Capitolo 2 Tre anni prima

3 anni prima di Penny

Le ruote sbattono sul cemento con un colpo secco, e il clack rimbalza contro la recinzione. Qualcuno chiude un kickflip, per un soffio, e gli altri esultano come se avesse appena vinto l’oro. Tutto il parco puzza di asfalto caldo, sudore e dello sciroppo dolciastro delle lattine di bibita impilate sul cestino.

Sono seduto sul bordo della half-pipe, le gambe penzoloni, la tavola sulle ginocchia. Ryan ha la faccia arrossata, i capelli appiccicati alla fronte, e sorride come se il posto fosse suo.

«Due settimane ancora» dice, arrampicandosi su per sedersi accanto a me. È senza fiato, ma il sorriso gli spacca quasi la faccia. «Due settimane e abbiamo finito con la scuola. Finito.»

«Due settimane e io sono libero dalla matematica per sempre» dice Caleb, arrivando dietro di lui. Ha ancora gli occhiali, che gli scivolano sul naso, come se fosse pronto per la lezione anche qui.

Ryan ride. «Tu? Libero dalla matematica? Tu stai per sposarti la matematica. Laurea in ingegneria, ricordi?»

Caleb sogghigna e dà un colpetto alla scarpa di Ryan. «Sì, ma è la matematica che piace a me. Non la voce di Larson che blatera di quadratriche.»

Poi guardano entrambi me. In attesa.

Io scrollo le spalle e mi passo la maglietta sulla faccia. «Non lo so. Ho diciott’anni. Non devo per forza avere già la vita sistemata.»

Ryan mi dà una gomitata. «Classico Logan. E quindi… che fai? Vai alla deriva?»

«Forse.» Mi appoggio all’indietro sulle mani e guardo il cielo che diventa arancione oltre la cima della recinzione. L’aria è pesante, vibra dell’estate che sta arrivando. «Forse viaggio. Vedo un po’ di cose. C’è altro oltre questa città.»

Caleb ride piano. «Parli come uno di quei ragazzi che si prendono un anno sabbatico. La prossima cosa che ci dirai è che vai a vivere su una spiaggia e impari a suonare la chitarra.»

Lo spingo con la punta della scarpa. «Potrebbe andare peggio.»

«Potremmo esserci noi» urla Nate dal fondo, risalendo la rampa con la tavola stretta sotto il braccio. Corre l’ultimo tratto e si lascia cadere accanto a me, sempre con quel sorriso stampato in faccia. Nate sorride sempre. Alle ragazze piace per quello. «Ammettilo, amico: ti mancheremmo.»

«Ovviamente» dico, e lo penso davvero. Questi ragazzi sono sempre stati affidabili. Il tipo di amici che sanno cosa vogliono. Il tipo che non tratta le ragazze come spazzatura. È una cosa che mi piace di loro.

Nate si appoggia all’indietro, la testa inclinata. «Io vado in economia. Papà dice che ci sono portato.» Mi lancia un’occhiata. «E tu? Sul serio?»

Scuoto la testa e guardo un paio di ragazzini che finiscono lunghi, mangiano asfalto e poi si rialzano ridendo. «Non ne ho idea. Prima o poi ci arrivo. Non ho fretta.»

«Vorrei riuscire a pensarla così» dice Caleb. Fa girare la tavola sulla coda, l’irrequietezza che gli esce da tutti i pori. «Sembra che se non pianifico tutto, resto indietro.»

«Già» concorda Nate, tirando fuori il telefono. Mostra a Ryan la foto di un campus luccicante. «Le visite ai campus iniziano ad agosto. Non vedo l’ora.»

Ryan fischia piano. «Da paura. Io invece medicina. Camice bianco, stetoscopio. Questo è il piano.»

Li lascio parlare, le loro voci che mi scorrono addosso, i loro futuri che si allungano come binari già posati. Sono felice per loro. Davvero. Sanno dove stanno andando. Sanno chi sono.

Io? Io non ho niente, se non una tavola sotto i piedi e il ronzio delle ruote sul cemento rovente. E per adesso mi sembra abbastanza.

Restiamo al parco finché il cielo non diventa rosa e l’aria non si rinfresca. Le tavole fanno clack e strisciano sul cemento finché non abbiamo troppa fame per continuare. Ryan è il primo a proporlo.

«Pizza?» chiede, con un ghigno come se conoscesse già la risposta.

Dieci minuti dopo siamo stipati nel nostro solito separé da Tony’s, uno di quei posti con i sedili in vinile crepato e il pavimento appiccicoso di bibita. L’odore di unto e origano ti colpisce appena entri. Dividiamo sempre la stessa offerta — due pizze grandi, una al salame piccante e una margherita, perché Nate è strano con i condimenti.

Le fette si afflosciano, il grasso si raccoglie nei piatti di carta, e mangiamo come se non vedessimo cibo da settimane.

«Amico, hai la salsa su tutta la faccia», dice Caleb, lanciando un tovagliolo a Nate.

Nate invece si pulisce la bocca col dorso della mano, sogghignando. «Che c’è, geloso? Non sapevo di poterla portare come una barba.»

Ryan scuote la testa, quasi soffocando con la crosta. «Che schifo, amico.»

Rido, appoggiandomi allo schienale del separé. L’aria condizionata spara dall’alto, fredda contro la maglietta umida di sudore. Per un po’ sembra tutto facile. Le battute rimbalzano avanti e indietro. Caleb fa l’imitazione del signor Larson finché non gemiamo tutti. Nate racconta di quando l’hanno beccato mentre sgattaiolava fuori dalla finestra di Jenna, e Ryan gli dà dell’idiota, ma sta sorridendo.

Quando la pizza è finita e i piatti sono impilati in torri unte, Caleb controlla l’ora. «Devo andare. Mia madre mi ammazza se faccio tardi.»

«Anch’io», dice Nate, alzandosi e stiracchiandosi come un vecchio. «Ho promesso che domattina avrei aiutato mio padre.»

Cominciano a raccogliere le loro cose. Ryan indugia, scivola fuori dal separé per ultimo. Mi lancia uno sguardo da sopra il tavolo, quello sguardo silenzioso che a volte ha. Come se sapesse che non sono pronto a tornare a casa. Come se sapesse che non lo sono mai.

Ma non c’è scelta.

Spingiamo le porte di vetro e usciamo nella notte che si rinfresca, l’insegna al neon che ronzava alle nostre spalle, e infilo le mani in tasca, già preparandomi a quello che mi aspetta quando rientro.

Me la prendo comoda sulla strada di casa. I ragazzi si staccano uno alla volta, le bici che sferragliano nelle stradine laterali, le tavole infilate sotto il braccio. Io trascino la mia sul marciapiede, le ruote che ticchettano sulle crepe, le mani piantate in tasca. L’aria sa di erba tagliata e di benzina, da qualche tosaerba.

A metà dell’isolato un gattino sfreccia fuori da sotto un’auto: zampe bianche, strisce grigie, occhi che brillano sotto il lampione. Miagola, piano e rauco. Mi accovaccio, allungo una mano.

«Ehi, amico», dico. La coda scatta una volta, due, prima che si avvicini, cauto. Quando mi sfiora le dita, sorrido. «Sei carino. Lo sai? Sei fortunato, eh? Sicuro hai una famiglia che ti dà il tonno tutte le sere.»

Fa le fusa, forti per un corpo così piccolo, e gli gratto dietro le orecchie finché non si stufa e trotterella via nel buio.

Mi rialzo, mi metto la tavola a tracolla e continuo a camminare. I passi diventano più lenti più mi avvicino. I lampioni ronzano sopra la testa. Le finestre delle case che supero brillano di un giallo caldo, risate e suoni di televisione che filtrano appena. Normale. Sicuro.

Poi giro l’angolo sulla mia strada. La mia casa sta in fondo, la vernice che si sfoglia dalle ringhiere del portico, l’erba troppo alta in giardino. Sono ancora a metà dell’isolato quando lo sento.

Le urla.

Si portano limpide nella notte, abbastanza taglienti da fendere tutto il resto.

E in un attimo, il calore nel petto svanisce.

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