Capitolo 4 Due anni dopo
Due anni dopo Penny
Il bar puzza di fritto e birra. Il grasso resta appiccicato nell’aria, mi si infila nei vestiti. Le luci al neon ronzano sopra le nostre teste, mezze fulminate, e tingono tutto di blu e di rosso. C’è una partita in TV sopra il bancone — football, credo — ma al nostro tavolo non la sta guardando davvero nessuno.
Ci siamo io, Torres, Smithy e McKay.
Torres è quello chiassoso. Lo è sempre stato. Ordina le ali di pollo prima ancora che ci sediamo, quelle annegate nella salsa buffalo, e quando arrivano al tavolo se l’è già spalmata su una guancia.
Smithy è l’opposto: solido, silenzioso, appoggiato allo schienale con una birra a collo lungo in mano. Spilucca le patatine come se avesse tutta la notte davanti, intingendone ognuna nella salsa ranch con una calma paziente che manda Torres ai matti.
McKay è il più giovane. Ha ancora quell’energia da faccia pulita, anche dopo missioni che avrebbero dovuto bruciargliela via. Sta divorando un hamburger, il grasso gli cola lungo le dita, mastica come se non vedesse cibo vero da mesi.
E io? Io resto lì con una birra che suda nel palmo, ad ascoltare, a guardare, lasciando che il loro baccano riempia gli spazi nella mia testa.
«Boomer», dice Torres, puntandomi contro un’ala. «Sei dannatamente troppo zitto. Tirati su, amico. Respiriamo ancora: basta e avanza per festeggiare.»
«Il venerdì sera è una festa a prescindere», dice McKay a bocca piena, sorridendo con il ketchup sul mento.
Smithy scuote la testa, con un mezzo ghigno. «Il ragazzino pensa che ogni giorno sia una festa.»
Torres si sporge in avanti, gli occhi che si stringono come se mi avesse in trappola. «E tu, Boomer? Ce l’hai una ragazza a casa, ormai?»
Smithy ridacchia, intervenendo prima che io possa rispondere. «E quella lì? Come si chiamava—»
«Mila», dice Torres, schioccando le dita come se gli fosse appena tornato in mente. «Ecco. Una cosina carina, eh?»
Per un attimo mi si irrigidisce la mascella, poi appoggio la bottiglia e annuisco. «Sì. Era… carina. Divertente. Rideva sempre. Ci siamo trovati bene.»
«Però?» chiede McKay, sporgendosi come se aspettasse la battuta.
Scrollo le spalle, grattandomi la nuca. «Però non ha funzionato. Tutto qui.»
Torres sorride storto. «Non ha funzionato o hai fatto casino tu?»
Il tavolo scoppia a ridere, persino Smithy con il suo sorriso silenzioso.
Non posso farne a meno: sorrido anch’io, scuotendo la testa. «Immagino che non lo sapremo mai.»
«Amico, Boomer», dice McKay, puntandomi una patatina contro come fosse un’arma. «Mi stai dicendo che avevi una così e l’hai lasciata andare? Errore da principiante.»
«Ehi», dice Torres, alzando il bicchiere. «A Mila. Chiunque sia. Grazie per aver tenuto occupato il nostro ragazzo finché l’ha fatto.»
Toccano i bicchieri, ridendo. Alzo anche il mio, con un mezzo sorriso sul bordo.
La birra scende facile, e il rumore del bar riempie ogni angolo. Per un po’ mi lascio attraversare da tutto — le prese in giro, le risate, le ali che spariscono più in fretta di quanto arrivino. E penso alla risata di Mila, alla sua leggerezza, e a come certe cose non restino, per quanto tu le voglia.
Sorrido anch’io, scuoto la testa, ma la mente se ne va lo stesso. Torna a lei. Torna a Mila.
La prima volta che l’ho incontrata davvero, non mi ha lasciato neanche un secondo per respirare. Ero in cucina a una specie di ritrovo, birra in mano, mezzo intento a prepararmi una scusa per andarmene presto. Poi è comparsa lei, appoggiata al piano come se mi stesse aspettando, i capelli scuri e corti infilati dietro un orecchio, gli occhi acuti e curiosi.
«Cazzo», ha detto, senza esitare. «Hai delle belle braccia.»
Fine. Niente ciao. Niente presentazioni. Solo quello.
Ho sbattuto le palpebre, spiazzato, e lei ha sorriso come se avesse segnato un punto.
«Sono Mila», ha aggiunto, rubandomi la birra, bevendone un sorso, poi restituendomela con un sorrisetto. Le sue dita hanno sfiorato le mie come se fosse voluto. «Tu sei Boomer, giusto?»
Per poco non la corressi. Logan. Ma ormai tutti mi chiamavano Boomer, così annuii.
«Bene» disse lei. «Mi piace. Ti sta.»
Quella era Mila. Una civetta senza vergogna, audace fino al midollo, che diceva qualsiasi cosa le passasse per la testa e ti sfidava a non apprezzarla.
Dopo, furono messaggi. Messaggi continui, incessanti. Mattina, sera, domande a caso in mezzo alla giornata — qual è il tuo cereale preferito? seguito un minuto dopo da anzi, non rispondere, sono i Lucky Charms, ovvio. Mi mandava meme alle due di notte, mi diceva quando non riusciva a dormire, quando si annoiava, mi raccontava tutto. E io glielo lasciai fare. Mi piaceva più di quanto ammettessi.
Presto non furono più solo messaggi. Cominciammo a uscire insieme. Caffetterie dove mi rigirava intorno a forza di parole finché il barista non si dimenticava la sua ordinazione. Film dove mi tirava i popcorn in faccia solo per farmi sospirare e poi togliermeli dalla maglietta. Passeggiate in città in cui scattava da una vetrina all’altra trascinandomi con sé come se fossi la sua ombra.
Mila era rumore e colore, eccentrica e viva. Tutto ciò che io non ero.
E mi piaceva. Mi piaceva davvero.
Era bella in quel modo di traverso — capelli scuri e corti, un sorriso troppo grande per la faccia, una risata che sfondava il silenzio e faceva ridere anche tutti gli altri. Riempiva ogni stanza in cui entrava e, per un po’, riempì anche me.
Con lei riuscivo a vedere un futuro. Davvero.
Ma Mila era anche la migliore amica di Penny.
E questo complicava tutto.
Stare con Mila significava sentire il nome di Penny in una conversazione sì e una no — Penny ha detto questo, Penny ha fatto quello, Penny pensava fosse esilarante quando… Significava Penny che spuntava nelle loro foto, nelle chat di gruppo, nei loro programmi. All’inizio non mi dava fastidio. All’inizio sembrava quasi un regalo. Stare con Mila voleva dire che avevo ancora un modo per entrare nell’orbita di Penny. Potevo vedere il suo sorriso, sentire la sua risata, respirare l’aria intorno a lei, anche se non era mia da tenere.
Ma una notte, sveglio accanto a Mila, ascoltando il suo respiro lento e regolare mentre il ventilatore sul soffitto faceva girare ombre per la stanza, mi colpì come un pugno. Non riuscivo a pensare ad altro che a Penny. Non al calore di Mila premuto contro di me, non alla ragazza che dormiva tra le mie braccia — Penny. La sua risata. La sua voce. Il suo volto dove non avrebbe dovuto stare.
E capii che non era giusto.
Non per Mila. Non per me.
Così, la mattina dopo, glielo dissi. Con dolcezza, con tutta la cautela di cui ero capace. Seduto di fronte a lei a colazione, le mani strette attorno a una tazza.
«Credo di aver bisogno di un po’ di tempo» dissi. «C’è… qualcosa che devo guarire. Roba che non ho risolto. Non è colpa tua, Mila. Tu sei stata—» La voce mi si spezzò. «Sei stata più di quanto meriti.»
Lei mi fissò per un istante, la forchetta a metà strada verso la bocca, poi fece il broncio come una bambina. «Sei un idiota» disse, affondando la forchetta nei pancake. «Però mi piace averti intorno. Quindi non sparire, okay?»
«Non voglio farti del male» mormorai.
Lei scrollò le spalle, masticò, ingoiò. «Allora non farlo. Restiamo amici. Tu metti a posto il tuo casino, e io mi faccio strada nella vita a spallate, come faccio sempre.»
E fu tutto. Mila non pianse. Non urlò. Si fece strada a spallate e basta.
Restammo amici. Lo siamo ancora. Adesso sa tutto — di Penny, di quanto mi sventri ancora, di come non riesca a lasciar andare per quanto ci provi. Non l’ha mai detto a nessuno. Non mi ha mai preso in giro per questo. È il nostro segreto.
Di nuovo al bar, Torres alza ancora il bicchiere, e i ragazzi ridono ancora, mangiano ancora, vivi dentro le loro storie. Sorrido nel mio boccale, il suono delle loro voci tagliente e caldo, ma in fondo alla testa resta anche la voce di Mila — che ride, che punzecchia, senza paura.
E l’ombra di Penny resta lì accanto.
