Capitolo 1 Due anni dopo
C’era la vita che ho vissuto prima di Penelope Vales.
E quella dopo.
Thwack.
Il guantone si schianta contro il sacco, un suono insieme secco e sordo. La catena cigola, il sacco oscilla all’indietro e io lo colpisco di nuovo.
Il ragazzo che ero allora — quello che si era arruolato nell’esercito pensando che sarebbe stata un’avventura, uno stipendio, un modo per scappare da una città che lo odiava già — non sapeva cosa stava barattando. Credeva che non ci sarebbe stata una vera guerra. Che “mantenimento della pace” significasse pace. Che sarebbe tornato a casa con un po’ di soldi, magari un paio di storie, non con cicatrici che non può mostrare e fantasmi che gli sussurrano nell’orecchio di notte.
Thwack. Thwack.
Mi fanno male le braccia, il sudore mi brucia negli occhi, ma continuo.
Quel ragazzo era stupido.
Ma soprattutto era a pezzi. Perso. Aveva bisogno di una via d’uscita, di uno scopo, di qualunque cosa che gli sembrasse più grande di lui.
Le atrocità del mondo quasi eguagliavano la sua bellezza. A volte stavano nella stessa inquadratura — fumo che si arrotolava sopra montagne aguzze come denti, il luccichio dell’oceano che si stendeva all’infinito mentre in lontananza i mortai spaccavano l’aria, fiori selvatici che crescevano in campi in cui nessuno avrebbe dovuto sopravvivere abbastanza da vederli. Quegli intervalli tra una missione e l’altra, quando potevamo respirare e guardarci intorno — erano le uniche volte in cui mi sentivo umano.
Thwack. Il sacco scatta indietro con violenza. Le nocche mi bruciano dentro i guanti.
Ma niente di tutto questo — non le stelle sopra un deserto, non l’alba che sanguinava su una città in rovina, non un solo miracolo che avrebbe dovuto spaccarmi in due — era paragonabile a lei.
Penelope Vales.
La prima volta che l’ho vista è stato come se mi crollasse il petto. Una bellezza che ti spacca la terra sotto i piedi, ma non nel modo finto delle riviste. Lei era vera. Troppo vera. Gentilezza nella voce, miele che colava da ogni parola. Vaniglia e zucchero nell’aria quando passava, come se si portasse dietro la sua stessa atmosfera.
Afferro il sacco, lo stabilizzo, poi ci pianto dentro il pugno di nuovo. Più forte.
Rideva come se non avesse mai pianto. Ballava come se nessuno la stesse guardando, anche se la guardavamo tutti. E quando piangeva, ero io quello che le asciugava le lacrime.
Thwack-thwack. Adesso respiro a scatti. Il sudore sulla pelle mi gela prima ancora di scivolare via.
Penelope Vales mi ha cambiato più di quanto abbia fatto il mondo intero.
E adesso sono nel dopo.
Due anni dalla prima volta che l’ho vista. Due anni da quando ho capito che non sarei mai più stato lo stesso. Due anni a cercare di seppellire quel dolore e a non riuscirci mai.
Thwack. Thwack. Thwack.
I pugni diventano una scia. Le spalle urlano. Non importa.
Il sacco oscilla indietro, quasi mi fa perdere l’equilibrio. Rimetto a posto la posizione e continuo.
Perché la verità è che il dolore non se n’è mai andato. Non si è attenuato. È lì, tra le costole, nelle crepe di me che non si sono mai richiuse.
«Boomer.»
La voce taglia l’aria, appena udibile sotto il rumore dei guantoni. La ignoro.
Thwack.
«Boomer.»
Colpisco più forte. Più veloce. Il ritmo è l’unica cosa che mi impedisce di affogare.
«Amico, svieni se continui—»
«Ti capita mai di…» Le parole mi escono graffiando tra un respiro e l’altro, basse, ruvide, nude. «Desiderare di poterti prendere a pugni il passato di dosso?»
Silenzio. Quel tipo di silenzio che dice che non esiste una risposta buona.
Mi piego in avanti, appoggio la fronte contro il sacco, il petto che si alza e si abbassa a strattoni. I guanti mi pendono inutili, pesanti ai fianchi.
Ma nella mia testa sto ancora tirando pugni.
Sto ancora cercando di scacciare l’odore di vaniglia e zucchero.
Sto ancora cercando di cancellare il suono della sua risata, la sensazione delle sue lacrime sulla mia mano.
E perdo. Ogni volta.
Perché ecco la verità: io la vedo ancora.
A volte si presenta come se non fosse successo niente. Si siede di fronte a me, sorridendo quel sorriso che fa svanire tutto il resto. Ride, si scosta i capelli dal viso e per un secondo riesco di nuovo a respirare.
Colpisco il sacco un’ultima volta. Non così forte, stavolta. Le braccia sono gelatina.
Mi scrive ancora. Sempre. Battute sceme. Foto. I piccoli dettagli della sua giornata. E io rispondo. A ogni singolo messaggio. Perché siamo amici. Così la chiama lei. E io lascio che sia così.
Mi appoggio al sacco, riprendo fiato. Il sudore mi gocciola dalla mascella, picchietta sul tappetino.
Perché non riesco a dirle di no.
Perché ha su di me una presa di cui non si rende nemmeno conto.
Strappo il Velcro dei guanti. Il rumore lacera il silenzio della palestra. Le mani sono arrossate, vive, consumate. Le scuoto e afferro la borraccia.
Dovrei tagliare tutto. Andarmene. Ricominciare da capo. Costruirmi una vita senza le sue impronte dappertutto. Ma non lo faccio. Non ci riesco.
Mi siedo sulla panca, i guanti buttati ai miei piedi. Il petto ansima. Appoggio la testa al muro.
Perché non so cosa sia peggio. Vederla felice con qualcun altro. O non vederla affatto.
E adesso sono nel dopo, lasciato qui a cercare di sopravvivere senza che lei sia mia.
