Capitolo 5
Quando mi svegliai, mi sentivo intontita e confusa. Non avevo idea di dove mi trovassi, ma era un posto che non conoscevo. Avevo uno strano sapore in bocca e un ronzio nelle orecchie. Provai a mettermi a sedere, ma la vista era annebbiata e il viso cominciava a farmi un male terribile. Sentii una voce ovattata che cercava di parlarmi da molto vicino, ma non riuscivo ancora a distinguere le parole.
Sbattei le palpebre un paio di volte, cercando di guardarmi intorno e di riprendere lucidità, finché non mi resi conto di essere nelle segrete. Mi trovavo in una delle celle; Ryker era seduto lì fuori e cercava di parlarmi. Non poteva avvicinarsi troppo, perché le sbarre erano d'argento.
«Cosa... cos'è successo?» domandai, a malapena in grado di formulare un pensiero.
«Papà ti ha iniettato dello strozzalupo» rispose Ryker.
Avvertii una forte nausea. Pensai che avrei vomitato e sentii il bisogno di sdraiarmi di nuovo. Mi guardai intorno, ma i contorni delle cose erano ancora sfocati. Non ci vedevo bene, eppure notai un gruppo di uomini in piedi lungo la parete opposta delle segrete. Erano guerrieri, messi lì ovviamente per sorvegliarmi. Per assicurarsi che non tentassi la fuga. O che Ryker non provasse a farmi evadere.
«Come ti senti?» mi chiese Ryker, con la voce venata di preoccupazione.
«Fa male. Dappertutto» mormorai.
«È lo strozzalupo. Ti impedisce di guarire con la tua solita rapidità. Quando l'effetto svanirà, il tuo viso tornerà normale» mi spiegò.
Tuttavia, provavo dolore in punti che non avevano alcun senso. Abbassai lo sguardo in mezzo alle gambe e vidi del sangue sui pantaloncini. Fu in quel momento che sentii il battito cardiaco accelerare e cominciai a fare fatica a respirare. Non sapevo cosa diavolo mi fosse successo mentre ero priva di sensi, ma la cosa non mi piaceva per niente.
«Ryker» lo chiamai, con una nota di puro panico nella voce. Poiché non rispondeva, alzai lo sguardo su di lui. Era ancora seduto a terra, con le ginocchia piegate al petto, le braccia appoggiate sopra e la testa china.
«Ryker» ripetei.
Lui alzò lo sguardo su di me, con gli occhi pieni di lacrime. Non ebbe bisogno di esprimere a parole ciò che stava pensando; lo sapevo già. Provava dolore, e odiava se stesso per non essere riuscito a proteggermi.
«Mi dispiace tanto, Summer. Per tutto» mi disse, cercando di mantenere il controllo.
«Cos'è successo?» domandai.
Sembrava molto esitante a dirmelo, ma io avevo il diritto di sapere cosa mi avessero fatto. Avevo tutto il diritto di sapere cos'era successo, anche se lui non voleva essere colui che me lo avrebbe rivelato.
«Subito dopo che ti hanno rinchiusa qui nella cella... James voleva restare un po' da solo con te. Papà gli ha detto che poteva prendersi tutto il tempo che voleva. Papà ha permesso a James di farti... quello. Ho cercato di fermarli, te lo giuro» ripeté, mentre le lacrime gli rigavano il viso.
Mi sdraiai di nuovo sul lettino, incapace di guardare Ryker in faccia. Non perché gliene facessi una colpa, ma perché provavo imbarazzo e una profonda vergogna. Avrei dovuto immaginare che fossero capaci di una cosa del genere.
«Non è colpa tua, Ryker. So che non ci faresti mai del male di proposito. Mi hai sempre protetta» dissi.
Ma quando pronunciai quel "ci", il ricordo di mia madre mi inondò la mente. Mia madre che moriva sul pavimento del salotto, nell'indifferenza più totale di mio padre. Era morta, e quel pensiero mi riempì gli occhi di lacrime.
«L'ha uccisa. Ha ucciso la nostra mamma» dissi, tornando a guardare Ryker.
Anche lui mi guardò. Vedendo le mie lacrime, si avvicinò alle sbarre il più possibile.
«Vorrei tanto poterti abbracciare in questo momento, sorellina. Lo vorrei davvero» mormorò Ryker, cercando di trattenere le lacrime. Sapeva che le guardie avrebbero riferito tutto a papà, e lui odiava i piagnucoloni. Ma in quel momento non me ne importava nulla.
Mia madre non c'era più. Poi mi tornò in mente il nome che mi aveva sussurrato. Nicole Everstone. Un nome che non avevo mai sentito prima, ma che condivideva il nostro stesso cognome. Com'era possibile?
Alla fine scesi da quella lurida branda e mi sedetti a fatica proprio accanto alle sbarre, in modo che io e Ryker potessimo stare il più vicini possibile. Piangevo ancora per la mamma, mentre lui cercava di dominare le proprie emozioni per farsi forza per me. Il solito Ryker.
«Da quanto tempo sono qui? James se n'è andato?» gli chiesi.
«Summer... sei rimasta priva di sensi solo per un paio d'ore. Il matrimonio si farà comunque» rispose Ryker, costretto a darmi l'ennesima brutta notizia.
Cos'altro poteva farmi quel viscido mostro? Aveva già ottenuto ciò che voleva da me; ora mi avrebbe anche tenuta prigioniera nel suo branco.
Non potevamo usare il legame mentale a causa dello strozzalupo in circolo nel mio corpo, così Ryker si avvicinò il più possibile alle sbarre, e io feci lo stesso. In questo modo le guardie non avrebbero potuto sentirci.
«L'Alpha Ethan ha cercato di chiamarti tutto il giorno. Poco fa ho sentito squillare il tuo telefono in camera, così sono entrato e ho risposto. Gli ho raccontato ogni cosa. Lo scontro, la mamma, il matrimonio, tutto» sussurrò Ryker.
«Il branco di Ethan è troppo lontano. Non farà mai in tempo ad arrivare. E comunque non mi vorrebbe più. Non dopo quello che ha fatto James» dissi.
«Summer, è disperato. Non vuole che la sua Luna venga data in sposa a un altro. Soprattutto non a James. Devi credere che troverà una soluzione» insistette Ryker, cercando di darmi speranza. Ma ciò che avevano fatto era imperdonabile. E avrebbero pagato, a qualunque costo. E sarei stata io a fargliela pagare. Anche se Ethan non fosse arrivato in tempo, sapevo che James non mi avrebbe mai più sfiorata. Non se avessi potuto impedirlo. Sarebbe morto prima della fine della notte.
«Ho smesso di credere nelle persone tanto tempo fa, Ryker. L'unica persona su cui abbia mai potuto contare sei tu. Ora ho solo bisogno di riposare. Cosa ti ha fatto quel bastardo per averlo affrontato prima?» domandai, riferendomi a quando aveva sfidato papà.
«Ho già ricevuto la mia punizione per quello. Non preoccupartene. È acqua passata» rispose Ryker. Ma ne dubitavo fortemente.
Poi sentii i passi di due donne lungo il corridoio, diretti verso la mia cella; la guardia aprì la porta e le lasciò entrare con un abito da sposa.
«Ci è stato ordinato di farti indossare questo velo. James dice che è meglio così, visto come è ridotto il tuo viso al momento. E ha chiesto che non ci sia alcun bacio alla fine della cerimonia» disse una delle donne, dall'aria estremamente severa. Non l'avevo mai vista prima. Immaginai che appartenessero al branco di James, non al nostro.
«Non mi sorprende. È superficiale quanto papà» sbuffai.
Mi costrinsero ad alzarmi, il che rappresentava ancora uno sforzo immane per me. Mi doleva tutto il corpo, e lo strozzalupo in circolo nel mio organismo non aiutava affatto.
Mi fecero spogliare; Ryker si voltò di spalle e costrinse i guerrieri a fare altrettanto. Non voleva che mi guardassero nuda. La donna mi infilò dalla testa un abito da sposa bianco e liscio, dal taglio a sirena, con spalline sottili e dettagli di strass lungo lo scollo.
Dovettero sollevarmi l'orlo del vestito per evitare che si sporcasse sul pavimento, poi mi condussero fuori dalla cella e Ryker mi aiutò a salire le scale.
C'erano delle persone ad attendermi per pettinarmi e truccarmi, cosa che ritenevo del tutto inutile, dato che quel velo sembrava piuttosto spesso. Nessuno sarebbe riuscito a vedermi in volto. Ma papà aveva insistito.
Quando partì la musica, papà mi condusse verso le porte sul retro, e potei scorgere migliaia di persone all'esterno. Non c'era solo il nostro branco, ma anche parte di quello di James.
«Dov'è?» domandai.
«Chi?» chiese papà, senza nemmeno guardarmi.
«La mamma. Che ne hai fatto di lei?»
«Non è affar tuo» rispose.
Le porte si aprirono e lui iniziò ad accompagnarmi lungo la navata, anche se ero ancora un po' malferma sulle gambe. Soprattutto sui tacchi alti. Poi mi affidò a James, che mi cinse la vita con un braccio e mi strinse la mano.
Il solo suo tocco mi faceva accapponare la pelle.
Fu una cerimonia piuttosto rapida, e l'officiante arrivò finalmente alla conclusione dopo che io ero rimasta lì, immobile e impassibile per tutto il tempo, come se fossi intorpidita.
«Vuoi tu, Alpha James, prendere questa donna come tua legittima sposa?»
«Sì.» James sorrise a me e poi di nuovo all'officiante. Poi si voltò nella mia direzione. Ma io chinai il capo per la vergogna.
«E vuoi tu, Summer Everstone, prendere l'Alpha James come tuo legittimo sposo?»
D'un tratto, captando un rumore nel bosco proprio di fronte a me, mi resi conto di essere l'unica a poterlo sentire. Così sollevai la testa e guardai dritto davanti a me.
«No.» Lo dissi forte e chiaro.
Si levò un coro di mormorii e sussurri da ogni parte. Mio padre si precipitò al mio fianco e mi afferrò il braccio con forza, ringhiandomi in faccia. Ma io mi limitai a sorridergli.
«Che diavolo credi di fare?» mi sputò in faccia.
«Aspetto il mio compagno» risposi, e lui rimase senza parole. Sapevo che mio padre era furioso; potevo vedere i suoi occhi cambiare colore mentre lottava con il suo lupo. Sollevò la mano per schiaffeggiarmi un'altra volta, quando all'improvviso i presenti iniziarono a notare che il vino nei calici si increspava. I tavoli e le sedie cominciarono a tremare, costringendo molti ad alzarsi in piedi, guardandosi attorno smarriti.
E poi un muro di lupi irruppe di corsa dal limitare della foresta, con Ethan in testa.
