Capitolo 6: Lo amava così tanto?
Punto di vista di Drax
La mia moglie a contratto stava andando a fuoco: le guance arrossate, le cosce serrate l’una contro l’altra.
Era evidente: era entrata nel calore.
Era bellissima, con un naso dritto e delicato, occhi infossati e ciglia tanto lunghe da proiettare ombre sulle guance.
Le labbra erano piene e rosse, impossibili da ignorare, e quegli occhi verdi erano scuriti dal desiderio.
Mi desiderava.
Eppure, sotto quella fame, sul suo viso guizzavano paura e resistenza.
Sapevo benissimo cosa la terrorizzava: il marchio di legame sul collo e quell’odore irritante di un altro maschio che le restava addosso.
Un altro alfa l’aveva legata. E anche di recente.
Temeva che scoprissi che non era la vera Cynthia, che era un’impostora.
Ma non avrebbe dovuto preoccuparsi proprio di quello.
Dal momento in cui aveva messo piede nella villa di Brandon, suo padre biologico, i miei uomini avevano già scavato nei suoi documenti e me li avevano consegnati.
Lyra, venticinque anni, laureata al Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Ashford.
Avrebbe potuto diventare un’avvocata brillante e invece, in qualche modo, subito dopo la laurea si era precipitata a sposarsi, buttando via un futuro luminoso solo per diventare la moglie di qualcuno.
Per poi riemergere adesso, prendendo il posto di Cynthia in questo matrimonio combinato.
All’inizio ero stato furioso.
Nessuno osava ingannarmi.
Ma nel momento in cui ho varcato quella porta e l’ho vista, ho cambiato idea.
Sia io sia il lupo dentro di me, Cis, siamo stati colpiti da una certezza potente, istintiva.
Era mia.
Lo era sempre stata.
Era come una piccola volpe intelligente, astuta e affilata.
Quegli occhi verdi non avevano avuto la supplica disperata che mostravano ora: allora erano limpidi, calcolatori.
Mi temeva, eppure era determinata a sopravvivere.
In realtà faceva quasi pena, e la mia rabbia aveva cominciato a dissolversi, sostituita da qualcosa di più simile alla curiosità.
Forse tenere con me questa piccola lupa non sarebbe stato uno spreco di tempo.
Mi avvicinai, catturando la dolcezza intensa del suo odore: pesca, matura e inebriante.
Il mio lupo, Cis, si agitava irrequieto dentro di me, e il suo desiderio si riversava nel mio.
«Mi piace», ringhiò. «Rivendicala.»
Le punte delle dita seguirono la curva della sua guancia, poi scesero alla clavicola e infine si posarono sul seno.
Dalle sue labbra sfuggì un gemito lieve, appena udibile.
Si morse con forza il labbro inferiore, lottando per mantenere il controllo.
«Il tuo odore è dappertutto», mormorai.
«Stai cercando di sedurmi, o è così che dai il benvenuto al tuo nuovo marito?»
Arrossì per l’imbarazzo; le lacrime le si raccolsero negli occhi, mentre l’irritazione le affilava la voce.
«Il mio odore è solo instabile!»
Continuava a mentire.
Mi chinai, il respiro caldo sulla sua guancia accesa, e posai baci leggeri lungo la clavicola, lasciando che i denti le sfiorassero la pelle quel tanto che bastava a farla rabbrividire.
La mano scese lungo il suo corpo, le coprì il seno, impastando la carne morbida prima di farle rotolare il capezzolo tra pollice e indice.
Un altro gemito, più forte, questa volta.
Sentii la sua resistenza cedere.
Provò a spingermi via, ma non ne aveva la forza, e nel petto mi si mosse qualcosa di sconosciuto: un possesso che non avevo previsto, che cresceva selvaggio e insistente.
«Dimmi cosa vuoi», ordinai piano, le labbra a sfiorarle l’orecchio.
«Io… io non…» balbettò.
«Bugiarda.»
Le pizzicai il lobo con un morso.
«Il tuo corpo ha già risposto per te.»
Feci scivolare la mano sotto il suo vestito.
Era bagnata.
Le dita trovarono il suo clitoride e lo circondarono con lentezza deliberata; lei tremò tra le mie braccia.
Il mio cazzo premeva contro i pantaloni, ma non avevo alcuna intenzione di affrettare le cose.
Continuai a stuzzicarle il seno mentre l’altra mano lavorava tra le sue cosce.
Era squisitamente sensibile: ogni tocco la faceva strusciare inconsciamente contro la mia mano, in cerca di più attrito.
La osservai con un divertimento scuro, godendomi il modo in cui combatteva contro il proprio desiderio.
«Ne vuoi ancora, vero?» le sussurrai contro il collo.
«Dillo.»
Serrò la mascella, rifiutandosi di darmi quella soddisfazione.
Bene. Potevo giocare anch’io.
Ritirai la mano e la sistemai, piegandola sulle mie ginocchia e abbassandole le mutandine.
Il palmo le calò duro sul sedere; lo schiocco secco riecheggiò nella stanza.
«Quando ti faccio una domanda», dissi, la voce tagliata dall’autorità, «mi aspetto una risposta.»
Il suo respiro si spezzò, e sentii l’impennata della sua eccitazione.
La sculacciai di nuovo, più forte, osservando il modo in cui il suo corpo si tendeva e poi si scioglieva.
«Vuoi che ti tocchi?» chiesi, la mano che le accarezzava la pelle arrossata.
«Sì», sussurrò finalmente.
«Sì, cosa?»
«Sì… per favore.»
«Brava ragazza.»
La ricompensai facendole scivolare dentro due dita, muovendole con un ritmo deciso in quel calore umido e cedevole.
Lei cominciò a emettere piccoli suoni spezzati, il corpo scosso dal piacere, le dita dei piedi che si arricciavano contro le lenzuola.
Proprio mentre stava per arrivare al limite, ritrassi le dita del tutto.
Si voltò a fulminarmi con lo sguardo da sopra la spalla, quegli occhi bellissimi colmi di lacrime e indignazione.
«Perché hai—»
«Usa le parole», la interruppi.
«Dimmi esattamente cosa vuoi.»
Per un lungo istante si limitò a fissarmi, in lotta con se stessa.
Poi, come se avesse preso una decisione dentro di sé, abbandonò l’esitazione e mi cinse il collo con le braccia, tirandosi su per premersi contro di me.
«Ti voglio», ansimò sulle mie labbra.
«Ti voglio dentro di me. Adesso.»
Quella richiesta nuda, nella sua voce, mi attraversò come una fiammata.
«Così va meglio», mormorai, prendendole la bocca in un bacio duro, quasi doloroso.
Era infinitamente più interessante di quanto Cynthia avrebbe mai potuto essere.
La sistemai sul letto, facendole offrire quel culo magnifico a quattro zampe.
Mi liberai il cazzo e affondai dentro di lei con una sola spinta fluida.
Un gemito basso mi ribollì nel petto.
Le raccolsi i capelli dorati nel pugno, usandoli per tirarla indietro contro di me mentre imponevo un ritmo punitivo.
I suoi gemiti si fecero più forti, più abbandonati.
Mi resi conto allora che mi piaceva—controllarla, stuzzicarla, guardarla disfarsi del tutto.
Ma rallentai apposta, sfilando quasi completamente prima di rientrare con una lentezza esasperante.
Lei cominciò a dimenarsi per la frustrazione, intrappolata in quello spazio insopportabile tra piacere e appagamento.
«Drax… ti prego…» piagnucolò, cercando di spingere indietro contro di me.
Le tenni i fianchi ben saldi.
«Ti prego cosa?»
«Più veloce. Ho bisogno—»
«Di cosa hai bisogno?» la incalzai.
«Sii specifica.»
«Ho bisogno che tu mi scopi», riuscì infine a ansimare, ogni pretesa di pudore spazzata via.
«Forte. Ti prego.»
Quella supplica disperata mi spezzò il controllo.
«Visto che lo chiedi così bene», ringhiai, e poi le diedi esattamente ciò che aveva implorato.
La martellai senza freni, una mano stretta nei suoi capelli e l’altra che le serrava l’anca con una forza tale da lasciarle lividi.
Lei mi venne incontro colpo su colpo e, quando girò la testa per guardarmi con quegli occhi scuriti dal desiderio, le catturai la bocca in un bacio divorante.
Le sue mani mi si aggrapparono al collo mentre cercava un contatto più profondo, la lingua che tracciava la mia mela d’Adamo prima che le labbra scendessero lungo la mascella con un’audacia sorprendente.
Qualcosa scattò dentro di me.
Spinsi più forte, più a fondo, cambiando angolazione per colpire quel punto dentro di lei che la faceva gridare.
Il bisogno di possederla completamente dominò ogni pensiero.
Il mio sguardo cadde su quel segno sul suo collo—quel maledetto marchio di legame, la rivendicazione di un altro alpha su di lei—e la rabbia si mescolò all’eccitazione.
Le dita mi sfiorarono la cicatrice del morso.
«Coprirlo», ringhiò Cis dentro di me.
«Rendila nostra.»
Il marchio di quell’alpha inferiore sarebbe stato facile da sovrascrivere.
Mi chinai, i denti che sfioravano la pelle segnata, pronto ad affondare e reclamare ciò che era mio—
Qualcuno bussò alla porta.
«Alpha… Alpha Brandon chiede di parlarle.»
Il padre di Lyra.
L’aveva appena consegnata ed era già impaziente di cavare qualcosa da me.
Sotto di me, Lyra parve tornare di colpo in sé.
Istintivamente si coprì la nuca con la mano, e sentii l’attimo sfuggirmi via.
Il mio umore si guastò all’istante.
«Digli di andare a farsi fottere», ringhiai verso la porta.
La frustrazione mi graffiava dentro.
Alla fine riuscii solo a spingere ancora poche volte prima di venire dentro di lei, ma non bastò—nemmeno lontanamente a placare la fame che sentivo.
Lyra si scostò da me all’istante, raggomitolandosi dall’altra parte del letto con le braccia strette attorno al corpo.
La nebbia del calore le era sparita dagli occhi, sostituita da una cauta allerta.
Dissi con deliberata calma: «Il tuo odore mi ha fatto perdere il controllo.»
Lei aprì la bocca, ma non trovò una replica.
Dopotutto era semplicemente entrata in calore, e io avevo “perso il controllo” per quello—non l’avevo costretta a niente.
La verità era scritta sulla sua pelle arrossata e sulle sue membra tremanti.
Nei suoi occhi guizzarono rabbia e rimorso, come se si vergognasse del proprio abbandono di poco prima, di quanto avidamente mi avesse implorato.
Non le era piaciuto anche a lei?
Era per via di quell’alpha inutile che l’aveva marchiata—quel bastardo che si era scopato la matrigna?
Lo amava così tanto?
Era ancora fissata con quel bastardo?
Cis ruggì furioso dentro di me.
«Adesso è nostra!»
Repressi l’ondata di scontento.
Forse questa piccola lupa sleale aveva bisogno che le ricordassi qual era il suo posto.
«Perché sei entrata in calore all’improvviso, proprio adesso?» chiesi, con un tono ingannevolmente casuale.
