Capitolo 3 Tre anni prima
Tre anni prima di Penny
Spingo la porta d’ingresso e entro.
Le urla mi investono subito. Succede sempre. Come sbattere contro un muro.
I miei genitori ci ricascano. Voci taglienti che rimbalzano sulle pareti, uno che cerca di coprire l’altro. Come sempre.
Chiudo piano la porta alle mie spalle. Mi sfilo le scarpe, le appoggio con cura contro il muro. Ormai è un’abitudine. Una routine. La casa sembra meno arrabbiata se io tengo pulito il mio angolo.
«—non ascolti, non ascolti mai—»
«Sei tu che non—»
Tengo gli occhi sul pavimento mentre vado in cucina. La borraccia fa un tonfo contro il lavello. La sciacquo, la riempio, e per un secondo lascio che il rumore dell’acqua corrente copra le loro voci. Solo un secondo.
La luce del frigo mi rovescia addosso un freddo pallido quando lo apro. Prendo una mela, richiudo piano. Ne do un morso. Il crunch mi rimbomba nelle orecchie, quasi abbastanza forte da coprire le loro grida. Quasi.
«—non rigirarla su di me—»
«Allora smettila di comportarti come se—»
Appoggio la mela, mi lavo via dalle dita il succo appiccicoso, le asciugo sull’asciugamano appeso storto al forno. Intanto le loro voci si impennano e si scontrano come vetro che si frantuma.
Provo a passare oltre il soggiorno. Sguardo basso, spalle tese. Se mi muovo abbastanza in fretta non mi noteranno. Se sono abbastanza silenzioso, scivolo via.
Ma la voce di mio padre taglia l’aria. «Logan.»
Mi fermo. Lo stomaco si attorciglia. È sulla soglia, la faccia rossa, le mani serrate a pugno lungo i fianchi. «Dimmi. Chi ha ragione, qui?»
Mi si gela il petto. Non mi tirano mai in mezzo. Non così. Rimango immobile, ogni muscolo bloccato, il cuore che martella. «Io—io non lo so. Io non… non voglio mettermi in mezzo.»
La voce di mia madre scatta da dietro di lui, tagliente e disperata. «Non trascinarlo in questa storia! È un ragazzino, lascialo fuori.»
E così, di colpo, le loro voci si schiantano di nuovo una contro l’altra, tornano a sbranarsi, e io sguscio via con il battito nelle tempie.
Giù per la scala stretta. In cantina. Nella mia stanza.
Qui sotto è più fresco. L’aria sa appena di umido, ma è casa mia. I muri sono metà cemento e metà coperti di poster che ho attaccato negli anni. Il letto è contro la parete in fondo, le coperte tirate bene. Una scrivania, una lampada, una mensola piena di libri. Il ronzio della vecchia caldaia riempie lo spazio, costante, rassicurante.
Le urla al piano di sopra si attenuano, ovattate dal soffitto. Adesso sono solo un brusio. Come fruscio.
Mi siedo sul letto. Espiro lentamente. Il corpo mi pesa, come se avessi portato tutta la casa sulle spalle.
Allungo la mano verso il libro sul comodino. La copertina è piegata, le pagine morbide a forza di essere girate. Sono quasi alla fine, mancano solo pochi capitoli. L’ho preso due giorni fa e l’ho divorato.
Parla di un ragazzo che trova una fotografia per terra. Solo l’immagine di una ragazza. Una sconosciuta. Ed è così bella che non riesce a smettere di pensarci. Parte per trovarla, non importa quanto lontano, non importa quanto impossibile. Una ricerca di qualcuno che non ha mai incontrato e verso cui, eppure, si sente già trascinato.
Sfoglio le pagine, gli occhi che seguono parole che so già che ingoierò. La storia mi porta altrove — stazioni, città affollate, strade straniere accese di neon. Ogni indizio lo avvicina a lei. Ogni ostacolo lo rende soltanto più determinato. E mi piace che, in mezzo a tutto questo viaggio, sembri trovare anche se stesso. Come se lei fosse stata il motivo per cui ha iniziato, sì, ma lui stesse imparando molto più di quanto credesse possibile.
Di sopra sbatte una porta. Una voce si incrina, taglia l’aria, poi si affievolisce di nuovo. Mi affondo di più nel materasso, cercando di escluderla.
Mi chiedo come dev’essere. Provare qualcosa con quella forza. Guardare qualcuno una sola volta e sapere che conta. Sapere che seguiresti quel filo fino dall’altra parte del mondo, se fosse necessario.
Il libro mi trema un poco tra le mani prima che lo fermi.
Leggo finché gli occhi mi si appannano, finché le parole si sdoppiano e devo sbattere le palpebre per rimetterle a fuoco. Il brusio di sopra ormai è solo uno sfondo, opaco e lontano. Le palpebre mi diventano pesanti.
Chiudo il libro con attenzione, lo appoggio sul petto. Fisso il soffitto nella luce fioca.
E sospiro.
Mi chiedo se mi capiterà mai di sentirmi così. Se qualcuno mi piomberà mai addosso con tanta forza da togliermi il respiro. Se guarderò mai qualcuno e saprò — è lui. È lei.
La caldaia ronza. Il mio corpo sprofonda ancora nel letto. Il libro scivola di lato.
Chiudo gli occhi, e il buio mi prende prima che il prossimo urlo di sopra riesca a farsi strada fin quaggiù.
