Capitolo 3 Un estraneo

Lyra

Non riesco a respirare. Dentro mi sembra di sciogliermi, di bruciare viva. In che cazzo di guaio mi sono cacciata? Mi divincolo e cerco di muovermi, disperata di scappare, ma le sue braccia d’acciaio non fanno che stringersi di più intorno a me. La pressione mi strappa un gemito di dolore.

«Ah, ah,» mormora, con una voce bassa e pericolosa. «Non ti azzardare a muoverti, o potrei anche affettarti questo bel collo.»

Mi immobilizzo all’istante. Restando ferma, il suo cazzo ricurvo sobbalza appena e scivola sulle mie pieghe già bagnate. La sensazione è una scarica. I capezzoli mi si tendono fino a farmi male sotto il palmo grande e ruvido. Oh Dea. Mi sto eccitando per uno sconosciuto minaccioso invece di essere terrorizzata. Il suo palmo mi stringe il seno con decisione e per poco non mi sfugge un gemito strozzato.

No. Non posso permetterlo. Non permetterò a questo estraneo, chiunque sia, di sedurmi come ha fatto Ryan, solo per tradirmi.

«Lasciami andare,» ordino, cercando di tenere ferma la voce. «Lasciami andare subito.»

«Potrei anche prendere in considerazione l’idea di lasciarti andare,» dice, con il fiato caldo contro il mio orecchio, «se mi dici perché sei nel mio posto privato.»

Esito, spiazzata. «Il tuo posto? Questo è il mio posto! Vengo qui da anni.»

Si lascia sfuggire una risata cupa e secca. «Questo posto è mio, fiorellino. L’intrusa sei tu.»

«Non chiamarmi così,» ringhio, furibonda. Oggi ne ho abbastanza di gente che mi sminuisce. Provo a colpirlo con il gomito, buttandoci dentro tutto il peso, ma lui si scansa senza fatica.

Con un unico movimento fulmineo mi rovescia. L’acqua schizza violenta, i fiori si sparpagliano, mentre mi blocca sotto di lui contro il fondo della vasca. Boccheggio, cercando aria, cercando di restare a galla mentre la sua massa pesante e potente mi schiaccia.

Mi paralizzo quando finalmente riesco a vederlo bene, alla luce della luna.

Dea, lui è… magnifico. Ha capelli scuri e folti, spinti all’indietro e grondanti d’acqua. Gli occhi sono di un verde tagliente e letale, come se brillassero nel buio. Ogni lineamento è perfetto: una mandibola scolpita, un naso diritto, impeccabile, e labbra tese in un ghigno di scherno. I muscoli e i pettorali sono enormi, incombono su di me come una montagna.

Resto senza parole mentre lo fisso. Non ho mai visto nessuno così bello, né così terrificante, in tutta la mia vita. Sembra un dio in persona. La Dea della Luna su di lui deve averci messo più tempo del solito.

Sembra più o meno della mia età, forse qualche anno in più, ma è difficile dirlo. Da lui emana un’energia poderosa, pesante e antica. Non dà l’impressione di un Alpha qualunque; sembra qualcosa di molto più forte.

Chi è?

Mi sorride con cattiveria, cogliendomi mentre lo squadro. La faccia mi si infiamma all’istante, di un rosso scuro. Cerco di distogliere lo sguardo, ma lui mi afferra il mento con una presa che fa male e mi costringe a guardarlo. Restiamo così, a fissarci, nel silenzio più totale. In quell’istante, una forza invisibile e magnetica mi tira l’anima. Lui si ferma, gli occhi che si stringono, come se la sentisse anche lui.

Oh Dea, vuol dire che lui è…? No. Non è possibile. Il mio compagno predestinato mi ha già respinta stasera. Solo i lupi estremamente fortunati hanno una seconda possibilità. Se la Dea della Luna non ha nemmeno voluto benedirmi con un lupo funzionante, di certo non mi darà una seconda chance per l’amore.

L’aria tra noi si fa densa, carica di una tensione sessuale pesante, soffocante. Il cuore mi martella contro le costole, e capisco che lui lo sente. Ridacchia, cupo, e borbotta tra sé: «Che destino malato e contorto.»

I suoi occhi, all’improvviso, balenarono di un rosso vivo e predatorio. Trassi un respiro spezzato: quel colore mi spaventò, ma prima che potessi muovermi lui chinò la testa. La sua bocca si serrò sul mio capezzolo, intrappolando la punta tra i denti e tirando con una forza tale che un urlo incredulo mi si strappò dalla gola.

«Smettila!» gridai, anche mentre sentivo un’ondata di umidità raccogliersi tra le cosce.

«Prendo ciò che è mio», disse semplicemente. Non aspettò il permesso prima di passare all’altro seno, mordendo e succhiando e leccando la punta sensibile.

Qualcosa cominciò a muoversi, a destarsi nel profondo. Per la prima volta dalla cerimonia, sentii Wyndra. La mia lupa fantasma stava davvero gemendo e ululando di piacere, in fondo alla mente. Quindi adesso poteva eccitarsi? Dopo avermi umiliata ed essere rimasta in silenzio mentre venivo degradata? Che si fotta.

La rabbia mi diede coraggio mentre, con entrambe le mani, gli spingevo via la testa dal corpo. «Lasciami andare, cazzo!»

Lui si limitò a sogghignare, del tutto imperturbabile. «Nel momento in cui hai trovato la strada per il mio santuario, sei diventata mia. Io sto solo prendendo ciò che mi appartiene.»

«Sei uno stronzo arrogante!» ringhiai. Ma poi sentii il suo cazzo grosso e duro premere contro la mia fica, e la rabbia si trasformò in un panico gelido.

«È questo che fai?» chiesi, con la voce che mi tremava. «Hai l’abitudine di costringerti addosso a sconosciute che non possono difendersi da te?»

Quella, finalmente, lo colpì. Si fermò, il corpo che si irrigidiva. Mi fulminò con lo sguardo, come se avessi detto la cosa più orribile immaginabile. Il silenzio che seguì fu teso, soffocante.

Lentamente, si alzò. Si mise in piedi in tutta la sua nuda magnificenza, con l’acqua che colava sui suoi muscoli enormi. Senza una parola, uscì dalla tinozza. Aveva un’aria furiosa mentre afferrava una veste scura da un ramo lì vicino, lasciandomi a tremare e sola nell’acqua.

Non appena si allontanò, saltai fuori e mi rimisi in piedi barcollando, le gambe tremanti. Il cuore mi martellava ancora mentre mi rivestivo in fretta, con le dita impacciate che inciampavano nel tessuto. Non mi voltai neppure: mi limitai a girarmi e a scappare.

Ma non prima di sentire, alle mie spalle, la sua voce vellutata.

«Forse ci incontreremo di nuovo, fiore.»

Lo ignorai e corsi più veloce che potevo, spingendomi nel bosco scuro finché i polmoni non mi bruciarono. Mi ci vollero trentacinque minuti per raggiungere la pack house e, non appena irruppi dall’ingresso sul retro, mi fermai, confusa. Ogni lupo nella casa principale si affannava in preda al panico. C’era chi puliva, chi spostava mobili, chi urlava ordini.

Quando Luna Sarah mi vide, i suoi occhi guizzarono di rabbia. Mi piombò addosso e mi schiaffeggiò con forza. Il colpo mi fece scattare la testa di lato e la guancia mi bruciò.

«Dove cazzo sei stata?» mi urlò contro. «Dovresti aiutare! Ci stiamo preparando ad accogliere la famiglia reale dei Lycan, e tu te ne vai a zonzo per i boschi come una mocciosa inutile!»

Mi portai una mano alla guancia pulsante e abbassai lo sguardo. «Io... mi dispiace. Non lo sapevo.»

«Non me ne frega niente se lo sapevi! Adesso sei un’Omega», sputò. «Vai e comincia a strofinare i pavimenti. Saranno qui da un momento all’altro, e questo posto deve essere impeccabile. Muoviti!»

Le obbedii subito, afferrando un secchio e una spazzola. Quando mi lasciai cadere in ginocchio e cominciai a strofinare il freddo pavimento di pietra, la testa mi girava.

Sentivo un nodo di paura nello stomaco, chiedendomi perché i potenti reali Lycan stessero venendo all’improvviso in visita a un branco piccolo come il nostro.

Spero solo che non si fermino a lungo.


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