Capitolo 8
Il punto di vista di Nyx
Si sarebbe mai deciso a venire a trovarmi? Mi chiedevo del mio compagno mentre mi sedevo sul freddo pavimento della prigione, disegnando figure nella sabbia con le dita.
Ero lì da oltre una settimana, forse di più. Non ne ero certa, avevo perso il conto dei giorni e, più a lungo restavamo, più le poche comodità che ci erano state concesse ci venivano tolte. Non avevamo più il materasso, né le coperte, né i pasti che arrivavano con una certa regolarità.
Amara e io stavamo morendo di fame e desideravamo il cibo più di quanto avessimo mai fatto in tutta la nostra vita. Persino il pane sottile e la minestra che davano agli altri prigionieri non arrivavano più fino a noi, e mi chiedevo se fosse il suo nuovo modo di tormentarci.
«Ehi, Nyx.» Alzai lo sguardo e vidi Andros già in piedi accanto alle sbarre della sua cella. «Tieni.» Mi lanciò la bottiglia d’acqua che teneva in mano. Aveva un buon braccio: atterrò vicinissima, come sempre.
«Grazie» mormorai mentre andavo a raccoglierla. «Grazie davvero.»
Presi la bottiglia e tornai da Amara, accucciandomi accanto a lei. Era dimagrita per la mancanza di cibo. Aprii la bottiglia e gliela porsi perché bevesse. Era diventata la nostra routine da quando avevamo smesso di ricevere cibo: Andros ci passava la sua acqua e io la davo tutta ad Amara.
Ci era stato di grande aiuto. All’inizio non mi era simpatico, perché continuava a insistere per sapere che rapporto avessi con il Re e non mi fidavo di lui, essendo un lupo randagio. Poi però ci avevo fatto l’abitudine, e lui era l’unica persona con cui potessi parlare, dato che le nostre celle erano una di fronte all’altra. Continuavo a temerlo, perché era un uomo, ma non poteva farmi alcun male: c’erano le sbarre tra noi e una certa distanza.
Guardai Amara mentre svuotava la bottiglia e la posava da parte. Si passò una mano sulla bocca e mi fissò.
«E tu, mamma?» mi chiese, con gli occhi pieni di preoccupazione. «Dai sempre tutto a me.»
«Non preoccuparti, piccola» le sorrisi con tristezza. «Starò bene, lo sai. Voglio solo che tu non soffra troppo la fame.»
Lei annuì e abbassò lo sguardo su Fluffy. «Ce la caveremo, vero, Fluffy?» gli sorrise. «Fluffy dice che ce la caveremo, mamma.» Alzò gli occhi su di me.
«Lo so, bambina, lo so» annuii e tornai a sedermi. Non potevo dirle che quello non parlava e non potevo dirle che probabilmente saremmo morte lì dentro se fossimo andate avanti così.
«A cosa stai pensando?» Alzai di nuovo lo sguardo: era Andros.
«A niente» sospirai. «Perché ti hanno messo qui dentro?» gli chiesi, cambiando argomento. Non volevo che mi tempestasse di domande o cercasse di leggermi nel pensiero.
«Per un sacco di cose» rispose. «Cose molto spaventose.»
«Tipo?»
«Non vuoi saperlo, piccola.»
«Non chiamarmi così» ringhiai, e lui rise.
«Hai solo qualche anno meno di me.»
«Questo non lo sai» ribatté.
«Allora quanti anni hai?»
«Circa quattrocento.» Rimasi a bocca aperta per lo shock. Non poteva avere quell’età, sembrava davvero giovane.
«Stai mentendo» protestai. «Cosa sei, un vampiro?» gli chiesi ridendo.
«In realtà mezzo lupo mannaro e mezzo vampiro» disse, e io lo fissai stupefatta: non avevo mai incontrato un ibrido.
«Scioccata?» rise, e io annuii.
«Allora perché sei qui dentro?» chiesi di nuovo, e questa volta lui sospirò prima di abbassare lo sguardo.
«Sono qui perché qualcuno mi odia» rise secco. «Non voglio parlarne.»
«Oh.» Giocai con le dita. «E la tua compagna? Non è preoccupata?»
«È morta cento anni fa» mormorò.
«Mi dispiace» dissi, senza sapere come consolarlo ulteriormente.
«Va tutto bene» sospirò. «Almeno ho avuto modo di assaporare cosa significa amare qualcuno, e lei era la persona più meravigliosa che abbia mai incontrato.»
Gli sorrisi, ancora incerta su cosa dire, mentre mi chiedevo se un giorno avrei mai provato cosa significa amare o essere amata. Guardai Amara e vidi che si era addormentata. Il mio stomaco brontolò per la fame, riportandomi alla realtà.
«Perché sei qui dentro?» Questa volta fu Andros a chiedermelo. «Cosa avrai mai fatto per essere tenuta prigioniera con tua figlia?» La sua voce era scherzosa.
«Io…» mi interruppi, senza sapere se volessi fargli conoscere la verità. Mi fidavo abbastanza da dirglielo? Ero pronta a rivelargli qualcosa? «Sono qui perché qualcuno mi odia anche a me.»
«Stai mentendo» rise. «Sei la sua compagna, vero?»
Il cuore mi saltò un battito mentre sentivo quelle parole e il respiro si fece rapido. Come faceva a saperlo? Non gli avevo mai detto niente. «No, non sono la sua compagna» mentii. «Sono qui solo perché qualcuno mi odia.»
"Stai mentendo."
«Non sono Andros.» Non ero felice del fatto che lui sapesse. Quante altre persone lo sanno? mi chiesi. E se pensasse che ho raccontato tutto a tutti e poi venisse qui ad uccidermi?
«Se non sei la sua compagna, perché lo sento arrivare da questa parte con vari guerrieri di guardia che dicono vostra altezza, è nell’ultima cella!»
Merda! Sono fottuta! Riuscivo a sentire anche i saluti accompagnati dal pesante scalpiccio di piedi, il suo profumo mi arrivò alle narici e sentii un piacere riempirmi, subito sopraffatto dalla paura.
Dio! Cosa farà, Hera? È la prima volta che lo incontriamo di persona e non so cosa succederà! dissi a Hera.
Anch’io ho paura, Nyx, rispose lei con una voce davvero stanca per la mancanza di cibo; la aconito e l’argento nel nostro organismo la indebolivano sempre di più col passare del tempo.
«È davvero vicino ormai… e oh! Ti ho visto in faccia quando l’hai percepito, non mentirmi.» Andros sogghignò e si ritrasse nella parte più buia della cella.
I suoi passi si fecero sempre più vicini; nel panico, mi alzai di scatto e mi spostai nella zona più buia della cella, accanto ad Amara, sdraiandomi al suo fianco e fingendo di dormire.
Era ormai davanti alla mia cella, il suo profumo mi riempì ancora di più le narici e sentii i suoi piedi fermarsi.
Wow, Hera fece le fusa, accidenti se profuma di paradiso.
Le rivolsi un’occhiataccia e rimasi distesa. Potevo darle ragione: emanava davvero un profumo celestiale, se solo si fosse comportato come un angelo per accompagnare quel profumo.
«So che non stai dormendo.» La sua voce rimbombò, profonda e gradevole all’udito. Stavo quasi per fare le fusa insieme a Hera. «Avanti, vieni qui.» Ordinò, ma io rimasi dov’ero.
«Ho detto vieni avanti!» sibilò con un ringhio e mi misi in piedi di fretta, a testa bassa, avanzando verso di lui. Non osai alzare lo sguardo, continuai a fissare le sue scarpe lucidissime e notai che aveva i piedi enormi, a giudicare dalla misura di quelle calzature.
«Guardami.» Disse. «Non farmelo ripetere.» La sua voce era aspra proprio come quella di Alpha Titan e rabbrividii per la paura, facendo un passo indietro.
Lui infilò una mano tra le sbarre e mi afferrò, tirandomi più vicino a sé. Sentii delle scintille corrermi lungo il braccio e seppi che anche lui le aveva percepite. «Quando ti parlo, fai come dico io!» ringhiò, poi ritrasse la mano come se avesse toccato qualcosa di sporco. «Adesso, cazzo, guardami!»
Alzai lo sguardo verso il suo viso. Era maledettamente alto, più di quasi tutti gli uomini che avevo incontrato. Se fosse stato possibile che la bellezza fosse un crimine, lui sarebbe stato impiccato, accidenti! Non avevo mai visto nessuno così. Aveva i capelli neri corti, pettinati all’indietro, la pelle abbronzata, un viso ben modellato, sopracciglia ben arcuate, occhi neri e profondi identici a quelli che avevo visto la prima volta, il naso affilato e le labbra ben disegnate con una sfumatura rosa pallido. All’improvviso desiderai sapere che aspetto avesse il suo sorriso, e notai anche una leggera barba incolta. Volevo allungare la mano per toccarlo e sentire che effetto facesse, e lo feci: un errore davvero stupido.
«Tieni le tue dannate mani per te!» mi fulminò con lo sguardo e io le ritrassi singhiozzando.
«Perché?» riuscii finalmente a trovare il coraggio di parlare. «Siamo compagni.»
«Non possiamo esserlo.»
«Di nuovo.» borbottai.
«Cosa intendi con “di nuovo”?» Si avvicinò alla cella. «Dimmi.»
«Perché non mi vuoi?» chiesi, cambiando argomento. Non volevo dirgli che avevo già avuto un compagno.
«Perché sei un’omega! Una randagia! Sei debole e patetica, probabilmente anche una puttana, visto che non so diavolo dove tu abbia preso quel bambino.»
«Non sono una puttana.» La mia voce si spezzò mentre cominciavo a piangere per le sue parole crudeli.
«Come ti chiami?» chiese.
«Nyx.»
«Nyx cosa?»
«Nyx Evander.»
«Bene.» borbottò. «Ti respingerò.»
Lo disse e sentii una fitta lancinante al petto. Avrei voluto supplicarlo di non farlo, dirgli che avrei fatto qualsiasi cosa pur di non essere respinta.
«E tu accetterai il mio rifiuto e ti dimenticherai di me, non potremo mai stare insieme! Sono il Re Alfa, non ho bisogno di una compagna come te.»
Piangevo sempre più forte mentre le sue parole gli uscivano di bocca. «Smettila di piangere, è dannatamente irritante!» disse e io singhiozzai.
«Te ne andrai dopo il rifiuto e non metterai mai più piede nel mio territorio, randagia!» mi avvertì. «Chiaro?»
Feci cenno di sì e lo guardai compiere ciò che temevo di più.
«Io, Lycus Dardanos,» cominciò, «Re Alfa della comunità dei licantropi, secondo in comando dopo il Consiglio dei Lupi e Alfa del Branco Blackmoon, ti rifiuto, Nyx E…»
Non riuscì a finire la frase: una luce bianca accecante illuminò all’improvviso le celle, seguita da una violenta folata di vento che mi scagliò contro il muro.
