Capitolo 1 È solo una storia
Bailey
Sbadigliando, allungo le braccia sopra la testa e abbasso lo sguardo sulle pagine del libro aperto in grembo. Le parole sono sfocate, un segnale inequivocabile che è ora di chiuderlo e metterlo via per la notte. Da due ore continuo a ripetermi che leggerò solo un altro capitolo, e la promessa che mi ero fatta di dormire entro mezzanotte è andata a farsi benedire.
«Basta così.» Mi costringo a chiudere il libro di colpo e lo appoggio sul comodino, accanto al telefono. L’orologio segna le 2:12, e non riesco a trattenere un gemito. «La me di domattina sarà incazzatissima.»
Perché mi faccio questo quasi ogni sera?
Dovrebbe essere una domanda retorica, e invece mi ritrovo a rispondere ad alta voce. «Perché la tua vita fa schifo e nessuno vuole fare la cazzo di contabile alla Broadburn and Broadburn.» La mia vita è di una noia inconcepibile. Se solo potessi vivere l’esistenza avventurosa della gente nei romanzi che leggo. Allora, forse, la mia vita avrebbe davvero un senso.
«Be’, forse non questo libro in particolare.» Lancio un’occhiata alla copertina di The Alpha’s Hated Omega, e lascio che gli occhi scorrano sugli addominali scolpiti dell’eroe raffigurato in copertina. Lukas Blackwood, l’Alpha del branco Silverhide. È da perdere la testa, questo è poco ma sicuro. Nella vita reale nessuno ha muscoli così, vero? Cristo, i suoi muscoli hanno i muscoli. La sua Luna, Claira, è descritta come splendida, con lunghi capelli biondi che le ricadono morbidi. Sono praticamente perfetti, e questo mi ricorda soltanto quanto io sia lontana dall’esserlo.
Non sono brutta, credo. Ho capelli lisci e scuri che mi arrivano appena oltre le spalle, occhi azzurri che si illuminano quando sorrido e denti dritti e bianchi. Il fatto che mi piaccia correre mi mantiene anche in una forma decente. Ma non sono materiale da Luna. Se qualcuno mi scrivesse mai in una storia del genere… be’, diciamo solo che i lettori resterebbero delusi.
«Buonanotte, Alpha Lukas» borbotto, spegnendo la lampada sul comodino. Mi tiro la coperta su fino alla spalla e ascolto il rumore delle auto che passano fuori, sulla trafficata strada di New York. Il mio appartamentino di merda è in una zona relativamente sicura, ma ho barattato la sicurezza con il comfort. È praticamente un monolocale; la camera è così piccola che sembra quasi un ripostiglio. Vivo da sola.
Sono sola.
I miei genitori sono morti in un incidente d’auto quando ero piccola, e poi mia sorella è stata uccisa alla fine dell’anno scorso. Da allora… be’, è stato facile perdermi nei libri. A volte le persone nelle storie che leggo stanno persino peggio di me, se è possibile.
Non Lukas e Claire, però. No, le loro vite sono piuttosto semplici. Certo, c’è il dramma incorporato del dover governare un regno, ma onestamente non riesco a identificarmi con nessuno dei due. Questo potrebbe essere il primo e l’ultimo libro sui licantropi che leggerò in vita mia.
L’unico motivo per cui non l’ho messo da parte del tutto è l’antagonista. Lo so, lo so. Non si dovrebbe mai tifare per il cattivo. Ma Rian è… diverso. Sì, è spietato. Ha fatto del male a persone che sembrano innocenti, e il motivo per cui odia Lukas e Claire non è stato ancora rivelato fino in fondo.
Eppure, quando lo scrittore mi fa entrare nella sua testa, non vedo il male scorrere libero. No: quello che vedo è dolore. Tanto dolore. Voglio sapere che cos’è, esattamente, ad aver spinto il povero Rian Gray a diventare il villain nella storia di Lukas e Claire.
Strofinandomi gli occhi, borbotto: «Questo dovrà aspettare domani. La sveglia delle sei suonerà prima che me ne accorga». Non sono pronta ad alzarmi, vestirmi e trascinarmi fino alla stazione della metro per farmi quarantacinque minuti di treno verso l’ufficio, solo per sentirmi dire dal signor Broadburn che, anche se il mio lavoro è tecnicamente corretto, potrei farlo con «più entusiasmo». Alzo gli occhi al cielo. Il caffè può portarti solo fino a un certo punto. I sorrisi involontari non sono nella mia lista di cose da fare a ogni costo.
Mi giro su un fianco, così che il lampione che filtra dalla finestra non mi colpisca in faccia, e cerco di ignorare i clacson e la musica a tutto volume dalla strada sotto. Invece, immagino di sentire i rumori della foresta che Rian starebbe ascoltando da dove giace, ferito, sotto un albero nei boschi vicino alle terre del suo branco. Immagini vivide di alberi fitti e rigogliosi, con foglie color smeraldo che scintillano al chiaro di luna, mi riempiono la mente. Quasi riesco a sentire l’odore di legno di cedro e di terra, mescolato ai residui di una pioggia appena caduta. Il mio letto, relativamente morbido, si fonde con il suolo del bosco coperto di aghi di pino e foglie marce. Ho lasciato New York alle spalle e, nei miei sogni, svolazzo via verso la terra incantata della Foresta delle Ombre, il luogo mistico che separa il branco dei Blackwood dai loro nemici. Sopra di me scorre un oceano di stelle, e non posso fare a meno di sorridere. Rian Gray potrà anche avere una vita dura, ma in questo momento scambierei il suo mondo con il mio qualsiasi giorno della settimana. Il sonno prende il sopravvento e sprofondo nell’incoscienza, appena consapevole che quel mondo che mi sono inventata, all’improvviso, sembra fin troppo reale.
Quello che mi pare solo un attimo dopo, la luce del sole filtra attraverso le palpebre. Gemo e faccio un respiro profondo, restia ad aprire gli occhi. La sveglia non è ancora suonata, quindi devo avere ancora qualche minuto per dormire.
Però… non può essere giorno senza che la sveglia suoni, a meno che non abbia dormito troppo. Il pensiero di cosa mi dirà il signor Broadburn se arrivo in ritardo mi fa mettere a sedere di scatto.
Solo che… non sono nel letto. Aggrotto la fronte mentre mi guardo intorno. Sono sdraiata a terra, con le mani affondate in mucchi di foglie; gli aghi di pino mi pungono i palmi. Indosso un vestito blu scuro e degli stivali, con un mantello rosso sulle spalle. «Che cazzo?»
Sento un gemito accanto a me e giro la testa, incrociando gli occhi a fessura di un uomo che sembra fulminarmi con lo sguardo. È ferito, è evidente dal modo in cui giace, così immobile, con il sangue che macchia la tunica. «Chi cazzo sei?» mi chiede.
Mi si spalanca la bocca, ma non è il mio nome a uscire—è il suo. «Rian Gray?»
