Capitolo 1

Il giorno del mio quinto anniversario di matrimonio è stato il giorno in cui ho scoperto che mio marito non aveva mai smesso di amarla. Ma avrei dovuto capirlo molto prima.

La prima volta che l’ho sentito sussurrare il suo nome ero in cucina con un bicchiere d’acqua in mano: era il primo mese del nostro matrimonio. Lui era in camera da letto, stava preparando la valigia per la luna di miele, quando ho colto quel tremito nella sua voce. Il modo morbido, disperato, in cui ha detto «Jovi» mi ha fatto sprofondare lo stomaco, perché avevo già sentito esattamente quel tono. Quando avevamo diciassette anni. Quando lei era ancora sua.

Rimasi lì a lungo, ripetendomi che avevo capito male. Ripetendomi che ero paranoica. Da allora continuai a dirmi che, adesso che eravamo sposati, avrebbe lentamente voltato pagina e avrebbe guardato solo me. Da quel momento non lo sentii più pronunciare il suo nome davanti a me. Mi convinsi che stesse guarendo.

Non era così. Quando pensava di essere solo o quando non lo guardavo, continuavo a notare la sua tristezza. La tristezza di un uomo che ha perso il suo intero universo e resta comunque in piedi, dritto, fingendo che vada tutto bene.

Pensavo che il mio amore e la mia presenza, prima o poi, lo avrebbero aiutato a tornare intero. Mi sono impegnata a essere una brava moglie. Qualcuna che capisse i suoi bisogni e che fosse il posto in cui poteva tornare. Quella che aspettava mentre lui la piangeva. La moglie che aveva sposato ma che non aveva mai amato davvero. Non sono mai stata brava a cucinare, ma ho continuato a imparare le ricette preferite di Jovi perché erano anche le sue preferite. Senza rendermene conto, il mio guardaroba si è riempito lentamente degli stessi colori pallidi che indossava Jovi. Anche se lei non c’era più, io ero ancora qui, ancora sua.

Jovi e Zane stavano insieme dai tempi del liceo. Erano la coppia d’oro. E io ero la migliore amica che lo desiderava in silenzio, nell’ombra, mentre li guardava essere felici insieme. Ma la loro felicità non è durata per sempre.

Sette anni fa lei ha sposato il miliardario della famiglia Blackwood. Ed è stata la prima volta che ho incontrato suo marito. Quello per cui aveva lasciato Zane. Vance Blackwood. L’erede dell’Impero Blackwood.

Lo champagne era ancora freddo nella mia mano. L’avevo comprato settimane prima, l’avevo nascosto in fondo al frigorifero, immaginando l’espressione sul suo viso quando l’avrei tirato fuori.

Cinque anni, Zane. Ci credi?

Invece attraversai la porta di casa mia e chiamai: «Zane? Sono tornata prima.»

Silenzio. Poi un suono ovattato. Un ansito, forse. O una risata soffocata.

La bottiglia di champagne mi scivolò dalle dita. La afferrai prima che potesse frantumarsi, ma il mio cuore stava già crollando. Conoscevo quel silenzio. Conoscevo quel suono ovattato. L’avevo già sentito, al liceo, quando entravo in garage e li trovavo aggrovigliati sul sedile posteriore della sua macchina.

Mi avvicinai alla porta della camera da letto; mi tremavano le ginocchia. Era socchiusa, appena. Ma bastava per vedere tutto.

Vidi prima la sua schiena. La curva familiare delle spalle. La lentiggine sulla scapola sinistra, quella che baciavo quando era mezzo addormentato, quella che seguivo con un dito nel buio. Adesso si muoveva. Un ritmo che riconoscevo perché apparteneva a me. O almeno, avevo creduto che fosse così.

Poi vidi le gambe di lei avvolte intorno a lui, le dita dei piedi con lo smalto rosso che si arricciavano nelle lenzuola che avevamo scelto insieme. I capelli biondi sparsi sul mio cuscino. La federa aveva ancora un lieve odore di detersivo alla lavanda che compravo perché Zane diceva che lo aiutava a dormire.

Il mio cervello si rifiutava di capire ciò che i miei occhi stavano vedendo.

Quella non era la mia camera.

Quello non era mio marito.

Quelle non erano le lenzuola su cui avevo passato un’ora a decidere perché a lui piaceva il cotone morbido.

Non poteva essere.

E invece lo era.

Lei aprì gli occhi, come se avesse percepito la mia presenza. E nei suoi occhi lo vidi. L’istante in cui capì di essere stata sorpresa. E sotto quello, paura e panico. La mia mano ebbe un sussulto lungo il fianco. Le dita sfiorarono la fede al mio anulare.

«Merda!» Si afferrò al lenzuolo, le mani impacciate, la voce acuta e tagliente. «Nerissa—»

Lui si voltò di scatto. Aveva il viso madido di sudore, i capelli appiccicati alla fronte. Il rossore sulle guance era ancora caldo del calore di lei. Mi guardò, e io vidi il colore abbandonargli la pelle.

Era lo stesso sguardo che aveva avuto sette anni prima. Quando lei gli aveva detto che avrebbe sposato Vance Blackwood. Quando l’avevo stretto tra le braccia mentre andava in pezzi. Piangeva per la donna che se n’era andata dalla sua vita. Quello era il momento in cui avrei dovuto urlare. Avevo voglia di graffiare loro la faccia. Avevo voglia di farli soffrire anche solo un frammento di ciò che provavo io. Ma non l’ho fatto. Non potevo.

Il mio corpo si rifiutava di muoversi.

Le dita affondavano così forte nella bottiglia di champagne che le nocche mi bruciavano.

Ancora un secondo.

Se fossi rimasta un secondo in più, sarei crollata…

oppure li avrei uccisi entrambi.

In qualche modo, le mie gambe scelsero al posto mio.

Un passo.

Poi un altro.

Me ne andai, perché andarmene era l’unica cosa che mi impediva di frantumarmi del tutto.

«Nerissa, aspetta!»

«Non è come pensi!»

«Ti prego, lasciami spiegare!»

Per un attimo pensai di voltarmi. Di urlare. Di lanciare qualcosa. Di farli sentire anche solo un frammento di quello che sentivo io.

Ma ogni parola morì da qualche parte tra il petto e la gola.

Se fossi rimasta…

Avrebbero spiegato.

Avrebbero chiesto scusa.

Avrebbero mentito.

E avevo paura di essere abbastanza debole da crederci.

In cucina vidi l’altra bottiglia di champagne. Quella che aveva aperto quella mattina, prima che arrivasse il suo messaggio.

È nei guai. È la nostra migliore amica. Lo capisci.

Capivo benissimo.

Svitai il tappo della mia bottiglia e versai il nostro anniversario nello scarico. Lo guardai vorticare e sparire, come i cinque anni di speranza che avevo tenuto nel cuore: svaniti in pochi secondi. Lasciai cadere la bottiglia nel lavello. Fece un clangore metallico, ma non si ruppe.

Le chiavi erano appese al gancio. Le presi. Mi tremava la mano così tanto che mi caddero due volte prima che riuscissi a stringerle.

Andai verso la porta d’ingresso. Non mi voltai. La chiusi piano alle mie spalle. Quando la porta si chiuse non riuscii più a trattenere le lacrime. Mi appoggiai con debolezza al legno, ansimando in cerca d’aria. Ma nel momento in cui sentii dei passi dentro casa, mi costrinsi a staccarmi. Barcollai verso la macchina. Mi serviva un posto dove respirare. Un posto lontano dalle rovine della mia vita.

Guidai per un’ora. Forse due. I lampioni si sfocavano mentre sfilavano.

E poi arrivarono i ricordi.

Le nostre promesse di matrimonio. Il modo in cui la voce gli si era spezzata quando aveva detto «per sempre».

La sua risata durante la luna di miele, quando inciampai nella sabbia e lui mi afferrò.

Il nostro primo anniversario. Aveva cucinato un banchetto. Aveva bruciato il pollo. Ci aveva riso sopra e aveva ordinato da asporto.

E dopo, nel buio, il suo respiro caldo contro il mio collo—mi aveva sussurrato: «Grazie per avermi aspettato. Ti prometto che ti renderò felice.»

Adesso quelle parole mi sembravano una bugia.

Tutte quante.

Ero mai stata qualcosa di più della donna che era rimasta dopo che lei se n’era andata?

Accesi la radio.

Una canzone d’amore riempì l’abitacolo.

Cambiai stazione.

Un’altra.

Ogni canzone sembrava determinata a ricordarmi che qualcuno, da qualche parte, credeva ancora che per sempre volesse dire per sempre.

Risi una volta.

Poi ricominciai a piangere.

Fu allora che un altro ricordo mi colpì.

Poche ore prima, quello stesso giorno. Vance Blackwood, il mio nuovo capo trasferito dall’estero, mi aveva chiesto se sapessi dov’era sua moglie. I suoi occhi grigi erano piatti, cercavano solo un’informazione.

«Sa dov’è mia moglie? Non risponde alle mie chiamate.»

All’epoca avevo sorriso con cortesia. Gli avevo detto che non l’avevo vista. Avevo perfino provato pena per lui. Un marito che cercava sua moglie.

Ora…

Risi. Mi uscì spezzato. Lui la stava cercando. Mentre lei era nel mio letto.

Con mio marito.

Accostai. Mi tremavano le mani, ma la voce era ferma quando chiamai il centralino della mia azienda. Mi rispose la sua segretaria, Lydia.

«Lydia, sono Nerissa Sullivan di R&D. Ho i numeri finali del progetto Harrington per la call con il consiglio di Mr. Blackwood. È un file protetto. Mi serve la sua linea diretta per inviarlo.»

«Il protocollo prevede di caricarlo sul drive condiviso, Ms. Sullivan», disse, esitante.

«Il protocollo causerà un ritardo che lui mi ha detto chiaramente di non potersi permettere. Vuole prendersi lei la responsabilità di quel ritardo?» Tenni un tono cortese, fermo. Il tono di chi conosceva il sistema.

Una pausa. Poi sentii un clic leggero. Mi diede il numero. Lo fissai sullo schermo. L’arma che potevo usare per non essere l’unica a venire distrutta.

Il dito indugiò sul tasto “chiama”. Ma parlare, sentire la sua voce, era troppo. Troppo reale. Non ce l’avrei fatta.

Così digitai un messaggio.

«Mr. Blackwood. Sua moglie è a casa mia con mio marito. Ho pensato che dovesse saperlo. - Sullivan.»

Capitolo successivo