Capitolo 10 Tre anni prima
3 anni prima di Penny
Il film è bello. Non eccezionale, non di quelli che ti cambiano la vita, ma bello. Il tipo di film che fa ridere tutta la sala negli stessi punti, che fa esultare per le acrobazie esagerate e che strappa un gemito collettivo quando arriva la battuta sdolcinata. Jemma ride con facilità, la sua mano sfiora la mia sul bracciolo finché, alla fine, trovo il coraggio di intrecciare le dita alle sue. Lei non esita. Sorride soltanto nella luce dello schermo, stringe una volta e continua a mangiare popcorn con la mano libera come se fosse la cosa più naturale del mondo.
Ed è questo — più di qualsiasi cosa stia succedendo davanti a noi — che mi resta addosso.
Quando scorrono i titoli di coda, si avvicina a me per sussurrare: «Te l’avevo detto che i popcorn erano la parte migliore.»
Ridacchio, alzandomi e stirando le gambe. «Sono abbastanza sicuro che la parte migliore sia tu, però… va bene.»
Mi dà un colpetto sul braccio mentre usciamo in fila insieme al resto della gente.
L’aria della notte è fresca dopo il teatro soffocante, e una brezza porta l’odore tenue di fritto dal diner dall’altra parte della strada. I marciapiedi sono ancora pieni di voci, i fari scorrono accanto, e da qualche auto arriva un basso pulsare di musica. Ci incamminiamo verso la mia macchina, continuando a parlare, continuando a ridere.
Quando mi fermo davanti a casa sua, non voglio che la serata finisca.
Spengo il motore, scendo e giro intorno all’auto per accompagnarla fino al portico. La luce esterna è accesa, calda contro il buio, e le falene le svolazzano attorno pigre. Lei indugia davanti alla porta, giocherellando con le chiavi senza davvero provare a entrare.
«Te la senti di stare da sola?» chiedo, accennando al vialetto vuoto.
«Sì» dice piano. Poi alza lo sguardo verso di me, gli occhi grandi, pieni di speranza, come se stesse aspettando qualcosa.
Per un secondo resto lì, immagazzinando il modo in cui i capelli le ricadono sulla spalla, il lieve profumo di lavanda, la curva delle labbra quando cerca di non sorridere troppo.
Allungo una mano e, con delicatezza, le sistemo una ciocca dietro l’orecchio. La mia voce è bassa, attenta. «Spero tu sappia che mi interessi. Voglio solo rispettare i tuoi limiti.»
Il suo sorriso si fa più profondo e inclina appena la testa. «Mi baci?»
È tutto il permesso di cui ho bisogno.
Mi chino verso di lei, una mano che le trova la vita, l’altra appoggiata leggera allo stipite. Le nostre labbra si incontrano, morbide e incerte, poi un po’ più sicure quando lei si lascia andare contro di me. La sua mano si posa sul mio petto, come per reggersi, e in quell’istante tutto sembra perfettamente immobile.
Quando mi stacco, appoggio la fronte alla sua e mormoro: «Meglio di Pizza Hut.»
Lei ridacchia, coprendosi la bocca con una mano, e giuro che è il suono più dolce che abbia mai sentito. «Molto meglio» dice, arretrando verso la porta.
La guardo scivolare dentro; si volta una volta per sorridermi ancora, prima che la porta si chiuda con un clic.
Non mi muovo subito. Resto lì sul suo portico, con un sorriso da idiota, a ripetermi quel bacio nella testa, ancora e ancora. Alla fine torno alla macchina, mi lascio cadere sul sedile di guida e resto lì per un po’, con le mani sul volante, a sorridere ancora.
Il viaggio verso casa è pura beatitudine. Finestrini abbassati, radio a tutto volume, io che canto stonato qualunque canzone pop passi. Uno di quei tragitti in cui perfino i semafori sembrano dalla tua parte.
Ma l’euforia si spezza nell’istante in cui entro nel vialetto.
La casa è buia. Nessuna macchina. Troppo buia. Troppo vuota.
Aggrotto la fronte, scendo, la ghiaia scricchiola sotto le mie sneakers più forte del solito. Dentro è lo stesso: silenzio, immobilità, un’aria quasi vuota.
A volte mi lasciano da solo, certo. Ma di solito a quest’ora sono già rientrati.
Tiro fuori il telefono e mando un messaggio veloce a Mom: Tutto ok?
Nessuna risposta.
Poso il telefono, cerco di non pensarci. Doccia, decido. Mi schiarirà le idee.
L’acqua calda mi batte addosso e chiudo gli occhi, ripensando alla risata di Jemma, al tintinnio dei suoi braccialetti quando mi ha mostrato i polsi, a come ha detto mi baci? come se conoscesse già la risposta. Resto lì più del dovuto; quando finalmente esco, lo specchio è appannato dal vapore.
In camera mi infilo una t-shirt e dei pantaloncini, mi butto sul letto e allungo la mano verso il libro sul surf. Il tipo finalmente torna in mare, affrontando la paura un’onda alla volta. Faccio il tifo per lui, pagina dopo pagina. Poi—una fitta. Medusa. Crolla in acque basse, e io ne sento lo scossone come se fossi là fuori.
Le palpebre mi si fanno pesanti. Le parole si impastano. Piega un angolo della pagina, metto via il libro e mi distendo.
Il telefono resta muto sul comodino. Nessun messaggio di Mom.
Eppure mi lascio prendere dal sonno lo stesso, con un sorriso che mi tira ancora le labbra per via della serata.
La prima cosa che noto quando mi sveglio è il silenzio.
Nessun passo sopra di me, nessuna voce che scende attraverso le bocchette. Solo il ronzio del frigorifero al piano di sopra e il lieve scricchiolio della casa che si assesta. Allungo la mano verso il telefono, ancora a faccia in giù sul comodino.
Una notifica.
Un messaggio di Mom. Inviato alle 2:07.
Sto bene. Torno presto :)
Quella faccina sorridente stona. Come un adesivo appiccicato sopra una crepa nel muro.
Lascio uscire un respiro lungo, passandomi una mano sul viso. Il sollievo si mescola alla frustrazione, pesante nel petto.
Lo so che dovrei essere solo contento che abbia scritto. Contento che mi abbia fatto sapere qualcosa. Ma la verità è che non mi fa stare meglio.
Due anni fa è crollato tutto. Lo abbiamo perso tutti. Noi tre siamo rimasti in piedi tra le macerie, costretti a capire come si fa a respirare di nuovo senza di lui.
Abbiamo dovuto elaborare il lutto, tutti.
Ma a un certo punto loro hanno mollato. O forse si sono solo lasciati inghiottire da altre cose—il lavoro, le litigate, lo sparire nella notte e tornare quando capita.
E io? Io sono quello che è ancora qui, aggrappato all’idea che dovremmo essere una famiglia. Che ci tiene ancora a qualcosa che loro si comportano come se l’avessero già seppellito.
Ributto il telefono sul comodino e mi metto seduto, fissando le pareti familiari della mia stanza. I libri impilati sulla scrivania. Lo skateboard appoggiato nell’angolo. I piccoli ancoraggi che mi sono costruito.
Scaccio la frustrazione come posso. È mattina. Il sole filtra dalla finestra del seminterrato. Ho cose da fare, posti dove andare. E magari oggi a scuola vedrò Jemma.
Un motivo in più per continuare ad andare avanti.
