Capitolo 3
Punto di vista di Elara
Il silenzio in infermeria si allungò come un elastico sul punto di spezzarsi. Il sorriso di Blythe era ancora incollato in faccia, tutto premura e fascino da ragazzino, ma dietro i suoi occhi azzurri vedevo il calcolo. Sophia gli stava accanto; le sue onde castano-rosse catturavano la luce al neon e la sua espressione era la miscela perfetta di apprensione e sollievo.
Erano bravi. Questo glielo concedevo. Se fossi stata davvero Elara, traumatizzata e affamata di approvazione, mi sarei sciolta sotto quel calore finto come neve al sole.
Ma io non ero Elara. Non più.
Abbassai lo sguardo sui garofani dozzinali nella mano di Blythe, notando i bordi appassiti dei petali. Fiori da supermercato. Quelli che afferri d’impulso quando devi sembrare premuroso ma non ti va di preoccuparti davvero. Le dita mi fremettero per l’impulso di spezzargli il polso e spingergli quei garofani in gola finché non ci si fosse strozzato.
Invece mi costrinsi a indossare il sorriso timido e riconoscente di Elara e mormorai: «Io… sto bene. Grazie per essere venuti a vedere come sto.»
La mia voce uscì morbida. Dimessa. Esattamente come avrebbe parlato Elara. Le parole mi sapevano di cenere in bocca, ma le ingoiai e tenni gli occhi bassi, recitando la parte della piccola Omega spezzata che si aspettavano.
Le spalle di Sophia si rilassarono. Solo di un soffio, ma lo colsi. Era stata tesa, in attesa di capire se ricordassi. Se avrei ricomposto i pezzi: che lei e Blythe mi avevano chiusa in quel ripostiglio e mi avevano lasciata soffocare.
Blythe fece un passo avanti, posando i fiori sul comodino con una cura esagerata. «Ci hai fatto davvero spaventare, Elara. Quando abbiamo sentito che ti avevano trovata nel ripostiglio, senza respirare…» Lasciò la frase a metà, scuotendo il capo come se il ricordo gli facesse male. «Ti ricordi cos’è successo? Come ci sei finita lì dentro?»
Il tono era gentile, ma sotto c’era un taglio. Una prova. Voleva sapere che cosa sapessi.
Aggrottai la fronte, imitando la confusione. «Io… non ricordo molto. È tutto… un po’ confuso.» Mi portai una mano alla tempia, rendendo credibile la recita. «Mi fa male la testa.»
Non era del tutto una bugia. Questo corpo si stava ancora riprendendo dalla mancanza d’ossigeno e l’emicrania che martellava dietro gli occhi era fin troppo reale. Ma la perdita di memoria? Quella era una balla colossale. Ricordavo tutto. La polvere che mi soffocava i polmoni. La porta chiusa a chiave. La voce allegra di Sophia fuori, che liquidava il ripostiglio come se non fosse niente.
Come se io non fossi niente.
L’espressione di Blythe si addolcì e allungò la mano per darmi una pacca sulla mano. Mi costrinsi a non ritrarmi, anche se ogni istinto mi urlava di spezzargli le dita. «Va bene,» disse, con la voce grondante di falsa rassicurazione. «L’importante è che adesso sei al sicuro.»
Al sicuro. Certo. Perché essere chiusa in una stanza a morire era solo uno sfortunato incidente.
Sophia si avvicinò; i tacchi ticchettarono piano sul pavimento di piastrelle. Si sedette sul bordo del letto, con un sorriso caldo e da sorella maggiore. «Meno male che non ti ricordi,» disse con leggerezza, poi si fermò, gli occhi che guizzarono verso Blythe prima che si riprendesse. «Cioè, dev’essere stato così spaventoso. È meglio non fissarcisi.»
Quasi mi venne da ridere. Per poco non aveva detto qualcos’altro. Qualcosa che avrebbe tradito il suo coinvolgimento. Ma aveva corretto la rotta all’ultimo secondo, coprendo lo scivolone con una disinvoltura allenata.
Quei due erano più pericolosi di quanto avessi pensato. Non perché fossero forti. Non lo erano. Ma perché erano bravi a fingere. Bravi a nascondersi dietro sorrisi, gerarchie sociali e la convinzione che nessuno li avrebbe mai messi alle strette.
Lasciai che gli occhi mi si chiudessero, fingendo stanchezza. «Sono solo… davvero stanca.»
«Certo», disse Sophia in fretta, alzandosi. «Dovremmo lasciarti riposare. Ma prima di andare…» Esitò, lanciando di nuovo un’occhiata a Blythe. Lui le fece un cenno appena percettibile e lei si voltò verso di me con un sorriso radioso. «C’è una cosa di cui volevo parlarti. Domani, dopo l’addestramento di combattimento, devo raccogliere delle erbe ai margini della Foresta di Black Ridge per un progetto di biologia. Speravo che potessi venire con me.»
Mi si spalancarono gli occhi. La richiesta era casuale, quasi buttata lì, ma ne sentii subito tutto il peso. I ricordi di Elara si mossero, una campanella d’allarme che suonava in fondo alla mente. Ogni volta che Sophia le aveva chiesto di “aiutarla” in qualcosa, era finita male. Un libro spostato che aveva fatto ricadere su Elara l’accusa di furto. Un lavoro di gruppo in cui Sophia si era presa tutto il merito. Una commissione che, chissà come, si era trasformata in un’umiliazione pubblica.
E adesso voleva che andassi nel bosco. Da sola. Con lei.
Non mi servivano i ricordi di Elara per capire che era una trappola.
«Io…» cominciai, con la voce ancora bassa, ancora nella parte. Poi mi fermai. Lasciai che il silenzio si allungasse. E quando parlai di nuovo, il mio tono era diverso. Piatto. Definitivo. «Mi rifiuto.»
La stanza si immobilizzò.
Sophia batté le palpebre, il sorriso che le si congelava sul viso. «Tu… cosa?»
«Ho detto di no.» Sostenni il suo sguardo, l’espressione calma. Distaccata. «Non vengo.»
La testa di Blythe scattò verso di me, la sua confusione quasi comica. «Elara, di che stai parlando? Sophia ti sta solo chiedendo una mano per un progetto scolastico.»
Non gli risposi. Tenni gli occhi su Sophia, osservando come il suo sorriso si incrinava ai bordi. Come le sue dita si chiudevano a pugno lungo i fianchi.
«Elara», disse lentamente, con la voce tesa, «lo sai che non te lo chiederei se non fosse importante. Questo progetto vale il venti per cento del voto.»
«Allora avresti dovuto cominciarlo prima.» La mia voce restava calma, ma adesso sotto c’era acciaio. «Non vengo.»
La maschera di Sophia scivolò. Solo per un secondo, ma lo vidi. Il lampo di furia negli occhi. La mascella che si serrava. «Stai parlando sul serio?» sibilò, abbassando la voce. «Ti rendi conto di quello che stai dicendo? Sei un’Omega senza lupo. Un caso di carità. E ti stai rifiutando?»
Eccola, la verità sotto tutta quella dolcezza finta. Non mi vedeva come una persona. Mi vedeva come uno strumento. Qualcosa da usare e buttare via.
Inclinai la testa, studiandola come fosse un campione sotto vetro. «Ti ho sentita benissimo. E la mia risposta è sempre no.»
Blythe fece un passo avanti, l’espressione che si faceva più tagliente. «Elara, capisco che tu sia turbata, ma stai esagerando. Sophia sta cercando di includerti. Lo sai quanta gente ucciderebbe per avere la possibilità di lavorare con lei?»
«Allora che ci vadano loro.» Mi appoggiai contro i cuscini, lo sguardo fermo. «Non mi interessa.»
Il volto di Blythe si rabbuiò. Non era abituato a sentirsi dire di no. Soprattutto non da una come Elara, che per anni l’aveva adorato ai margini. «Stai facendo un errore», disse, con la voce bassa. «Sophia sta cercando di aiutarti. Se continui a comportarti così, la gente penserà che sei ingrata.»
Per poco non sorrisi. Stava cercando di farmi vergognare. Di colpevolizzarmi fino alla sottomissione. Manipolazione da manuale, il genere di mossa che con Elara avrebbe funzionato.
Ma io non ero Elara.
«Che pensino quello che vogliono», dissi con tono uniforme. «Non mi importa.»
Gli occhi di Sophia si assottigliarono. Si chinò in avanti, la voce ridotta a un sussurro. «Te ne pentirai, Elara. Credi di poterti nascondere in infermeria per sempre? Appena metterai piede fuori, ti ricorderai esattamente qual è il tuo posto in questa scuola.»
Sostenni il suo sguardo, l’espressione indecifrabile. «Ti aspetto.»
