Capitolo 5
Punto di vista di Elara
«Sto bene», dissi, sostenendo lo sguardo preoccupato dell’infermiera. La voce mi uscì ferma, anche se la schiena mi pulsava nel punto in cui ero finita contro la sponda del letto. «Solo un po’ di capogiro, ma sta passando.»
L’infermiera non sembrava convinta; la penna ticchettava contro la cartellina. «Dolore al petto? Oppressione?»
«No.» La bugia mi scivolò via con facilità. In questi polmoni c’era sempre oppressione, ma ammetterlo significava restare intrappolata in quella stanza quando dovevo uscire, dovevo capire in che diavolo di situazione stavo per infilarmi domani.
Mi osservò ancora per un istante, poi sospirò. «Va bene. Però devi andarci piano.» Aprì un cassetto, tirò fuori un inalatore blu e me lo premette nel palmo. «Tienilo con te. Al minimo problema di respirazione lo usi e torni subito qui. Chiaro?»
Annuii, chiudendo le dita attorno alla plastica. «Grazie.»
Appena si spostò, scivolai giù dal letto, aggrappandomi al bordo per restare stabile. La stanza oscillò leggermente, ma ci passai attraverso, costringendo le gambe a reggermi. Un passo. Poi un altro. La mano trovò lo stipite della porta e poi fui fuori, nel corridoio illuminato dai neon.
Gli studenti mi sfilavano accanto a gruppetti, le voci che rimbalzavano sulle pareti. Qualcuno mi lanciò un’occhiata — curiosa, pietosa, indifferente. Rimasi lì, con le dita serrate sullo stipite, e sentii abbattersi addosso un’ondata di totale disorientamento.
Questo non era il mio corpo. Questo non era il mio mondo. Niente sembrava giusto: le proporzioni del corridoio, l’odore chimico del detergente per pavimenti, il modo in cui i suoni rimbalzavano sui muri. Provai a richiamare i ricordi di Elara, ma arrivarono a schegge, frammenti frastagliati che non si incastravano. Ala est, secondo piano, l’infermeria era accanto a… qualcosa. Forse l’ufficio atletico. E più giù nel corridoio c’era… non riuscivo a ricordare.
Il petto mi si strinse. Non per l’asma. Per la consapevolezza improvvisa e schiacciante che non avevo idea di dove avrei dovuto andare, di cosa avrei dovuto fare, di come orientarmi in quel posto che Elara attraversava ogni giorno da anni.
«Elara?!»
Mi voltai di scatto, i muscoli tesi, e vidi una ragazza dai capelli biondi corti che correva verso di me, zigzagando tra gli altri studenti, spinta da un panico puro.
Frenò proprio davanti a me, gli occhi verdi spalancati e lucidi. «Oh mio Dio, stai bene? Ho sentito che sei svenuta nel ripostiglio e—» Le mani le rimasero sospese vicino alle mie spalle, tremanti. «Sono venuta appena l’ho saputo, ma—»
I ricordi mi travolsero. Chloe Mitchell. Caschetto biondo. Un sorriso luminoso che però non arrivava mai davvero agli occhi quando guardava Elara, perché lì c’era sempre preoccupazione, sempre apprensione. L’unica amica di Elara. L’unica persona, in tutta quella scuola, a cui fosse mai importato se lei viveva o moriva.
«Sto bene», dissi, e le parole mi parvero del tutto insufficienti, perché Chloe sembrava sul punto di piangere.
«Bene?!» La voce le salì, attirando sguardi. «Eri svenuta! Nessuno sapeva dove fossi, e io sono andata in mensa a pranzo per incontrarti come sempre e tu non c’eri, e ho pensato…» La voce le si spezzò. «Dio, avrei dovuto cercarti prima. Avrei dovuto…»
«Chloe.» Tenevo la voce bassa, ferma. «Sto bene. Davvero.»
Ma lei scuoteva la testa, premendosi le mani sul viso. «Saresti potuta morire là dentro. Se nessuno ti avesse trovata quando l’ha fatto…»
Non aveva torto. Elara era morta là dentro.
Chloe mi afferrò per un braccio — con delicatezza ma con decisione — e mi guidò verso una panca vicino alle finestre. «Siediti prima che crolli.»
La lasciai fare, lasciandomi scivolare sul legno duro con un sollievo maggiore di quanto volessi ammettere. Mi tremavano già le gambe per il solo fatto di essere rimasta in piedi. Patetico.
Chloe si lasciò cadere accanto a me, il ginocchio che sobbalzava nervosamente. «Ok. Parliamoci chiaro. Come ti senti davvero? E non dirmi di nuovo “bene”.»
Esitai, facendo calcoli. «Ho la testa ovattata. Tutto mi sembra… confuso. Come se cercassi di ricordare le cose attraverso la nebbia.»
La sua espressione scivolò nell’allarme. «Confuso in che senso? Che tipo di cose?»
«Solo… dettagli.» Feci un gesto vago. «So chi sei, dove sono. Ma il resto è sparso. È normale dopo uno svenimento?»
Chloe si morse il labbro, chiaramente combattuta. «Forse? Ma se hai problemi di memoria, è grave, Elara. Potresti aver battuto la testa.»
«Devo solo orientarmi,» dissi in fretta. «Mi aiuti? Solo… ricordami di domani. Delle lezioni.»
Mi studiò il viso, lottando con qualcosa, poi sospirò. «Va bene. Però se ti senti peggio me lo dici. Promesso?»
«Promesso.»
Si girò per guardarmi più direttamente. «Domani è mercoledì. Le lezioni del mattino sono normali: Analisi, Storia dell’Umanità, Biologia.» Si interruppe, osservandomi con attenzione. «E nel pomeriggio abbiamo addestramento al combattimento.»
Devo aver fatto una faccia sorpresa, perché Chloe lasciò uscire una risatina stanca. «Lo so, vero? Le lezioni di matematica e storia sembrano assurde quando la maggior parte degli studenti qui potrebbe strappare la portiera di un’auto dai cardini. Ma lo impone il Consiglio: dice che dobbiamo confonderci nella società umana, mantenere il Velo, tutta quella roba. E non possiamo farlo se non conosciamo le basi della cultura umana.» La sua espressione si fece ironica. «Anche se sono abbastanza sicura che per molti sia una perdita di tempo. Preferirebbero passare tutto il giorno nei campi d’addestramento.»
«Addestramento al combattimento,» ripetei, piatta.
«Già. Nei campi dietro la scuola. È obbligatorio per tutti, anche…» Fece un gesto che includeva entrambe. «Anche per gli studenti senza lupo. Esercizi corpo a corpo, basi sulle armi, quelle cose. Lo gestisce l’istruttore Warren.»
Mi appuntai mentalmente il nome. Warren. Qualcuno che avrei dovuto capire in fretta.
«È duro ma giusto,» continuò Chloe. «Non ti tratterà con i guanti per il fatto che sei senza lupo, però non permetterà nemmeno che qualcuno ti faccia davvero del male. Le regole su questo sono rigidissime.»
Già. Regole. Come se le regole avessero mai fermato gente come Sophia.
«E le sfide?» chiesi.
Il volto di Chloe si rabbuiò. «Sì. Chiunque può sfidare chiunque a un uno contro uno. Non puoi rifiutare senza beccarti una punizione e una nota sul registro.» Fece una pausa. «Perché?»
Non risposi subito; mi limitai a guardarla, mentre la preoccupazione e il terrore le si insinuavano nei lineamenti.
«Ho visto Sophia uscire dall’infermeria prima,» disse all’improvviso, le parole che le uscivano sempre più in fretta. «Sembrava arrabbiata. Compaciuta. Tutte e due.» Gli occhi le si allargarono. «È venuta a vederti? È successo qualcosa?»
Presi la mia decisione.
«Mi ha minacciata,» dissi semplicemente.
Chloe si immobilizzò del tutto. «Cosa?»
«Ha detto che mi vedrà domani all’addestramento. Che mi ricorderà qual è il mio posto.» Tenni la voce ferma. «Mi sfiderà. Davanti a tutti.»
Il colore sparì dal viso di Chloe. Scattò in piedi, le mani che si serravano a pugno.
«No,» disse, la voce tremante. «No, tu non puoi—lei non può—» Il respiro le accelerò, in preda al panico. «Elara, non puoi combattere contro di lei. Tu non hai un lupo e lei si allena da quando aveva sei anni e se sali su un ring con lei ti…»
Si fermò, ma la frase non detta rimase sospesa lo stesso. Ti ucciderà.
Chloe cominciò a camminare avanti e indietro, a scatti, agitata. «Non puoi andare domani. Non puoi. Dì che stai male, o—o semplicemente non presentarti! Prenditi la punizione, chi se ne importa di una stupida nota se significa che sei al sicuro—»
