Capitolo 5 Tre anni prima

3 anni prima di Penny

L’orologio appeso al muro ticchetta così forte che giurerei mi stia prendendo in giro. Ogni secondo sembra un’ora. Mi appoggio allo schienale della sedia, dondolandola quel tanto che basta per sfidare la gravità ma non abbastanza da farmi richiamare, e lascio che la matita rotoli avanti e indietro tra le dita.

Ryan è due posti più in là, il mento puntellato sulla mano, lo sguardo vitreo come se fosse cerebralmente morto da quando è suonata la campanella. Mi becca che lo sto guardando e mima, uccidimi adesso, trascinandosi un dito sulla gola in modo teatrale.

Sbuffo prima ancora di riuscire a trattenermi. Caleb, dietro di me, dà un calcio allo schienale della mia sedia. «Scommetto venti che Carter va avanti altri venti minuti sulla Rivoluzione francese.»

Inclino la testa, lottando contro un sorriso. «Facciamo trenta.»

Ryan soffoca una risata e gli occhi dell’insegnante scattano su di noi. Abbassiamo tutti la testa come perfetti angioletti.

È allora che lo sento — il lieve ticchettio della plastica sulle piastrelle. Una penna rotola contro la mia sneaker. Mi chino, la raccolgo e lancio un’occhiata di lato.

La ragazza accanto a me sta già allungando la mano, i ricci che le scivolano sulla guancia mentre cerca di afferrarla. Ha la pelle baciata dal sole, un caldo color bruno, e i capelli lunghi e folti, un intreccio perfetto di ricci che le scendono lungo la schiena.

Faccio scivolare la penna sul suo banco, sporgendomi un po’ più vicino. «Tieni», dico piano. Poi, prima di riuscire a fermarmi: «Non preoccuparti, per il salvataggio ti faccio pagare solo un sorriso.»

Lei alza di scatto la testa. Le guance le si colorano di rosa, ma sorride — timida, rapida, però vera.

«Grazie», sussurra.

Il nome mi attraversa la mente. Jemma. L’ho vista in giro, l’ho sentito nominare di sfuggita, ma non mi ero mai seduto così vicino a lei.

Prima che riesca a pensare a qualcos’altro, l’insegnante si schiarisce la gola. «Bene, ragazzi. Fate silenzio.» Raddrizza i fogli che ha in mano, tutta d’un pezzo. «Oggi facciamo qualcosa di diverso. Giornata delle professioni.»

L’intera classe geme all’unisono, un coro di sofferenza adolescenziale.

«Niente di tutto questo», dice secca, senza arretrare di un millimetro. «È importante. Dopo gli annunci scenderete in palestra. Ascoltate. Magari qualcosa vi interessa, magari no. Ma il vostro futuro arriva comunque, che siate pronti oppure no.»

Ryan borbotta a mezza voce: «Il mio futuro prevede un pisolino.»

Sorrido di sbieco, nascondendolo dietro la mano.

L’insegnante fa un gesto verso la cattedra. «Per ora, diamo il benvenuto a uno dei nostri ex studenti. È qui per parlarci della vita dopo il diploma.»

Un uomo in giacca e cravatta sale davanti, stringendo un microfono come se stesse per cantare al karaoke. Si lancia in un discorso su tirocini, lauree e networking, e metà della classe è già sparita con la testa prima ancora che lui arrivi alla parola successo.

Io lo escludo. La mia attenzione torna a Jemma.

I suoi ricci prendono la luce mentre scarabocchia sul quaderno, la penna che picchietta sul margine. Abbasso lo sguardo sul mio foglio, ne strappo un angolo e scrivo in fretta. Quando non guarda, lo spingo sul suo banco.

Sono quasi sicuro che la giornata delle professioni sia appena diventata migliore con te qui.

Lei lo legge con la coda dell’occhio e si morde il labbro, cercando di trattenere un sorriso. Scuote la testa, scrive qualcosa di piccolo e me lo fa scivolare indietro.

Dovresti ascoltare.

Sorrido, la penna già in movimento. Ma allora mi perderei questa conversazione.

Le spalle le tremano per una risata sommessa. Abbassa il capo e torna a scarabocchiare. Sei sempre così… distratto?

La guardo di sbieco e lascio che il sorriso si allarghi. Solo con quelle carine.

Il rossore le si fa più intenso, ma non distoglie lo sguardo. Stavolta scrive in fretta, poi mi spinge il foglio con un sorrisetto appena accennato. Sei uno che ci sa fare, eh?

Ci provo, rispondo per iscritto. Sarebbe del tutto fuori luogo se ti chiedessi di uscire, uno di questi giorni?

I suoi occhi restano sulle parole. La penna indugia, sospesa. Inizia a scrivere qualcosa — ma la campanella suona, forte e tagliente, squarciando l’aria. Tutti gemono di nuovo, le sedie stridono all’indietro, gli zaini si aprono con il rumore delle zip.

Jemma si alza, raccogliendo le sue cose in una pila ordinata. Mi preme in mano il pezzetto di carta ripiegato prima ancora che io possa chiedere.

«Il mio numero è lì sopra», dice piano, incrociando i miei occhi solo per un secondo. Poi se ne va, i ricci che rimbalzano, inghiottita dalla marea di studenti che si riversa in corridoio.

Fisso il biglietto, il cuore che martella, un sorriso che mi tira l’angolo della bocca.

Diciotto anni e stupido, forse.

Il corridoio è un caos appena metto piede fuori: armadietti che sbattono, suole che stridono sul pavimento, voci che rimbalzano sulle pareti. Mi faccio strada tra la folla, con il numero di Jemma stretto nel palmo, ripiegato come se fosse di vetro.

Ryan mi vede per primo. «Logan!» urla a squarciagola, con un sorriso da un orecchio all’altro. «L’ho visto. L’ho visto.»

Caleb gli trotterella accanto, scuotendo la testa. «Ma dai, impossibile. Quella era Jenna—» si interrompe, cercando di ricordare, «—Jenna Morales, giusto? È uno schianto. Metà dei ragazzi della scuola ammazzerebbe per il suo numero.»

«Jemma», lo correggo automaticamente, infilando il biglietto in tasca.

«Come ti pare, amico, è bellissima», dice Ryan, con gli occhi spalancati. Mi dà una gomitata. «Allora, la porti fuori o che?»

Nate, un passo indietro, sogghigna. «Solo se a lei piacciono i ragazzi skater con i capelli in disordine e zero piani per il futuro.»

Ryan ride così forte che per poco non inciampa.

Poi Caleb, cercando di fare lo spiritoso, aggiunge: «Scommetto che le piaci solo perché vuole qualcuno che le tenga caldo il letto.»

Mi fermo. Lo stomaco mi si annoda. «Non parlare così delle ragazze, amico.»

Il sorriso gli scivola via dalla faccia. Alza le mani. «Va bene, hai ragione. Scusa.»

Ryan si schiarisce la gola, cambiando argomento in fretta. «Quindi… le scrivi?»

«Sì», dice Nate, sporgendosi oltre la mia spalla. «Scrivile. Adesso.»

Tiro fuori il telefono, il pollice sospeso sulla tastiera. I miei amici si stringono intorno, tutti fin troppo coinvolti. Il cuore mi batte all’impazzata, ma non posso lasciargli vedere che mi agito.

Lo digito in fretta, con un mezzo sorriso mentre premo invio:

Quindi, è un numero vero o ho appena scritto a Pizza Hut?

Ryan ulula. Caleb mi dà una pacca sulla schiena. Nate scuote soltanto la testa, ridendo.

«Mossa audace», dice Ryan.

Sorrido, rimettendo il telefono in tasca e cercando di far finta di niente. Dentro, però, mi ronzava tutto.

Capitolo precedente
Capitolo successivo