Capitolo 5: Dimmi cosa vuoi?
Punto di vista di Lyra
Di tutti i momenti in cui poteva entrare, doveva essere proprio questo.
Eppure il desiderio mi trascinò verso di lui, attirata dal suo odore di pino gelato e pepe nero.
Non riuscivo a capire. Anche se tra noi non esisteva alcun legame di compagno, riuscivo comunque a percepire il suo odore e sentivo perfino l’impulso di colmare la distanza che ci separava.
Ma nell’istante in cui la mia coscienza stava per raggiungerlo, una barriera invisibile si alzò all’improvviso tra noi. Come se qualcuno avesse reciso deliberatamente quel collegamento. Per quanto mi sforzassi, non riuscivo ad attraversare quel confine.
Lottai contro l’impulso di avvicinarmi, sapendo che avrebbe scoperto il marchio di Vern.
Non potevo… eppure mi ritrovai comunque a inspirare avidamente quel profumo, lasciando che attenuasse il calore bruciante.
Ogni pensiero di Vern venne scacciato dalla mia mente.
Lo sentii chinarsi e sollevarmi, portandomi sul letto morbido e adagiandomi con delicatezza.
I suoi polpastrelli callosi mi sfiorarono la guancia, asciugandomi le lacrime, e sia il suo odore sia il suo tocco mi fecero correre brividi lungo la pelle.
L’umidità tra le mie gambe aumentò e a stento riuscii a trattenermi dal gettarmi su di lui, dal baciarlo.
Poi però si ritrasse, e la sua assenza mi colpì come un pugno nello stomaco.
Rimase lì, a guardarmi dall’alto con quegli occhi grigio-azzurri, e in qualche modo il peso del suo sguardo non fece che intensificare il mio desiderio.
Mi sentivo diventare sempre più bagnata, il mio corpo che mi tradiva senza pietà, e pensai che avrei potuto impazzire.
«Potresti provare a chiederlo», disse Drax, la voce che si abbassava, più roca, più ruvida.
«Vediamo cosa potrei essere disposto a fare per te.»
Quelle parole mi riversarono addosso un’ondata di calore che non aveva nulla a che fare con il legame forzato di Vern.
Mi stava davvero offrendo—
«Io… no…» La negazione mi uscì senza fiato, poco convincente perfino alle mie orecchie.
«Non mi serve niente. È solo che non mi sento bene. Davvero, non devi preoccuparti per me.»
Una parte razionale del mio cervello continuava a urlare avvertimenti: che io ero Lyra, non Cynthia; che sul mio collo c’era la rivendicazione permanente di un altro uomo; che un solo passo falso avrebbe svelato tutto.
Ma quella voce stava affogando sotto ondata dopo ondata di bisogno indotto chimicamente, il lupo dentro di me che mi graffiava le viscere con una disperazione che non aveva nulla a che fare con la scelta e tutto con il modo in cui Vern aveva deliberatamente trasformato il mio corpo in un’arma contro di me.
«Non mentirmi.»
Troncò la mia debole protesta; il suo tono restava controllato, ma ora era tagliato da qualcosa di più oscuro, qualcosa che fece guaire il mio lupo in una sottomissione confusa.
«Il tuo corpo mi ha già detto tutto quello che la tua bocca non vuole dirmi.»
La vergogna mi incendiò, proprio mentre un’altra ondata di bisogno si abbatteva sui miei sensi, il calore imposto che si scontrava con il mio istinto di sopravvivenza in una battaglia che stavo perdendo in fretta.
Aveva ragione: il mio odore doveva ormai saturare l’aria, tradendomi molto meglio di qualunque parola, anche se speravo con tutte le forze che la sua natura artificiale restasse nascosta.
Le cosce mi tremarono mentre le premevo l’una contro l’altra con più forza, cercando di proteggere quel poco di dignità che mi restava, mentre la mente correva in calcoli sempre più frenetici su quanto a lungo avrei potuto sostenere quella messinscena prima che lui notasse che c’era qualcosa di profondamente sbagliato.
«Ah sì?»
Si mosse con grazia predatoria, lento e deliberato, puntellando una mano accanto alla mia testa mentre si chinava su di me.
Il materasso sprofondò sotto il suo peso e, all’improvviso, mi ritrovai in gabbia sotto di lui, intrappolata tra il suo corpo e il letto come una preda senza più via di fuga.
La sua sola presenza mi schiacciava addosso — dominante, ineludibile, travolgente — e una parte primordiale di me, che non aveva nulla a che fare con la ragione, rispose con un bisogno vergognoso e disperato di sottomettermi, mentre la piccola voce della lucidità sussurrava che sottomettersi significava esporsi, che il segno permanente sul mio collo sarebbe stato scoperto, che l’intera menzogna costruita con tanta cura sarebbe crollata.
Abbassò la testa, senza fretta, il naso che sfiorava la mia gola scoperta mentre inspirava a fondo, e tutto il mio corpo si irrigidì in un terrore che tagliò persino la foschia chimica.
Sentii il suo respiro sfiorare la mia pelle surriscaldata, pericolosamente vicino al punto in cui i denti di Vern avevano lacerato la carne e mi avevano legata a lui per sempre, e il polso mi balzò impazzito sotto le sue labbra, in un ritmo che parlava di paura quanto di eccitazione.
«Insolito», mormorò contro il mio collo, e quella parola mi cadde da qualche parte in basso, nello stomaco.
«C’è qualcosa… di stratificato nel tuo odore. Qualcosa che non torna del tutto.»
Il panico mi perforò la nebbia del desiderio, acuto e chiarificatore.
Riesce a sentire il segno di Vern sotto il calore artificiale?
Ha già cominciato a sospettare che io sia un’impostora?
Le mani mi scattarono per l’impulso di spingerlo via, di proteggere il segreto che poteva costarmi tutto, ma il mio corpo si rifiutò di collaborare, tenuto in ostaggio dalla chimica e dalla disperazione in egual misura.
Ma prima che riuscissi a formulare una risposta sensata o a raccogliere le difese sparse, la sua mano scivolò lungo il mio fianco, le dita che seguivano la curva della mia vita con una lentezza deliberata che rendeva quasi impossibile pensare con lucidità.
«Dimmi cosa vuoi.»
La sua voce era un comando basso, adesso, uno di quelli a cui il mio corpo rispondeva anche mentre la mente urlava avvertimenti su conseguenze e scoperte e sul legame permanente già inciso nella mia carne.
«Oppure esco da quella porta e ti lascio a cavartela da sola.»
Il pensiero che se ne andasse — di essere abbandonata a quel bisogno bruciante e vuoto senza sollievo e senza alcun modo di spiegare cosa mi avesse fatto Vern — divenne all’improvviso insopportabile, anche se sapevo che lasciarlo restare comportava rischi che potevano rivelarsi fatali per l’identità che mi ero costruita con tanta cura.
Le mani si mossero senza permesso, salendo ad aggrapparsi alle sue spalle, sentendo il muscolo compatto sotto il tessuto costoso del suo completo, mentre la mia mente elencava ogni pericolo: la sua vicinanza al segno, il sospetto già espresso sul mio odore, il modo in cui quell’intimità forzata avrebbe creato aspettative che non avrei mai potuto soddisfare.
«Ti prego…»
La parola mi sfuggì prima che potessi fermarla, piccola e spezzata e fin troppo sincera, meno legata al desiderio di lui che alla necessità di sopravvivere a ciò in cui Vern aveva trasformato il mio stesso corpo.
«Ti prego cosa?»
Si ritrasse quel tanto che bastava per guardarmi dall’alto, quegli occhi grigio-azzurri che mi inchiodavano con la stessa efficacia del suo corpo.
Capii con un orrore crescente che quell’istante avrebbe definito tutto ciò che sarebbe venuto dopo — che qualunque cosa avessi detto subito dopo mi avrebbe fatto guadagnare tempo oppure avrebbe distrutto del tutto l’illusione.
«Dillo», disse Drax.
