Capitolo 2 ETHAN

Dall’altra parte della sala, Ethan Sinclair era una tempesta in arrivo in abito nero. Non avrebbe voluto essere lì quella sera… Detestava eventi del genere, pieni solo di complimenti vuoti e rumore senza senso. Era riuscito a divertirsi un poco con la goffa ragazza che gli era andata addosso poco prima; a malapena aveva notato persino che aspetto avesse, ma la cosa lo aveva comunque divertito. Quel divertimento, però, era durato pochissimo, svanito nel momento stesso in cui si era imbattuto proprio lì, a quel gala, in Arthur Langston.

Lo storico avvocato della famiglia Sinclair lo aveva messo alle strette non appena lui aveva varcato di nuovo la porta della sala principale, sibilandogli all’orecchio promemoria come un avvoltoio che gira intorno a una carcassa.

«Tre settimane, signor Sinclair. Niente moglie, niente eredità. Il consiglio sta già affilando i coltelli, non vede l’ora di sventrarla.»

Ethan lo aveva liquidato con la solita occhiata gelida, ma quelle parole continuavano a bruciargli in testa, perseguitando ogni suo pensiero.

Tre settimane. Tre maledettissime settimane.

Si aggirava per il gala, ignorando i saluti condiscendenti delle socialite disperate che gli lanciavano occhiate piene di speranza, tutte ansiose di farsi notare dal potente Ethan Sinclair… il più giovane, il più freddo e il più spietato miliardario di Melbourne. Ma aveva bisogno d’aria e di spazio per gestire il tumulto che aveva dentro.

Fu allora che passò accanto all’ala espositiva più piccola… quella riservata agli artisti “meno conosciuti”, dove i casi umani della beneficenza venivano messi da parte, lontano dai veri acquirenti. Come la maggior parte di chi passava di lì, non concesse ai quadri neppure una seconda occhiata. Non erano altro che una sequenza di opere insipide, sciocchezze emotive… sogni trasformati in macchie di colore, assolutamente patetici.

Ethan sbuffò tra sé e si voltò per andarsene, ma una conversazione sommessa alle sue spalle attirò la sua attenzione. Due anziani benefattori si erano fermati accanto alla nicchia che aveva appena superato e parlavano a bassa voce, con tono intriso di compassione.

«Povera ragazza. Ho sentito dire che sta per perdere la sua galleria… apparteneva a suo padre, che Dio l’abbia in gloria.»

«Che peccato. Ha davvero talento, si vede dal tratto del pennello. Ma il talento non paga i debiti, non in questa città.»

«Magari qualcuno potesse aiutarla… ma sai come vanno queste cose. Sta affondando.»

Ethan si fermò di colpo. All’inizio non seppe neppure esattamente perché, ma la sua mente stava già correndo molto più avanti di lui… La ragazza di cui parlavano era disperata, sola e senza legami. Poteva essere esattamente ciò di cui aveva bisogno per salvare la propria situazione. Nessuno avrebbe fatto domande. A nessuno sarebbe importato e, soprattutto… lei aveva bisogno di lui più di quanto lui avesse bisogno di lei, quindi non sarebbe stato difficile tenerla sotto controllo. Era crudele e predatorio. Era perfetto.

L’angolo della bocca di Ethan si sollevò in un sorriso appena accennato, il fantasma di un sorriso.

Si voltò e tornò verso il suo stand; sapeva benissimo di chi stessero parlando... la ragazza con quel dipinto unico. L’aveva guardato e l’aveva liquidato come gli altri, senza nemmeno soffermarsi sul suo viso, ma adesso non aveva scelta: era un’opzione in quella guerra di matrimoni ed eredità. Arrivò giusto in tempo per vederla raccogliere, con frustrazione, il quadro rimasto invenduto. Il mento era duro e fiero anche in quel momento, sebbene l’incurvarsi delle spalle tradisse la verità della sua delusione. Sembrava sul punto di andare in pezzi mentre si avviava verso l’uscita, ignara dell’ombra che la osservava con intensità, un’ombra che, lentamente, stava realizzando che era la ragazza che gli era andata addosso poco prima.

Lena praticamente fuggì dall’edificio, accecata dalla frustrazione; l’aria notturna le schiaffeggiò il viso con una freddezza crudele che le fece venire voglia di urlare dal dolore. Fermò un taxi con un gesto, sbattendo le palpebre per trattenere le lacrime che le stavano affiorando agli occhi. Aveva fallito ancora una volta; un’altra porta le si era chiusa in faccia.

Proprio mentre stava salendo sul sedile posteriore, un faro potente le tagliò lo sguardo e un’auto nera e slanciata scivolò fino ad affiancarla. I finestrini si abbassarono lentamente, con il sussurro del lusso. Dentro sedeva un uomo... quell’uomo, l’uomo affascinante che l’aveva sorretta quando gli era finita addosso... l’uomo che le aveva lasciato il fiato corto anche dopo essersi dissolto nella folla.

«Sali», disse; questa volta la sua voce era bassa, con un tono imperioso.

Lena lo fissò, il cuore già a martellarle contro le costole. «Come, scusi?»

L’uomo si chinò in avanti quel tanto che bastava perché il lampione cogliesse le linee dure del suo volto, il volto perfettamente scolpito, quegli occhi di fuoco e l’aura di autorità che si portavano dietro.

«Non c’è tempo da perdere», disse con calma, chiaramente non era un uomo abituato a parlare troppo. «Vuoi salvare quella tua galleria patetica, vero?»

Lo shock le strappò l’aria dai polmoni. «Chi diavolo è lei e che cosa le dà il diritto di...»

«Sali», ripeté, interrompendola, con una voce ancora più quieta, come se si annoiasse e la sua decisione fosse inevitabile. Come se lei avesse già accettato e non lo sapesse ancora.

L’istinto le urlò di scappare, di fuggire da quel pericolo seducente che le danzava davanti agli occhi, ma la curiosità e la disperazione graffiarono più forte e, da qualche parte nel profondo, qualcosa di più freddo si mosse dentro di lei. Sbatté la portiera del taxi e si mosse meccanicamente verso la sua auto, sforzandosi di restare ferma ma incapace di farlo. Lo sportello si aprì senza che lei lo toccasse e non seppe dire che cosa fosse... un invito o una trappola, o forse entrambe le cose. Quando scivolò sul sedile di pelle lussuosa, il mondo fuori svanì del tutto. Lui non la guardò più; parlò soltanto nel buio tra loro, con quella voce fredda e autorevole, evidentemente abituata a dare ordini e a vederli eseguiti senza discussioni.

«Mi chiamo Ethan Sinclair. Ho una proposta per te.»

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