Capitolo 2: Colloqui con mio padre
Fiorella
Era il modo in cui mio padre aveva accennato all'omicidio durante la colazione, come se stesse semplicemente commentando i titoli del giornale del giorno prima.
«I De Luca sono in ascesa», annunciò, incidendo la bistecca con una disinvoltura che avrebbe dovuto intimidirmi. «E con l'omicidio di Lorenzo, si sono rafforzati. Nessuno credeva che Rafael sarebbe sopravvissuto al coma, ma ora che è successo, non si fermeranno davanti a nulla.»
Feci ruotare la tazzina di espresso, osservando la schiuma scura del liquido mentre assimilavo le sue parole. «Lorenzo meritava di morire.»
«Ovvio che sì.» Mio padre non alzò nemmeno lo sguardo mentre allungava la mano verso il calice di vino. Sì, vino. A colazione. Era così che iniziava la sua giornata: carne rossa, caffè nero e un bicchiere del rosso più pregiato. Alessandro D'Angelo. Mio padre.
«Ma i fratelli De Luca sono pericolosi, Fiorella.» Sollevò finalmente lo sguardo, cupo e indecifrabile. «Più pericolosi che mai.»
Mi appoggiai allo schienale della sedia, accavallando le gambe. «E la cosa ti preoccupa perché...?»
Posò il coltello. «Perché l'unica cosa peggiore di un nemico pericoloso è un alleato ancora più pericoloso.»
Lasciai che quella frase aleggiasse nell'aria, mentre la gravità delle sue parole si posava su di noi come un macigno.
Avevo previsto questa conversazione. Avevo osservato come lavorava la mente di mio padre nelle ultime settimane, studiando ogni mossa compiuta dai De Luca. Dall'uccisione di Lorenzo all'annientamento dei nemici che avevano tentato di uccidere la moglie di Rafael. Anche mentre Rafael era in coma, suo fratello Rocco aveva falciato i loro avversari senza pietà, senza alcuna compassione.
Ora Rafael era vivo. E cosciente. E i De Luca erano più intoccabili che mai.
Mio padre voleva un'alleanza.
Ma in questo mondo le alleanze venivano forgiate nel sangue e nel tradimento. E fidarsi di un De Luca?
Equivaleva a stringere un patto col diavolo.
«Credi che ci attaccherebbero?» domandai.
«Credo che ci taglierebbero la gola se tornasse a loro vantaggio.» Sorseggiò il vino, con gli occhi che scintillavano sopra l'orlo del calice. «Ed è per questo che dobbiamo assicurarci che non lo facciano mai.»
Le mie dita tamburellarono sulla porcellana della tazzina. «E come proponi di farlo?»
Sorrise, e non fu un sorriso piacevole. «Tu.»
L'atmosfera mutò di colpo.
Mi immobilizzai. Strinsi la presa sulla tazzina. «Io?»
«Sei la mia erede, Fiorella. Il mio successore. Hai passato tutta la vita a dimostrare di appartenere a questo mondo, di essere qualcosa di più di una semplice figlia. Questa è la tua occasione per dimostrarlo ancora.»
Esalai un lento respiro, ignorando l'accelerare del battito cardiaco. «Cosa vuoi che faccia?»
«Siediti al tavolo con loro. Lavora con loro. Dimostra che non siamo nemici, ma alleati.»
«Ti aspetti che mi sieda con Rocco De Luca e finga di fidarmi di lui?»
«Voglio che sia tu a guadagnarti la sua fiducia.»
Mi sfuggì una risata di scherno. «Rocco De Luca non si fida di nessuno.»
«Allora vedi di riuscirci tu.»
Fissai mio padre, chiedendomi se credesse davvero che fosse una buona idea o se si trattasse di una sorta di test. Perché sapevo bene chi fosse Rocco.
Lo sapevano tutti.
Il secondo fratello De Luca. L’esecutore. Quello a cui non importava versare sangue.
Se Rafael era il volto dell’impero De Luca, Rocco ne era il pugnale.
Un uomo senza coscienza né dubbi.
«Non mi piace», ammisi.
«Non mi importa se ti piace», disse mio padre in tono secco. «Mi importa che tu porti a termine il lavoro.»
Strinsi la mascella, ma non ribattei. Aveva preso la sua decisione.
E così, dovetti prenderla anch'io.
Perché entrare nel mondo dei De Luca significava entrare nella tana dei leoni.
E non ero sicura se sarei stata la cacciatrice…
O la preda.
Stavamo parlando nel suo studio, più tardi quella sera, quando menzionò di nuovo i De Luca.
«I De Luca stanno diventando più forti.»
La voce di mio padre era suadente, ma sentii la lama nascosta sotto.
Mi appoggiai allo schienale della sedia, osservandolo sorseggiare il suo whisky; ogni movimento era calcolato. Mio padre non scopriva mai le sue carte, non diceva mai nulla senza averci riflettuto a fondo. Era sempre un passo avanti, giocava sempre sulla lunga distanza.
«La morte di Lorenzo, l’attentato alla moglie di Rafael… tutto ciò che avrebbe dovuto distruggerli li ha resi solo più forti. Hanno annientato i loro nemici senza esitazione.»
«E adesso?» chiesi, tamburellando le dita sul bracciolo.
«Adesso sono imprevedibili.» I suoi occhi si velarono. «E questo li rende pericolosi.»
Respirai lentamente, lasciando che le parole si sedimentassero. Sapevamo entrambi cosa stava per dire prima ancora che lo dicesse, perché lo aveva già accennato quella mattina.
«Un’alleanza.»
«È la mossa più intelligente.» Posò il bicchiere. «La guerra sta arrivando, Fiorella. Me lo sento nelle ossa. E quando arriverà, non vogliamo trovarci dalla parte sbagliata del campo di battaglia.»
«E se non ci volessero?»
Un lento sorriso gli incurvò le labbra. «Allora faremo capire loro che rifiutarci non è un’opzione.»
Era sempre stato così. Potere e strategia, sangue e controllo. Un gioco che avevo imparato a giocare dall’età in cui ero stata in grado di impugnare una pistola.
«Dov’è l’incontro?» domandai.
«In un club. Territorio neutrale.»
Sorrisi. «Non c’è nulla di neutrale nei De Luca.»
«No», convenne lui. «Ma tu ti farai ascoltare.»
«E Rocco?»
Il suo sorriso si allargò. «Rocco sarà lì.»
Certo che ci sarebbe stato.
Il secondo dei fratelli De Luca. Quello di cui si sussurrava nei vicoli, quello il cui solo nome faceva scappare gli uomini in cerca di riparo.
Rocco era il tipo d’uomo che non si preoccupava nemmeno di nascondere le zanne. Non regnava come Rafael, lui divorava. E, al contrario di suo fratello, non aveva bisogno di un trono. Gli bastava stare appollaiato su una pila di cadaveri.
Non lo avevo mai guardato dritto in faccia, ma lo avevo incrociato. Lo avevo visto attraverso la stanza alle feste, la sua presenza oscura sempre ai margini. Parlava solo se necessario, non sorrideva mai se non con una curva fredda e sinistra.
Il tipo d’uomo che faceva sparire i suoi nemici nel nulla.
«Va bene», dissi alzandomi. «Andrò.»
Mio padre mi guardò, con un’espressione enigmatica sul volto. Poi annuì. «Stai attenta, Fiorella. I De Luca non giocano secondo le regole.»
Sorrisi. «Neanch'io.»
