meriteresti di meglio.
Smettila, Nyx, ribatté, e capii che aveva alzato gli occhi al cielo. Mi piace che tu sia la mia umana, e sei molto più di quanto credi. Dormi, per favore. Ci servirà forza, più tardi, se decidono di torturarci.
Annuii alle sue parole e chiusi gli occhi, sperando di scivolare nell’abbraccio del sonno.
Mi svegliò un rumore. Mi misi seduta e vidi una figura ferma davanti alla cella, con un piatto in una mano e una bottiglia d’acqua nell’altra. La luce che filtrava dalla finestra indicava che era già l’alba.
«Allora? Hai intenzione di restare lì seduta a fissare il nulla come un’idiota smarrita?» disse la persona davanti alla mia cella, visibilmente irritata. «Vieni a toglierti questa roba dalle mani. Ho di meglio da fare che servire un bel piatto a una rogue!» sputò, e lanciò la bottiglia dentro la cella. Io mi alzai di scatto e afferrai il piatto mentre lei lo spingeva con forza sotto le sbarre, sollevando polvere e facendo entrare granelli di sabbia.
«Non so perché devo dar da mangiare a quella stupida rogue!» la sentii borbottare mentre si allontanava pestando i piedi, furiosa, e il suo passaggio accese un mormorio tra gli altri detenuti.
Presi il piatto e ne guardai il contenuto. Era zuppa di carne, e che zuppa: così densa di carne da farmi brontolare lo stomaco per la gioia. In tutta la mia vita non mi era mai stato servito nulla di più invitante, e il profumo era paradisiaco. Era talmente piena di pezzi di carne che a stento riuscivo a scorgere il liquido nella ciotola.
Ad Amara piacerebbe da morire. Sorrisi tra me e me mentre mettevo da parte la ciotola per andare a svegliarla. Mi avvicinai al letto e la sfiorai appena; lei si destò sbadigliando e si strofinò gli occhi senza aprirli.
«Ho fatto un sogno bruttissimo, mamma… che ci chiudevano in una cella e…» Si interruppe di colpo, perché capì che io non ero mai stata un sogno e che, in realtà, eravamo davvero in una cella; e a quel punto scoppiò in lacrime.
«Va tutto bene, tesoro.» La strinsi forte, «Non piangere, amore. Andrà tutto bene.»
«Saremo mai felici?» singhiozzò.
«Ci hanno portato da mangiare,» le dissi, evitando la sua domanda, perché non avevo una risposta.
«Carne.» Sorrise, eccitata, mentre le mettevo la ciotola davanti. Non perse tempo: divorò tutto, lasciandomi senza niente. Non me ne importava; ero abituata alla fame, e dovevo assicurarmi che la mia bambina mangiasse a sufficienza.
Dopo quella colazione fin troppo mattiniera, ci sedemmo sul letto, raggomitolate l’una contro l’altra, in silenzio, ad aspettare il nostro destino, quando sentimmo una voce familiare sputare maledizioni e passi pestare il pavimento con rabbia.
Arrivò davanti alla mia cella e, con un’espressione corrucciata, fece scivolare sotto le sbarre alcune coperte. «Non so da quando i rouge vengono accuditi così bene,» borbottò a bassa voce, poi se ne andò via di scatto.
Scesi dal letto e mi avvicinai per prenderle. Erano morbide e pelose, anche se sottili; potevamo usarle, non che avessimo qualcosa di simile da dove venivamo.
«Un prigioniero rouge trattato come una principessa!» sentii sbuffare una voce. Alzai lo sguardo: proveniva dalla cella di fronte alla mia. Non riuscivo a vedere bene chi ci fosse dentro, ma capii che era un uomo. «Devi essere una speciale,» continuò e, stavolta, si alzò e si avvicinò alle sbarre. Ora vedevo il suo viso sporco e una massa di capelli biondo sporco sulla testa.
«Non sono speciale,» mormorai. «Tu chi sei?»
«Un prigioniero come te, solo che io non ho trovato il favore del re, come invece pare sia capitato a te.»
«Di che re stai parlando?» Lo fissai come se gli fossero spuntate altre teste. Di certo non sapeva di cosa stesse parlando.
«Del re, ovvio.» Sbuffò. «Stai giocando con me, vero?»
«No…» scossi la testa. «Dove sono, per favore? Che posto è questo?»
«Questo è il branco Blackmoon,» spiegò. «È guidato dall’Alpha King.»
«Quale Alpha King?» Rimasi senza fiato, incapace di capire.
«Sai… l’impavido, il coraggioso.» Sbuffò di nuovo. «Lycus Dardanos, l’Alpha e anche l’Alpha King, re di tutti gli Alpha.»
«Com’è?» chiesi, sedendomi sul letto accanto ad Amara. Avevo sentito parlare dell’Alpha King, ma non l’avevo mai incontrato.
«Non lo so.» Scrollò le spalle. «Occhi neri, intensi, e il suo lupo è nero… enorme!»
Occhi scuri che brillano. Lupo nero, enorme. Quelle parole mi rimbombarono nella testa mentre l’uomo continuava a parlare, ma io non lo sentivo più: mi piombò addosso la realizzazione che mi trovavo nel territorio dell’Alpha King, e che quell’Alpha King era il mio compagno.
