Un sogno
«In un tempo di vecchio e nuovo,
quando di te nessuno sa,
il futuro sarà il passato della storia,
e io, alla fine, arriverò.»
Chi sono?
DAPHNE
Sono circondata da una folla tumultuosa di bestie e Fae, in ginocchio davanti a un tiranno. Sento le membra pesanti e intorpidite, come se avessi arrancato nelle sabbie mobili o nel fango. Dietro di me, sul freddo color lavanda di un fiume ghiacciato, le mie impronte sono segnate da un'ombra di sangue, lasciata dagli stivali che porto ai piedi. Polvere nera e luce stellare rossa, il sangue delle centinaia di Fae massacrati in battaglia.
L'aria è carica di un'energia malevola e fatico a respirare.
Il fragore di cento eserciti si spegne nelle mie orecchie mentre affronto il fallimento della mia fine e il tradimento del mio cuore folle.
Lui è lì, proprio accanto a lei. L'uomo che un tempo consideravo più bello di qualsiasi dio mai immaginato. L'uomo a cui ho donato l'anima. Colui che un giorno, ne ero certa, sarebbe stato al mio fianco.
Mi guarda con il freddo turbine di occhi disillusi. Un'oscurità ferrea dipinta di falso rimpianto. Sembra addolorato. Sembra tormentato. Ma sembra anche risoluto.
Lo farà. Proprio come era stato predetto un tempo in una vecchia filastrocca.
Le lacrime mi si gelano sul viso mentre alzo lo sguardo verso di lui, le parole mi muoiono in gola mentre la mia stessa follia sale a soffocarmi.
Colei che si avvicina dal suo fianco è più bella di chiunque io abbia mai visto. È tutto ciò che io non sono. Una guerriera, una vincitrice, una regina Fae di ghiaccio con un cuore dorato di brina.
Mi parla con un sussurro portato da un vento glaciale. Dice: «Credevi di averlo in pugno, non è vero? Credevi di poter fermare una magia messa in moto tanto tempo fa. Che bastasse tuo figlio a cambiarlo. Non è così?». Ride, e io sollevo il mento con uno sforzo per fulminarla con lo sguardo.
Guardando oltre lei, verso di lui, lo supplico con gli occhi di porre fine a questo dolore in fretta. Che, come minimo, renda la mia agonia rapida.
Lui non risponde, un'espressione triste gli increspa il volto mentre solleva la lama incantata dal suo giaciglio sulla pietra inghirlandata del Grande Fiume dei Fae.
L'angelo malvagio si china su di me e sento il gelo delle sue labbra quando parla. «Forse ti ha amata... un po'. Ma c'è qualcosa che tutti i Fae bramano più dei cuori e della felicità. Qualcosa che tu non avrai mai più. Il potere.»
La corona di platino e chiodi che mi cinge il capo mi impedisce di scattare, di proteggermi, di difendermi, e mentre colui che me l'ha posata sulla fronte mi si avvicina, girandomi intorno come se non mi avesse mai stretta tra le braccia, come se non avesse mai cercato di proteggermi, mi sento come se fossi già morta.
Tutto è perduto.
La Regina dell'Inverno sorride e si erge in tutta la sua altezza mentre il mio amore si ferma dietro di me e mi tira indietro la testa, appoggiandomi la lama alla gola. Mi guarda dall'alto e nei suoi occhi argentati c'è un fremito di tristezza così profondo che posso assaporarlo nel ricordo dei suoi baci.
Riesco solo a sussurrare: «Ti ho amato».
La sua mano trema mentre porta la lama alla mia gola, ma scuote la testa, con gli occhi che si riempiono di lacrime, e sussurra: «Lo so».
Tutto ciò che viene dopo è calore e dolore, e mentre urlo nel vento, le ombre della foresta piangono.
Mi sveglio di soprassalto, portandomi le mani fredde e sporche alla gola e chiedendomi quale incubo mi abbia tormentata nel sonno.
Sembrava così reale, ma per quanto mi sforzi, non riesco a ricordarlo. La tristezza che però accompagna il mio ritorno alla lucidità ha a che fare solo con le catene ai miei polsi.
Perché non sono ancora stata giustiziata?
Perché devo restare qui a soffrire prima di morire?
Un'occhiata intorno mi dice che dev'essere mattina. Il giorno dopo la mia condanna.
Mi era stato detto che sarei morta entro la mezzanotte della sera prima. Eppure, sono ancora viva nelle segrete del Palazzo di Hadimere, in attesa della mia decapitazione.
«Quanto ci metteranno a prendermi la testa? Sarò già un cadavere quando finalmente arriveranno.»
Ieri, i nobili del regno mi circondavano come una folla inferocita, trattandomi come una criminale mentre re Hadimere mi fissava dall'alto con freddi occhi blu, le cui iridi erano quasi nere per il disprezzo. Eppure non sono io quella che aveva un debito con lui. No. Io sono semplicemente quella che deve risponderne.
Mio padre mi ha lasciata qui. A morire al suo posto. È lui che era indebitato per il gioco d'azzardo... per il suo vizioso puttaniere. Non io!
Ma suppongo che il fatto che mi abbia sempre incolpata della morte di mia madre abbia giocato un ruolo importante nella sua scelta di pagamento.
Il forte stridore di una porta di ferro, che sovrasta il sibilo del vento tra i gradini di pietra, cattura la mia attenzione e scatto in piedi. Dei passi pesanti echeggianti, più di una persona, rimbombano come una musica che annuncia la mia ora.
Un sussulto mi sfugge dalle labbra quando le guardie svoltano l'angolo. Perché sono guidate dall'uomo più tormentosamente bello che io abbia mai visto.
Oh, cielo.
