Capitolo 2: Mio marito ha fatto sesso con la mia matrigna

Punto di vista di Lyra

«Sono tua madre. Tua madre biologica.» Qualcosa, nella sua voce, si fece più morbido. «Ti stiamo cercando da così tanto tempo. Ti abbiamo trovata solo adesso.»

Avevo sempre saputo di essere stata adottata. Mia madre — la mia vera madre, quella che mi aveva cresciuta — non me l’aveva mai nascosto.

E adesso, proprio nel giorno in cui era morta, i miei genitori biologici spuntavano dal nulla, offrendosi di riportarmi a casa?

La coincidenza era troppo perfetta, troppo crudele. La Dea della Luna doveva star ridendo di me.

«Qual è la tua decisione, Lyra?» Al telefono, mia madre biologica incalzò, come se sapesse che stavo vacillando sull’orlo.

Non ci credevo: era una truffa ben congegnata?

Eppure, anche così, un filo di speranza mi restava appiccicato al cuore, come una persona che sta affogando e si aggrappa a qualunque pezzo di legno alla deriva le capiti a tiro.

Mamma era morta. Non potevo salvarla.

Ma Mia era ancora viva, stava ancora lottando, e aveva bisogno di cure che da sola non potevo permettermi.

«Mi puoi dare centomila dollari?» chiesi, con la voce più ferma, ormai.

Se erano truffatori, quella domanda avrebbe chiuso in fretta la conversazione.

Lei tacque per un momento. Quando parlò di nuovo, il tono cambiò: diventò sicuro, quasi superiore.

«Certo, ma a condizione che tu torni dalla nostra parte.»

La mano mi tremò attorno al telefono.

Diciotto anni. Un’intera vita.

E adesso, nel momento in cui non mi era rimasto più niente, qualcuno mi stava dicendo che non ero mai stata davvero sola.

Non sapevo se piangere o ridere, perché il destino aveva un senso dell’umorismo crudele. Aspettava finché non perdevo la madre che mi amava, finché la persona di cui mi fidavo più di chiunque altro non mi abbandonava, finché non mi ritrovavo sull’orlo della mia vita. Solo allora decideva di restituirmi qualcosa.

La scelta era ovvia. Non dovevo nemmeno pensarci.

Inspirai a scatti, con il petto così stretto che a malapena riuscii a mettere insieme le parole.

«Accetto di tornare da voi, ma ho delle condizioni.»

«Sono solo centomila, giusto? Te ne daremo un milione» disse, con la stessa noncuranza con cui si parla di niente. «L’autista viene a prenderti adesso.»

Un milione di dollari.

Che ironia. Dopo tutti quegli anni da Luna del Branco Moonfire, avevo esattamente duecento dollari a mio nome — eppure questa donna, che sosteneva di essere mia madre biologica, poteva buttare lì un milione di dollari come se non fosse nulla.

Amore. A quanto pare non valeva un accidenti.

«Due ore» dissi, con una voce più salda di quanto mi sentissi. «Ti mando l’indirizzo tra due ore. Prima devo fare una cosa.»

Una pausa, poi un mormorio basso, consapevole. «Ma certo, tesoro. Prenditi tutto il tempo. Ti aspetteremo.»

Riattaccai e costrinsi le gambe a portarmi nel reparto d’emergenza, dove un’infermiera mi guidò in silenzio fino a una stanzetta piccola e sterile. Mia madre giaceva immobile sotto un lenzuolo bianco. Le posai un ultimo bacio sulla fronte, firmai i moduli con una mano ferma che sorprese perfino me, e uscii nell’aria fresca della notte con un unico pensiero, cristallino, a fendere il dolore:

Voglio recidere il legame di compagni. Voglio essere libera.

Il tragitto fino alla casa del branco passò in un vortice di lampioni e lacrime.

Stringevo il volante così forte che le nocche mi si erano sbiancate, ed Elle era una presenza costante nella mia mente: il suo lutto alimentava il mio, finché non riuscivo più a capire dove finissero le sue emozioni e iniziassero le mie.

Il legame di compagni pulsava debole tra noi e Vern, ma ormai sembrava un cappio stretto al collo.

Lo volevo sparito.

Quando imboccai il vialetto circolare, le lacrime si erano asciugate e al loro posto si era insinuato qualcosa di più freddo. Scesi dall’auto e mi avviai verso l’ingresso con passi regolari.

Mi ero preparata una dozzina di frasi diverse per iniziare, ma nel momento in cui spinsi la porta d’ingresso ogni pensiero sensato evaporò.

Mi colpì prima l’odore: nauseante, troppo dolce, inconfondibilmente intimo.

Poi lo sentii: la voce di una donna, ansimante e sfacciata, che echeggiava dal piano di sopra.

«Oh Dio, Vern, sì— proprio lì—»

Elle ululò nella mia mente.

Le gambe mi portarono su per le scale; a ogni gradino i suoni diventavano più nitidi: i suoi gemiti, i suoi grugniti, lo scricchiolio ritmico del letto.

Mia madre era appena morta.

E lui era lì.

A scoparsi un’altra.

«Il tuo telefono continua a vibrare», ansimò la donna. «Non rispondi?»

«Perché dovrei? Sono occupato.» La voce di Vern era sprezzante. «Niente di quello che fa Lyra è abbastanza importante da interrompere questo. Sa bene che non deve disturbarmi a meno che non sia un’emergenza.»

«E se lo fosse?»

«Allora se la sbrigherà da sola. È quello che deve fare: gestire le cose così io non devo essere seccato.» Rise, basso e crudele. «L’ho sposata per coprirci le tracce, ricordi? Il legame la tiene docile. Un accordo perfetto.»

Rimasi immobile, la mano premuta contro il muro.

Per lui, il legame di compagni non era stato altro che un guinzaglio.

Attraverso la fessura della porta la vidi: nuda, a cavalcioni sul corpo di Vern, che si muoveva con una disinvoltura esperta.

Poi girò la testa.

Sylvia O’Brien. La matrigna di Vern.

Lo stomaco mi si rivoltò.

«Sai», fece Sylvia con le fusa, facendo scorrere le unghie lungo il petto di Vern, «mi dispiace un po’ per prima. Non volevo prendere così forte la macchina di quella donna. Pensi che Lyra farà storie?»

La macchina di quella donna.

Mia madre. L’investimento e la fuga.

Il tempo si fermò.

Sylvia. Sylvia aveva ucciso mia madre.

«Non preoccuparti», disse Vern, con voce pigra. «È fatta. Lyra se ne farà una ragione. Lo fa sempre.»

«Immagino di sì.» La risata di Sylvia fu leggera, incurante. «Me ne sono andata piuttosto in fretta. Ma davvero, cos’altro potevo fare? Non potevo rischiare che qualcuno prendesse il numero della mia targa.»

Mia madre era rimasta stesa in mezzo alla strada, a morire, mentre Sylvia se ne andava in auto.

E Vern la stava proteggendo, stava già pensando a come tenermi zitta, usando la vita di mia sorella come leva.

Lo sapeva. Doveva saperlo. E aveva scelto questo—aveva scelto di bloccarmi le chiamate, aveva scelto di essere lì con lei mentre mia madre moriva da sola.

Quattro anni di fiducia—ed era su questo che si erano fondati.

La rabbia di Elle mi esplose dentro. «Ammazzali», ringhiò.

Inspirai a fondo.

Poi spalancai la porta con un calcio.

Sylvia urlò e si precipitò ad afferrare il lenzuolo.

Vern si limitò ad appoggiarsi allo schienale del letto, osservandomi con occhi d’ambra gelidi.

«Chi ti ha dato il permesso di entrare?»

Nel suo tono c’era accusa, non colpa.

«Ho sentito tutto», dissi. «Ogni parola.»

«E quindi?» Allungò una mano verso la camicia e la posò sulle spalle di Sylvia. «Prima o poi l’avresti scoperto. Abbiamo finito di nasconderci.»

Non chiese nemmeno di mia madre, non chiese perché avessi chiamato così tante volte.

Sylvia sbirciò da dietro di lui. «Oh, Lyra. Sembri turbata. È per prima? Per quel piccolo incidente? Queste cose sembrano sempre peggio di quanto siano.»

Piccolo incidente. Già.

Mia madre era morta e quella donna lo stava chiamando un «piccolo incidente».

«È stato un incidente», disse Sylvia, con un tono rassicurante. «Sono andata nel panico. Ma sono sicura che sta bene—probabilmente solo qualche livido. Stai esagerando, tesoro.»

«Esagerando.» Ripetei la parola.

«Sì.» Vern si alzò e mi venne incontro. «Stai facendo una scenata, Lyra. Adesso devi calmarti e—»

«Voglio il divorzio», dissi.

Che altro c’era da dire? Avevo creduto che Vern fosse stato ingannato, ma ormai era chiaro che non era innocente—era un complice, qualcuno che aveva protetto un’assassina. In quell’istante, quattro anni d’amore andarono in frantumi del tutto. Mi faceva schifo.

Gli occhi di Vern si strinsero. «Cosa?»

«Io, Lyra Lopez, ti rifiuto, Vern Nelson, come mio compagno e mio Alpha.»

Le parole formali del rifiuto mi bruciarono sulla lingua. «Recido il nostro legame. Rinuncio al mio titolo. Non voglio più avere niente a che fare con te.»

Un autentico shock gli attraversò il volto.

Poi la sua mano scattò in avanti e mi afferrò per la gola, sbattendomi contro il muro.

«Pensi di potermi rifiutare?» La sua voce si abbassò in un ringhio. «Pensi che ti lascerò andartene così?»

La pressione era schiacciante, mi costrinse in ginocchio.

La mia lupa guaì sotto l’assalto della sua dominanza.

Ma mi obbligai a sostenere il suo sguardo.

«Tu... non... mi possiedi», ansimai.

La sua presa si strinse. «Senza di me non sei niente. Senza di me tua sorella muore. Quindi adesso ti rimangi quelle parole, e facciamo finta che questa conversazione non sia mai avvenuta.»

Mi bruciavano i polmoni.

«Vern, tesoro, le farai male.» La voce di Sylvia squarciò l’aria. «Lasciala andare. È solo sconvolta per l’incidente. Si calmerà.»

La pressione svanì.

Crollai in avanti, ansimando e tossendo.

Sylvia si accovacciò accanto a me e mi sollevò il mento.

«Lo so che sei turbata, tesoro» disse piano. «Ma ragiona. Se rifiuti Vern, perdi tutto. La tua casa, il tuo reddito, le cure mediche di tua sorella.»

Il suo pollice mi sfiorò la guancia. «Sii intelligente, Lyra. Lascia perdere. Nessuno deve sapere di me e Vern. Puoi tenerti il tuo titolo, la tua vita comoda. Devi solo stare zitta.»

Si chinò più vicino. «Ma se ci combatti, be’… gli incidenti continuano a succedere. La condizione di tua sorella è così delicata. Sarebbe davvero un peccato se qualcosa andasse storto con la sua terapia. Se all’improvviso venissero tagliati i fondi.»

Mi si gelò il sangue.

Elle montò dentro di me e, prima che potessi fermarmi, la mia mano schioccò sul volto di Sylvia.

Il suono rimbombò come uno sparo.

Sylvia barcollò all’indietro, gli occhi spalancati per lo shock.

«Tu… tu mi hai colpita!» ansimò.

«E allora?» dissi. «E farò di peggio. Molto peggio.»

Mi alzai lentamente. «Credi che sia debole? Ti aspetti che io lo accetti e basta?»

Mi voltai verso di lui. «Dicevo sul serio. Ti rifiuto. Il legame, il titolo, tutto quanto. Ho chiuso.»

«Tornerai strisciando» ringhiò Vern. «Quando i soldi finiranno, quando tua sorella avrà bisogno della prossima terapia, tornerai a supplicare. E io ti farò umiliare per ottenerla.»

Sostenni il suo sguardo. «Guardami.»

Poi mi voltai e uscii.

La mano mi pulsava dove avevo colpito Sylvia.

La gola mi doleva dove Vern mi aveva strangolata.

Ma per la prima volta in quattro anni, mi sembrò di poter respirare.

Raggiunsi la mia stanza e chiusi a chiave. Poi mi appoggiai alla porta, premendomi il pugno contro la bocca per soffocare i singhiozzi.

Mamma era morta. Vern mi aveva tradita. Le cure di Mia non potevano essere interrotte.

Ma io ero ancora in piedi.

Il telefono vibrò. La notifica di prima: il numero dei miei genitori biologici, il milione di dollari che avevano promesso.

Lo fissai a lungo, poi presi una decisione: trasferii l’intera somma sul conto medico di Mia. Era tutto ciò che mi restava.

Sulla via del ritorno avevo già inviato loro l’indirizzo.

Adesso l’autista mi aveva scritto: era qui. Senza preparare una sola valigia, mi spruzzai acqua fredda sul viso e uscii dalla porta senza voltarmi.

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