Capitolo 2 Lo sosterrei
Punto di vista di Mia
L’aria era piena del profumo di aglio e rosmarino mentre stavo nella mia cucina a preparare il mio piatto preferito. Il lieve ronzio della cappa e lo sfrigolio costante della padella mi avvolgevano, entrambi familiari ed esattamente ciò di cui avevo bisogno quella sera.
Cucinare era sempre stato il mio rifugio. Un posto dove niente pretendeva forza o controllo.
Ma quella sera non cercavo conforto. Stavo cercando di sfuggire alla rabbia che mi artigliava il petto dopo aver rivisto Liam Alcaraz. Mi buttai in ogni gesto, tagliando con più forza del necessario, mescolando come se potesse cancellarlo, disperata di trovare qualunque cosa capace di soffocare il ricordo del suo volto.
Era ancora bello come sempre. Era ingiusto che in lui nulla fosse svanito. Odiavo me stessa per averlo notato. Ma per quanto fosse attraente, non avrei mai più ripreso quella strada.
Lo odiavo, profondamente e completamente. C’erano momenti in cui volevo fargli pagare quello che mi aveva fatto, ma sapevo che quel modo di pensare mi avrebbe solo trascinata di nuovo in un passato che avevo lottato così tanto per lasciarmi alle spalle.
Premetti i palmi contro il piano di lavoro e chiusi gli occhi, cercando di ritrovare il controllo prima che tutto dentro di me andasse in pezzi.
«Qui dentro si sente un profumo paradisiaco.» Feci un leggero sobbalzo e mi voltai, trovando Josh appoggiato con disinvoltura allo stipite della porta.
«Dio, Josh,» espirai. «Un giorno o l’altro mi farai venire un infarto.»
Lui sorrise. «Sei stata tu a darmi accesso a casa tua. Hai solo te stessa da incolpare.»
Pochi minuti dopo eravamo seduti uno di fronte all’altra al tavolo, con le luci della città che brillavano dietro di noi.
«Stasera sembravi a disagio. E non negarlo, Mia. Ti conosco,» disse Josh piano.
«Sto bene,» risposi troppo in fretta.
«No, non stai bene,» insistette.
Esitai, le dita che si stringevano attorno al bordo del tavolo, prima di lasciare finalmente trapelare la verità.
«Era lui.»
Josh si immobilizzò.
«Liam,» sussurrai. «È l’amministratore delegato dell’azienda di cui dovrei occuparmi.»
La sua espressione si indurì. «E quindi?»
«Sono rimasta professionale,» dissi, costringendo la mia voce a restare ferma. «Ho gestito l’incontro... ho concluso tutto quello che dovevo fare, poi me ne sono andata a testa alta.»
Josh mi studiò con attenzione. «E dopo?»
Espirai lentamente. «Non ho ancora deciso. Non ho accettato... ma non ho nemmeno rifiutato.»
Il silenzio si tese tra noi.
«Doveva essere il mio futuro,» ammisi, la voce tremante nonostante tutti i miei sforzi per restare composta. «Ma essergli di nuovo vicino... è stato come avere di nuovo diciott’anni.»
Josh si sporse un po’ in avanti, e stavolta la sua voce fu più ferma.
«E adesso?» chiese. «Hai davvero intenzione di tirarti indietro?»
Deglutii. «Non lo so. Non mi sono mai allontanata da qualcosa del genere prima d’ora.»
Josh scosse la testa, quasi incredulo. «Adesso sei un avvocato, Mia. Non sei più la ragazza che lui si è lasciato alle spalle.»
Lo guardai, sentendo il petto contrarsi.
«Se proprio vogliamo dirla tutta,» continuò, con un tono più tagliente, «è esattamente per questo che dovresti accettare. Costringilo a sedersi di fronte a te. Fagli capire che cosa ha perso.»
Lasciai uscire un respiro tremante. «Non è così semplice.»
«Sì, invece,» disse Josh piano. «A meno che tu non sia ancora innamorata di lui... e che lui abbia ancora tutto questo potere su di te.»
«Non sono innamorata di lui, Josh. Lo odio. E non voglio mai più rivederlo,» ribattei, un po’ troppo in fretta, con un tono un po’ troppo brusco.
Un lento sorrisetto gli increspò le labbra, come se non mi credesse del tutto.
«Dico sul serio. Non lo sono,» insistetti, la voce che si tendeva.
«Ehi,» disse, alzando le mani in segno di resa. «Ti credo, Mia. Non c’è bisogno che te la prenda con me.»
Il suo tono si addolcì, ma il suo sguardo rimase fisso nel mio.
«Solo non perdere contro di lui,» aggiunse, più piano stavolta, ma con fermezza. «Non dopo tutto quello che hai passato. Io credo in te, Mia. Sei più forte di così. Più forte di lui.»
Abbassai lo sguardo sulle mie mani, mentre le dita si chiudevano contro i palmi. Perché la verità era che i miei pensieri erano un caos.
Non sapevo se stare davanti a lui fosse forza... o se andarmene non fosse soltanto paura nascosta dietro l’istinto di proteggermi.
Quella notte il sonno si rifiutò di arrivare. Mi rigirai nel letto, voltando il cuscino, tirandomi la coperta fin sotto il mento per poi scacciarla di nuovo. Il mio corpo reclamava riposo, ma la mia mente non voleva saperne di calmarsi, non con lui tornato nella mia orbita.
Con un sospiro secco mi misi a sedere e allungai la mano verso il portatile sul comodino, sperando che il lavoro riuscisse a soffocare il rumore nella mia testa. C’era sempre riuscito. Il mio lavoro era il mio scudo, la mia via di fuga. La legge era qualcosa di stabile, prevedibile, qualcosa su cui potevo contare quando le persone mi deludevano.
Ma quella notte, niente di tutto questo aveva importanza.
Quando lo schermo del portatile si accese, non digitai nulla. Rimasi solo a fissarlo mentre le ore scorrevano via. Erano già le due del mattino e, nonostante questo, le mie dita restavano sospese sopra i tasti, inutili, come se avessi dimenticato che cosa fare dopo.
Non mi era mai successo prima. Non durante l’esame di abilitazione, non durante i processi estenuanti, nemmeno nelle notti insonni prima delle sentenze. Il lavoro era sempre stata l’unica cosa che potevo controllare. Ma quella notte, dentro di me, era tutto un disastro.
Perfino il suo nome mi stringeva il petto. Il suo volto mi balenò nella mente. Sembrava più adulto adesso, modellato dal tempo e dal successo. Il ragazzo spericolato che avevo amato un tempo era scomparso da molto.
Non era più soltanto il suo aspetto ad attirare la mia attenzione. C’era qualcosa in lui che non sapevo spiegare.
Alla fine le mie dita cominciarono a muoversi, ma non su memorie legali o contratti. Invece, aprii un documento vuoto e iniziai a scrivere furiosamente, come se il rumore dei tasti potesse soffocare i miei pensieri. Una lista di modi per farla pagare a Liam.
Fissai lo schermo, poi risi piano di me stessa. Era assurdo, perfino infantile, ma per un attimo il peso che avevo nel petto si allentò.
La realtà tornò fin troppo in fretta. Sospirai e cancellai metà della lista, lasciandomi ricadere contro la testiera del letto. La rabbia tornò a investirmi, tagliente e amara.
Le mani mi tremavano.
«Dannato Liam», sussurrai.
Per anni mi ero portata addosso quella rabbia come un’armatura, ripetendomi che un giorno gliel’avrei fatta pagare. Ma quella sera, davanti al chiarore dello schermo, quel fuoco mi sembrò spento, greve e vuoto.
«Forse non ne vale più la pena.» Una voce più quieta emerse nella mia mente. «Lascia perdere, Mia. Dimenticalo. Liberati.»
Per la prima volta, non lottai contro quel pensiero. La vendetta non mi sembrava più appagante. Mi rendeva solo stanca.
Quello che volevo era pace. Lo sguardo mi cadde sulla cartellina sulla scrivania, spessa e immacolata, contrassegnata dal logo della Alcaraz Global. Il più grande incarico che Richard Vale mi avesse mai affidato.
Se fossi riuscita a portarlo a termine, avrei fatto la storia. Eppure non potevo farlo. Non con il mio ex. Perché, per quanto mi preparassi, una verità restava immutata: non avevo paura di perdere un cliente. Avevo paura di perdere me stessa nella vendetta e nella rabbia che provavo ancora per lui.
Lentamente, scrissi un’e-mail al mio capo per dirgli che avrei rinunciato all’incarico Alcaraz e che gli chiedevo di sostituirmi con qualcun altro.
Quando ebbi finito, lasciai uscire un lungo respiro. Pesante, ma liberatorio. Per la prima volta in otto anni, avevo scelto me stessa.
«Mia!»
Sentii la voce di Vale prima ancora di riuscire ad alzare la testa. Di solito bussava prima di entrare nel mio ufficio, ma quel giorno capii subito che il mio capo non era affatto contento di me, ed ero certa che avesse letto la mia e-mail.
«Hai perso la testa, avvocato Villaruiz? Ti rendi almeno conto di quello a cui stai rinunciando?» chiese, chiaramente irritato, prima ancora che potessi dire una parola. Non mi aveva mai alzato la voce in quel modo.
«Questo è il più grande incarico che il nostro studio abbia mai ottenuto, e tu stai dicendo di no? Non riuscivo a crederci quando ho letto la tua e-mail. Qui dentro tutti morivano dalla voglia di occuparsi del caso Alcaraz. La sua segretaria ha già confermato che Liam Alcaraz ha accettato di firmare con noi. Vuole finalizzare i contratti. È questo il momento, Mia. Saremo noi a guidare il suo team legale», continuò Vale.
«Che ti prende? Io mi fido di te, Mia. So che resterai professionale», aggiunse.
Aggrottai la fronte. «Che vuoi dire?»
Mi studiò per un momento. «Se ti sei sentita a disagio per il modo in cui Liam ti guardava, me ne sono accorto. Ma per come l’ho vista io, era colpito. Anzi, sembrava interessato a te. Credo che sia tu il motivo per cui ha scelto noi. Le tue credenziali, il modo in cui hai gestito la discussione… ti sei distinta. Ho sentito dire che con le donne è freddo, ma tu hai chiaramente attirato la sua attenzione.»
Quasi mi venne da ridere. Se solo avesse saputo la verità. Che Liam Alcaraz non mi guardava con ammirazione. Che mi aveva già spezzata una volta. Che l’ultima cosa che desideravo era trovarmi di nuovo anche solo vicino a lui.
Ma non potevo dirlo.
Espirai piano e incontrai il suo sguardo. «Con tutto il rispetto, signore, volevo occuparmi io del suo caso. Ma sono già sommersa di lavoro. Credo basti il fatto che l’abbia convinto a scegliere il nostro studio. Sono contenta di esserci riuscita.»
Mi fermai prima di proseguire, scegliendo le parole con cura. «Non ho mai rifiutato una sua richiesta. Ma ora che ha accettato, forse può assegnare l’incarico a qualcun altro al posto mio.»
Esitai, poi aggiunsi a bassa voce: «E, a essere sincera… Liam Alcaraz non mi piace. Detesto la sua arroganza. Spero che lei capisca.»
«Mia, non era arrogante. È un miliardario. Che cosa ti aspettavi?» disse Vale, con tono fermo, anche se la delusione nei suoi occhi non svanì. «Uomini come lui pretendono risultati.»
Sostenni il suo sguardo, stabile nonostante la tensione che mi stringeva il petto. «Signor Vale, è la prima volta che le chiedo una cosa del genere. Spero che possa capirmi.» Presi un respiro silenzioso. «Posso ancora seguire altri due clienti. Dia semplicemente l’incarico degli Alcaraz a Lisbeth. È una delle migliori avvocate dello studio.»
Mi fissò a lungo, come se cercasse di leggere qualcosa che mi rifiutavo di mostrare. Poi lasciò andare un sospiro pesante, passandosi una mano tra i capelli.
«Non è da te, Mia», disse con voce più morbida. «Non ti tiri mai indietro davanti a una sfida. Se c’è qualcosa che non va, puoi dirmelo.»
Per un attimo, il mio autocontrollo vacillò.
Ma mi imposi un sorriso piccolo, rassicurante. «Non c’è niente che non va, signore. Sto bene. Penso solo che questa sia la decisione migliore per lo studio.»
Vale mi studiò di nuovo, la preoccupazione evidente nei suoi occhi, ma alla fine annuì.
«Va bene», disse, anche se suonava riluttante. «Assegnerò l’incarico a Lisbeth.»
Ricambiai con un lieve cenno del capo, mentre dentro di me qualcosa si serrava. «Grazie, signore», dissi.
Vale si fermò sulla soglia, una mano appoggiata alla maniglia. Mi lanciò un’occhiata oltre la spalla: la frustrazione di prima era sparita, sostituita da una calma preoccupazione. «Mia», disse, più piano, «mi fido del tuo giudizio. Solo, assicurati di non portarti questa cosa addosso da sola.»
Incontrai i suoi occhi e annuii, ferma. «Non lo farò, signore.»
Sostenne il mio sguardo ancora per un momento, poi annuì a sua volta e infine uscì, richiudendo la porta piano alle sue spalle.
Rimasi lì per un momento, lasciando che il silenzio si posasse, poi raddrizzai lentamente le spalle. Qualunque cosa provassi, qualunque ricordo tentasse di riaffiorare, non aveva posto lì. Non nel mio lavoro. Non nelle mie decisioni.
L’avevo scelto io, e l’avrei sostenuto fino in fondo.
